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FUORIPAGINA
17/03/2010
  •   |   Antonio Sciotto
    Telefono anticrisi per gli imprenditori

    Tutto il Paese soffre la crisi, ma al Nord est si vive con un’intensità maggiore: forse perché prima tutto marciava a duemila, e ogni piccolo imprenditore – come raccontano qui – «c’aveva la sua casetta, la sua macchinetta». Ora, spesso, la casetta e la macchinetta sono pignorati: le banche chiudono la porta, le grandi imprese non pagano i conti, come le pubbliche amministrazioni. Devi licenziare i dipendenti, non puoi più assicurare benessere alla famiglia. Crolla tutto, il successo svanisce, nessuno ti aiuta: ecco i suicidi a catena, 14 imprenditori nel solo Veneto, e 7 operai nell’ultimo anno. Ma ben 4 imprenditori a Padova, da fine 2009. Nella città di Sant’Antonio sembra essere concentrato il «cuore» della crisi, almeno psicologicamente, e qui hanno attivato un numero verde (800-510052) per offrire un aiuto, capire come trovare la soluzione ai problemi economici. Ma non solo, perché spesso telefonano imprenditori, ma anche lavoratori, sull’orlo di una crisi personale, e in cui la ferita è più forte: a rischio, insomma, e allora partono i servizi psicologici.
    Siamo andati a parlare con gli operatori del «Telefono anticrisi»: Federica Bruni, una di loro (sono in tutto cinque), ci ha ricevuto alla Casa del Colore, un centro che raccoglie varie associazioni della cooperazione sociale. Il call center è stato istituito da Comune, Provincia e Camera di Commercio, e dovrebbe servire solo il territorio padovano. Ma quello che è straordinario, è che arrivano telefonate da tutta Italia: «Roma, Napoli, Ascoli, Torino, Catania, l’ultima da Chieti – spiega Federica – Lo abbiamo segnalato a Unioncamere, perché magari metta su un servizio simile in tutta Italia». Come spiega il presidente della Camera di commercio della città veneta, Roberto Furlan, non basta dare sostegni economici o di informazione, ma «è fondamentale e urgente occuparsi anche del disagio psicologico delle persone in difficoltà».
    Il «punto di caduta» è tutto concentrato sui piccoli imprenditori, che certo poi – quando chiudono – mettono nei guai anche i propri dipendenti. A Padova, dati della Cna, i fatturati a fine 2009 per i «piccoli» sono da precipizio: -40% il legno, -25% il tessile, -20% la meccanica e l’edilizia. Ecco l’«identikit» di chi telefona: artigiano, sui 40 anni, soprattutto uomini. «Fino al 2008 marciavano a piena velocità. Perciò hanno investito, assunto – ci spiega l’operatrice – Ma adesso, con la crisi, i rubinetti sono tutti chiusi: hanno poco fatturato e poco lavoro, sono già passati per le banche, che però gli hanno sbattuto le porte in faccia. "Anche per 2000 euro non sentono ragioni – mi ha detto un imprenditore – Mi chiudono il conto e io devo chiudere l’attività"».
    Federica ha davanti diversi fascicoli, su cui ha segnato tutte le storie e i problemi delle telefonate ricevute. Sono state 120 nei primi 4 giorni, a ritmi da record: una ogni quarto d’ora. «Noi scriviamo quello che ci dicono, e poi li richiamiamo quando abbiamo studiato una risposta: spesso basta metterli in contatto con le associazioni o trovare un diverso dialogo con le banche, anche se certo noi non intermediamo direttamente con il singolo istituto per il singolo imprenditore. Ma ad esempio è stato aperto un tavolo con tutti i soggetti del credito, per sensibilizzarli». Il numero verde, spiegano al call center, in realtà «è nato per morire»: nel senso che serve per «ammodernare» le associazioni, gli ordini professionali, le stesse banche e abituarli alla nuova fase, cercare gli strumenti per affrontare la crisi. Ma vista l’alta domanda, e la richiesta nazionale, è facile pensare che forse un servizio simile servirebbe più strutturalmente, e magari sul piano nazionale.
    Comunque chiamano tanti che sono «disorientati, spaventati», e se gli operatori capiscono che «la dimensione della ferita è grande», si studia il caso con gli psicologi della Medicina del Lavoro della Asl. E, chiesta autorizzazione all’imprenditore, si fornisce il numero di telefono direttamente a loro, in modo che siano gli psicologi a contattarlo. Possono intervenire anche gli assistenti sociali, in alcuni casi il Sert.
    Le storie sono anche molto diverse tra loro, spesso comunque c’è lo scontro tra la piccola impresa e quella grossa, che non paga. Un consulente del lavoro che siede vicino a Federica, ci porta l’esempio di un’azienda con 2000 dipendenti che da mesi non paga una subfornitrice di 10: «Questi li chiamano per sollecitare il pagamento, e loro – tranquillamente – rispondono di telefonare di nuovo a novembre».
    Altri hanno problemi con le agenzie di credito: «Un autotrasportatore è incastrato con un vecchio debito, e per questo oggi gli bloccano un leasing: così non può prendere il furgoncino, come gli chiede la Dhl: ma in questo modo non potrà neppure pagare il vecchio debito». Ancora, a bloccare è la pubblica amministrazione: «Un artigiano non ha più i soldi per pagarsi i contributi, quelli suoi personali: dunque non può avere il Durc, il certificato che dimostra di essere in regola, e così non può prendere nuovi appalti. A un altro il Comune nega la piazzola per farsi un chiosco, perché ha un debito con loro di 50 mila euro. Ma lui ha proposto di pagarlo entro 3 anni se gli danno quella piazzola. Così lo stesso Comune rischia di non vedere mai quei soldi».
    Ma ci sono anche storie più belle: un’imprenditrice di 72 anni deve chiudere la sua agenzia di viaggio di Jesolo, ma non è preoccupata. Ha chiesto a Federica di consigliarle la nuova attività per il futuro: «Mi dica come riposizionarmi nel mercato, sono 35 anni che lavoro e non voglio mollare».


I COMMENTI:
  • Ieri a Nocera Inferiore (sa) si e' suicidato un ex dipendente alvi: «Per la seconda volta mi ritrovo con un futuro incerto, forse licenziato…» ha scritto il in una lettera lasciata ai familiari. Per anni ispettore alla sicurezza per la catena di supermercati Alvi, da inizio 2010 ricopriva era il direttore di uno degli ex punti vendita a Nocera Superiore rilevati dalla società Alpa. 17-03-2010 14:43 - Antonio
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