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FUORIPAGINA
14/03/2010
  •   |   Anna Villa
    Quanto sono diseguali le pari opportunità

    In Italia il reddito di una donna è in media poco meno della metà di quello di un uomo, un indicatore di disuguaglianza di genere che dovrebbe fare notizia. Ancora più gravi sono i divari in alcune regioni italiane, ma - paradossalmente - non esistono dati su redditi e tipologie di contratti di lavoro che distinguano tra uomini e donne a livello regionale. 
    Alla vigilia delle elezioni regionali, la Campagna Sbilanciamoci ha pubblicato un rapporto con i dati sulla Qualità regionale dello sviluppo (Quars, la più accurata misura di benessere regionale esistente in Italia) relativi alle pari opportunità. Quattro le dimensioni considerate: partecipazione politica (quota di donne presenti nei consigli regionali) ed economica (differenza tra i tassi di attività femminile e maschile) e politiche per l'autodeterminazione della donna (asili nido comunali e consultori familiari).
    I risultati mostrano un'Italia sempre più divisa, con buoni risultati delle regioni centrali, dati superiori alla media al Nord e del tutto insufficienti al Sud; in testa alla classifica si colloca la Valle d'Aosta per il dato elevatissimo sui consultori, seguita dalla Toscana. Staccate dalla vetta Emilia-Romagna, Marche, Umbria e Piemonte, con buoni risultati in tutti gli indicatori. Sopra la media troviamoTrentino-Alto Adige, Lombardia, Liguria e Veneto. 
    Sotto la media il Lazio, e poi Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Sardegna e Basilicata. Nel gruppo di coda Molise, Calabria e Sicilia e poi le due maglie nere: Campania e Puglia.
    Tra i dati più significativi - da ricordare alle prossime elezioni - la quota di donne presenti nei Consigli regionali: la Toscana ha il miglior risultato, con oltre un quarto dei consiglieri donne; le regioni del Centro-Nord si collocano sopra il 10%, ad eccezione di Liguria e Friuli (7,5% e 5,1%), fanalino di coda la Puglia, con solo il 2,9% di donne nel Consiglio regionale. 
    La partecipazione al mercato del lavoro riflette il classico divario nord-sud: la differenza fra i tassi di attività maschile e femminile è intorno a 15 punti percentuali in Valle d'Aosta, Emilia-Romagna, Umbria e Piemonte, mentre raddoppia in Puglia, Sicilia e Campania.
    Se passiamo ai confronti internazionali, la situazione italiana risulta disastrosa. Il Rapporto sullo Sviluppo Umano dell'UNDP calcola l'indicatore di Gender empowerment che misura le disparità di genere nella partecipazione alla vita economica e politica. L'Italia si colloca al 21esimo posto su 109 paesi; è al 64esimo posto per numero di parlamentari donna (20%), al 40esimo per la percentuale di donne amministratrici di impresa o manager (34%), al 79esimo per la percentuale di donne che fanno lavori in cui è richiesta una capacità tecnica di alto profilo (47%) e al 118esimo per divario di reddito tra uomini e donne. Peggio ancora la posizione italiana nel Gender equity index (l'indice di equità di genere) calcolato da Social Watch, una rete di organizzazioni sociali attiva in sessanta paesi. L'Italia è al 70esimo posto su centocinquantasette paesi, con valori poco sopra la media mondiale e molto sotto la media europea. 


    Il rapporto Politiche di genere si può scaricare da www.sbilanciamoci.org. La versione completa dell'articolo è su www.sbilanciamoci.info.


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