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FUORIPAGINA
08/03/2010
  •   |   Ida Dominijanni
    Donne anno zero?

    «Per uguaglianza delle donne si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell’uomo. Ma...ci siamo accorte che sul piano della gestione del potere non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. E’ per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l’inserimento a titolo di uguaglianza». Sono solo alcune citazioni delle molte possibili dal Manifesto di Rivolta Femminile e da Sputiamo su Hegel, il testo forse più famoso di Carla Lonzi, entrambi datati 1970, ed entrambi al centro, con tutto il resto della sua opera, del partecipatissimo convegno della Casa internazionale delle donne di Roma che in questi giorni (cfr. Maria Luisa Boccia sul manifesto di giovedì scorso) ne ha ripercorso la figura di militante e teorica femminista nonché critica d’arte. Non una commemorazione né una monumentalizzazione, ma una riattualizzazione della radicalità della figura di Lonzi e della radicalità da lei impressa al femminismo italiano degli anni Settanta e seguenti, sul piano del pensiero e della pratica, nel modo di concepire la politica e la libertà femminile, la trasformazione di sé e del mondo, la relazione con le altre e il conflitto con l’altro. Una riattualizzazione tanto più tempistica dopo un anno come questo e in un momento come questo, in cui il discorso sulle donne sembra sequestrato dall’immaginario berlusconiano (e non solo berlusconiano) al potere, e il discorso delle donne rischia una risposta speculare e subalterna.
    Quale? Quella, già in voga sui media nei mesi scorsi, che scambia la fiction berlusconiana per la realtà («siamo un paese di veline»), vede passività dove c’è stata reattività (la reiterata denuncia del «silenzio delle donne», che copre e svalorizza la parola delle donne che hanno denudato il re), prescrive ricette del tutto inadatte alla malattia (quote rosa quando è chiaro l’uso che ne fa Berlusconi e non solo lui, parità e diritti quando è chiaro che il conflitto è sulla sessualità e sull’immaginario). Non ne è esente il quadro desolato e desolante delle donne italiane che Caterina Soffici traccia nel suo Ma le donne no, sottotitolo (buono per le vendite in libreria) «Come si vive nel paese più maschilista d’Europa» (Feltrinelli, 210 pagine, 14 Euro, prefazione di Nadia Urbinati), un’inchiesta peraltro ricca di storie e testimonianze femminili interessanti che si presterebbero a un’interpretazione più complessa di quella che l’autrice ne trae: in sostanza, una generalizzata regressione, una generalizzata sottomissione a canoni etico-estetici imposti e lesivi della dignità femminile, una generalizzata incapacità di lottare e di avvalersi dei diritti. E’ davvero così? La rappresentazione commercial-televisiva del gentil sesso nell’era berlusconiana coincide davvero con la realtà delle donne? L’eccellenza femminile di cui parlano tutti i dati sulla scolarizzazione e sul mondo del lavoro è davvero annullata dalle discriminazioni salariali e dal carico del lavoro familiare non condiviso con i mariti? Davvero dopo gli anni 70 ci siamo tutte «ritirate ordinatamente e in silenzio», ciascuna per sé e il mercato o l’uomo potente per tutte? E qual è la memoria - o meglio l’immaginario, o il fantasma - degli anni 70 che sostiene questa catena interpretativa?
    Scrive Soffici che la sua inchiesta parte da un disagio: «Eravamo cresciute in una bolla felice, nella certezza di essere libere, di poter vivere la vita che volevamo. Ma era solo un’illusione. Non era vero. Il cammino verso la parità dei diritti iniziato negli anni 70 si era interrotto». Una osservazione analoga si ritrova in un altro libro-inchiesta appena uscito, Pensare l’impossibile di Anais Ginori (Fandango, 160 pagine, 14 Euro, prefazione di Concita De Gregorio, vignette di Pat CArra), che però esplicita nel sottotitolo, «Donne che non si arrendono», un’intenzione di segno contrario, ed è esplicitamente attraversato in più d’una pagina dalla domanda su quale sia, se c’è, il rapporto fra la generazione del femminismo storico e quella delle trentenni di oggi, scosse dal torpore dai noti fatti di quest’ultimo anno che Ginori definisce «l’Anno Zero delle donne italiane». Anche lei scrive: «Le ragazze che ho incontrato per scrivere questo libro non sono tutte veline. Molte però provano un senso di disillusione. Sono cresciute pensando che i diritti erano tutti già conquistati, che la parità fosse un dato acquisito. Hanno scoperto che non è così». Viene da rispondere che se è così non tutti i mali, il sexgate berlusconiano compreso, vengono per nuocere. Ma forse è più chiaro a questo punto il senso delle citazioni di Carla Lonzi all’inizio di questo articolo: servono a ricordare due cose. Primo, che non siamo all’Anno Zero. Secondo, che il femminismo degli anni 70 ha messo al mondo una pratica di libertà che non si fida della parità e non si affida ai diritti, che si conquista e si riconquista ogni giorno e in ogni contesto di vita pubblica e personale, e che non si cristallizza in leggi e garanzie. Ricordarlo non serve, spero che sia chiaro, a prescriverla ad altre donne e a un altro tempo, cui magari si addicono tutt’altre pratiche. Serve però a smontare la riduzione - tutta costruita dalla vulgata mediatica di trent’anni - del femminismo come lotta lineare e progressiva per la parità e i diritti. E a ricordare che, come si evince da questi stessi due libri, «l’illusione» dei diritti può avere una conseguenza spoliticizzante per chi ci si affida come a delle garanzie che rendono superflue le battaglie di libertà.
    Pensare l’impossibile ha comunque il merito di rendere evidente un’agenda di questioni su cui «lo scontento delle più giovani» preme con maggiore urgenza. Si apre, intanto, con una inchiesta sulla tratta delle nigeriane: meritoria, perché quello del mercato internazionale del sesso, conseguenza tutt’altro che secondaria della globalizzazione, è uno dei tasselli che mancano alla chiacchiera infinita sul sexgate di casa nostra e sull’immaginario sessuale dei tempi nostri. E prosegue indagando sull’uso del corpo femminile nell’industria della pubblicità e della televisione, rendendo evidenti due stacchi cruciali rispetto agli anni 70: lo spostamento del fuoco dal corpo all’immagine del corpo, e lo spostamento della cornice dalla politica al mercato. Che cosa diventa o può diventare, la politica della libertà femminile, quando non si tratta del corpo ma dell’immagine, e si combatte non dentro e contro un contesto segnato dalla politica diffusa com’era nei 70, ma dentro e contro la dittatura del mercato, e quando la politica diventa mero esercizio del potere?
    Sono domande che varrebbe la pena di approfondire. Alain Touraine, nel libro che senza ombra di dubbio si può considerare l’unico testo maschile che abbia afferrato e registrato la qualità specifica della rivoluzione femminile novecentesca e il «cambiamento di prospettiva» sul mutamento sociale da essa indotto (Il mondo è delle donne, il Saggiatore, già recensito su queste pagine), aiuta a darsi alcune risposte. Interrogandosi sui cambiamenti generazionali nella storia delle donne degli ultimi decenni, Touraine registra uno degli spostamenti che questi libri segnalano, dalla capacità di lotta della generazione dei 70 all’idea oggi predominante «che le donne siano completamente dominante e manipolate, private di parole e di immagini proprie, e si trovino così ridotte a mera creazione del potere maschile», soprattutto il potere dei professionisti della comunicazione e della pubblicità. Una «immagine caricaturale», scrive Touraine, che rischia di diventare un’ideologia al servizio dello stesso potere maschile; per smontarla, aggiunge, è bene «cercare le attrici dietro le vittime», ovvero, con un gioco di parole, non cadere vittime della (auto)vittimizzazione e aprire gli occhi sulle strategie attive di vita, resistenza, creatività, costruzione di sé e trasformazione del mondo che sono maggioritarie nelle vite femminili di oggi successive alla «grande rivoluzione» dei 70.
    Occorre anche capire, scrive Touraine, che la sessualità è diventata, nelle società contemporanee, il terreno su cui per le donne si gioca una aspra battaglia sul confine fra costruzione consapevole di sé e mercificazione. La mappatura di questa battaglia comporta strumenti fini, che non possono esaurirsi nella denuncia estemporanea della galleria degli orrori che ci è passata davanti nell’ultimo anno. Sandra Puccini, nel suo prezioso [CORSIVO]Nude e crudi. Femminile e maschile nell’Italia di oggi (Donzelli, 200 pagine, 18 Euro), si mette e ci mette sulle tracce di un cambiamento dell’antropologia italiana che ruota attorno al cambiamento dei ruoli sessuali, che oggi esplode ma che è cominciato nei primi anni 80 (con Drive In), e lo storicizza proprio in rapporto alla rivoluzione femminista dei 70: «Contro le femministe sembravano prendere corpo immagini femminili costruite pescando nelle più arcaiche fantasie maschili: con l’antica scissione fra le donne tentatrici e peccaminose dell’immaginario erotico e le altre, quelle da sposare e con cui mettere su famiglia». Da allora a oggi non ci sono state solo la tv spazzatura e la pubblicità a fare la loro parte, ma un fascio di linguaggi che vanno dalla letteratura alla fiction alla fotografia sui settimanali di moda. E non hanno operato univocamente a svilire il corpo femminile, ma più sottilmente a costruire una «tirannia della bellezza» basata su messaggi ambivalenti e su una «molteplicità di rappresentazioni» che dava anche risposte, per quanto illusorie, a un desiderio di libertà e di autonomia, o dava corpo - anoressico - ai nuovi sintomi del disagio, il narcisismo in primo luogo, di quella che altri chiamano «società del godimento»: una società in cui erotismo, sessualità, pornografia tendono a sovrapporsi, e «fare sesso» si sostituisce a «fare l’amore»Crucialmente, scrive Puccini, non si è trattato solo di una manipolazione del femminile, bensì di una riscrittura del femminile e del maschile, dominata per un verso dalla tendenza alla confusività e all’omologazione androgina, per l’altro da un ripristino di maschere sessuali tradizionali - uomini violenti, donne docili - utili a placare l’ansia dovuta alla sparizione reali dei ruoli tradizionali. Una ottimma pista, che ha tra l’altro il merito di porci di fronte alla cruciale domanda: e degli uomini, che ne è stato nel frattempo?


I COMMENTI:
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  • Purtroppo non ho scritto correttamente il mio post, volevo scrivere "non ho mai visto" e "nel senso più intimo e profondo" specie alla fine volevo dire "penso che questo spieghi la sua candidatura coi radicali"
    Scusate per gli errori 09-03-2010 17:07 - paolo1984
  • X Curzio

    sinceramente non ho ai visto un film erotico di Brass però conosco il personaggio attraverso le sue interviste, e apprezzo molto le sue parole a favore della libertà sessuale e per una sensualità giocosa (del resto mi pare che di recente anche il filosofo Giulio Giorello abbia parlato della lussuria come motore della conoscenza nel seno più intimo e profondo del termine). insomma Brass è un anarchico, libertario dell'eros penso che la sua candidatura coi radicali. 09-03-2010 16:29 - paolo1984
  • A quelle che parlano di bla bla, a quelli che parlano di coacervi e di "altisonanze", di "inverificabilita' " direi che l'articolo in questione e' proprio "azzeccato". Se si voleva una conferma di quello che Ida va affermando, eccola bella e pronta... E poi, prima di sputare giudizi, che almeno affinassero un po' le loro argomentazioni e che... lavorassero un po' "su di se'"... Direi loro inoltre che c'e' gente, come la Ida, che ha fatto le sue lotte, che ha lavorato "sulle idee" - e non sulle ideologie -, che ha ancora il "bruciore delle ferite sulla propria pelle", a differenza dei quattro sfaccendati che oggi si svendono in tv per "esperti"... Poi, si puo' pure non essere d'accordo con Ida , ma lo si faccia con "cognizione di causa". E magari prendano spunto dall'articolo - il quale appunto questo si limita a fare egregiamente - per provarsi a capire un po' "cosa succede attorno" - da cui certo non si possono escludere i modi di pensare che si accompagnano alle pratiche...- 09-03-2010 15:35 - mamzer
  • di un argomento tanto delicato è bene parlarne a priopri. visioni contrapposte arricchiscono le opinioni, sia che vengano da signore che si sentono parte in causa, sia che vengano da uomini che come il sottoscritto si rendono conto del sistema che abbiamo contribuito a creare. che l'immagine della donna dagli anni '70 ad oggi sia stat svilita dall'imperversare della tv commerciale credo sia indubbio. è anche vero pero' che l'impronta forte lasciata dal femminismo negli ultimi 30 anni abbia migliorato quella che di fatto è la qualità e quantità della libertà espressiva delle donne, sia in italia che nel resto d'Europa.
    permangono differnze retributive e di posizionamento all'inteno delle aziende. Rimane immutata l'immagine predominante della donna ornamento nel limitato campo visivo di alcuni italiani. ci sono pero' molte piu' donne autonome, ragazze anche giovani che mostrano voglia e capacità di essere indipendenti. Per arrivare ad affrancarsi del tutto io pero' che deve esseresconfitta la mentalità ancora diffusissima che vede nel matrimonio con un uomo benestante un "buon modo per sistemarsi". Nel 2010 un concetto del genre dovrebbe essere additato e stigmatizzato per la visione retrograda che comporta, come se l'unica possibilità di rivincita sociale fosse quella di accodarsi ad un uomo. Se tutti i meriti (scolastici e lavorativi) fossero riconosciuti, una prospettiva come quella di "sposare l'uomo ricco" sarebbe vista come dovrebbe: il malcelato atavico desiderio di ogni uomo di essere desiderato per cio' che possiede. Partendo da questa base si spiegano quasi tutti gli scandali (berlusconiani e non) cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi. 09-03-2010 14:31 - silvano
  • un articolo bellisssimo, con tante tante domande "oltre il pensiero".
    Letto e riletto.
    Segnalo, scusate la petulanza, due refusi:"più tempistica" : tempista o tempestiva e´ evidentemente l´ aggettivo cercato.
    "Che le donne siano completamente dominante e manipolate" : immagino si debba interndere dominate e manipolate. Anche se qui forse il desiderio e´ stato la madre del lapsus! 09-03-2010 12:42 - paul trevor
  • Sono negativamente colpito dallo sprezzante anti-femminismo di Giada e grazia d. secondo loro Simone De Beauvoir, Clara Zetkin Emma Ihrer, Rosa Luxemburg, Virginia Woolf e tante altre donne a cominciare dalla sfortunata Olympe De Gouges per poi passare alle suffragette si sono battute per niente? Consiglio a queste signore di aprire un libro di storia e mostrare un po' di gratitudine per le donne che prima di loro si sono battute affinchè loro potessero essere persone libere, con un ruolo sociale che potesse esprimersi anche al di fuori dell'ambito familiare, padrone del loro destino e del loro corpo e non più soltanto condannate ad essere "angeli del focolare". Per fare in modo che fare la casalinga fosse una scelta e non più un destino che spesso come unica alternativa aveva la povertà e il pubblico disprezzo.
    Ed è assurdo che a ricordare queste cose debba essere io che sono maschio. 09-03-2010 12:29 - paolo1984
  • Un coacervo di ovvietà,di inverificabili altisonanti asserzioni,la stessa maledetta pretesa di irregimentare la gente anche a letto...ed è meglio fermarsi qui...
    Di questo femminismo se ne può fare tranquillamente a meno. 09-03-2010 12:05 - Stefano
  • Scusate, ma nei film di Tinto Brass quale concezione della donna si può trovare? la possiamo definire berlusconiana? se la risposta è positiva, cosa ne pensate della candidatura del regista da parte dei radicali? ovvero da parte della femminista Bonino? 09-03-2010 11:54 - curzio
  • bellissimo articolo. Io faccio fatica non solo a spiegare la fatica di vivere in questa società, ma anche molta fatica, enorme, mastodontica, inutile quasi sempre, a spiegarlo agli uomini con cui ho relazioni sentimentali. Grazie Ida Dominijanni 09-03-2010 11:12 - nadia marino
  • quanti blablabla...è significativo che alla sbrodolata della dominijanni abbiano risposto solo in due.maschi,peraltro!
    il fatto è che non esiste la donna. esistono le donne.ed oggi le donne sono belle incasinate...solo quelle garantite hanno tempo e modo di perder tempo come fa la ida... 09-03-2010 10:53 - grazia d.
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