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Raffaele Mastrolonardo, Simone Pieranni
Google trasloca ad Hong Kong. Le prime reazioni
Alla fine Google se ne va dalla Cina. O quasi. La mossa annunciata dal motore di ricerca era nell'aria da tempo ma le modalità hanno stupito gli osservatori. Il colosso del web ha comunicato che gli utenti che digiteranno l'indirizzo di Google nella versione cinese (www.google.cn) saranno reindirizzati sul sito della versione di Hong Kong (www.google.com.hk) dove i risultati delle ricerche non sono censurati. Più che un addio, insomma, un trasloco. Almeno fino a che Pechino non deciderà come comportarsi di fronte all'iniziativa. Come è noto, Hong Kong è amministrata secondo il principio “una nazione due sistemi” e gli utenti locali fino ad ora hanno avuto accesso a risultati non filtrati. Le prime reazioni delle autorità non sono improntate alla conciliazione. L'agenzia di stampa governativa ha citato un esponente del governo che ha definito la decisione “totalmente sbagliata”.
Osservazioni occidentali
In attesa delle prossime mosse, si può dare un'occhiata ai commenti e alle discussioni presenti in rete su una notizia che segnerà la storia dello sviluppo del Web. L'Economist, fedele alla linea, si concentra sulle possibili ripercussioni sull'immagine dell'azienda. Google, è il succo dell'analisi del settimanale, esce da un mercato nel quale non era riuscito ad imporsi (36 % delle ricerche contro il 58 % della star locale Baidu). “Una ritirata – si legge sul sito del settimanale – che potrebbe anche gettare nuova luce sulla stessa Google. E' spesso percepita come un'azienda di successo a causa della sua tecnologia avanzata ma, come rivela la faccenda cinese, questa funziona solo se le leggi locali consentono di effettuare link ai contenuti e di distribuirli senza interferenze. Se cambia il contesto legale e commerciale i risultati sono differenti”.
Più pungente Danny Sullivan di Search Engine Land, sito specializzato nel mercato dei motori di ricerca, dubbioso su quale sia il termine adatto per descrivere la decisione di ieri: “Invece dell'attesa, 'uscita' dalla Cina – spiega – Google spera ancora di poter agire all'interno del Paese. Tutto dipende da come reagirà il governo cinese e se deciderà di oscurare il dominio di Hong Kong nel caso Google continui ad aggirare le regole sulla censura”. Per Russell Leigh Moses, è giunto il momento di una presa di coscienza da parte dei boss dell'azienda. “I dirigenti sono stati costretti ad accettare quello che fino a pochi anni fa si rifiutavano di vedere: che Internet non cambierà la Cina almeno fino a che i dirigenti del Partito Comunista saranno intenzionati a cambiare Internet. […]. Questa enorme potenza di business ha scoperto che in una contesa tra un'impresa privata straniera e il Partito, vince sempre Pechino”, scrive l'analista ospitato su un blog del Wall Street Journal.
Reazioni cinesi
Ma le reazioni più appassionate all'annuncio di Google provengono dal web cinese dove da tempo la prospettiva di un addio del motore di Mountain View è oggetto di dibattito.
Tra gli abitanti della sfera pubblica virtuale di lingua cinese, qualcuno sceglie l'ironia: “Parlare di giustizia con il Partito comunista cinese, è come parlare di sesso con gli eunuchi” scrive [www.twitter.com/isaac] sul suo account Twitter Isaac Mao, noto blogger. Altri, invece, fanno professione di nazionalismo, invitano a non sottovalutare i complotti americani e a non fare dell'uscita di scena di Google una tragedia. “Come società americana Google – scrive Zhangguowaisui - è giunta in Cina per fare soldi, per non rispettare le leggi cinesi e sfidare la nostra dignità nazionale. Le proteste non servono, che Google lasci pure la Cina. Il caso di Google non è semplice, dietro c'è l'esistenza assoluta di un complotto politico, attraverso i dipartimenti dell'esercito statunitense cui Google e un'importante fonte di informazione”.
Una posizione antitetica esprime invece il blogger Xian Chengyue che mostra di preferire l'innovazione, da qualunque parte del mondo venga, al patriottismo: “Google è creativo, pieno di fascino e personalità, in pochi anni con il suo modo di consentire l'accesso all'informazione ha realizzato un cambiamento rivoluzionario. Ciascuno dei suoi prodotti è pieno di creatività e arte, è difficile non esserne attratti. Anche se nelle ricerche locali Baidu è meglio, non ho mai smesso di usare Google. Alcuni cinesi sono vittime di sentimenti xenofobi e nazionalisti finendo per definire Google come un traditore: se ci sbarazziamo delle forme migliori di capitalismo, cosa significano allora riforma e apertura?”.
Un sentimento analogo è condiviso dal noto blogger Hong Bo che colora l'addio del motore di ricerca di tinte crepuscolari: “YouTube, Facebook, Twitter, Blogger, WordPress, Google: i migliori servizi del web sono tutti lontani ormai dalla Cina (tutti sono censurati, ndr). Che si appresti ad arrivare una tragica epoca per il popolo cinese?”.
Nel frattempo, su Twitter, la discussione impazza. Per chi volesse provare a tenere dietro al frenetico susseguirsi di impressioni tipico di questa piattaforma il link è questo [http://twitter.com/#search?q=%23GoogleCN].
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