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Giuliana Sgrena
Iraq: dopo le elezioni le trattative
«Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno, e portino pace e stabilità all'Iraq», ha detto ieri Iyad Allawi, leader della coalizione elettorale vincente al Iraqiya, in una conferenza stampa con la quale ha segnalato la propria apertura a una trattativa con tutti i partiti per la formazione del nuovo governo. Una mano tesa soprattutto al premier uscente Nuri al Maliki. Il quale però continua a non riconoscere il risultato del voto comunicato dalla Commissione elettorale e avvalorato da tutti gli osservatori e dai tutori americani.
Iyad Allawi con la sua lista al Iraqiya ha vinto le elezioni, ma con 91 seggi è ben lontano dalla maggioranza in parlamento che ne richiede 163. Un'apertura è dunque indispensabile, ed anche ad ampio raggio. Allawi avrà un mese di tempo per formare il nuovo governo (il precedente ne aveva richiesti cinque), dopo di che, se fallisse, la parola passerebbe al presidente che deve essere eletto dal parlamento con i due terzi dei voti. Allawi ha affidato il difficile compito di trattare con i partiti a Rafi al Issawi, attuale vice presidente, sunnita.
Purtroppo il compito di Issawi non è facile. L'unica strada praticabile per Allawi sembrerebbe essere quella dell'unità nazionale con al Maliki, ma non è certamente la più semplice. E non solo perché l'ex premier si rifiuta di riconoscere il risultato elettorale, ma perché nel frattempo starebbe trattando con gli alleati di ieri, gli sciiti più radicali, per formare un'alleanza confessionale postelettorale tra la sua Coalizione per lo stato di diritto e l'Alleanza nazionale irachena (Ina). L'Ina - formata dallo Scii (Consiglio supremo islamico dell'Iraq, di Ammar al hakim), dal movimento di Muqtada al Sadr e la sua scissione Fadhila, oltre che dai transfughi del Dawa (il partito di al Maliki) come al Jafari - ha ottenuto 71 seggi che con gli 89 della Coalizione per lo stato di diritto raggiungerebbe i 160 voti, i tre che mancano sarebbero facilmente recuperabili tra le altre frange islamiste. Certo, Muqtada al Sadr, appena rientrato dall'Iran dove ha trascorso due anni a Qom, ha già detto che non è disposto a trattative per il governo, ma il leader radicale sciita non sarebbe nuovo a compromessi per il potere. Del resto il pragmatismo degli islamisti non è prerogativa solo di Muqtada.
Certo un'alleanza di questo tipo non solo premierebbe l'arroganza di Nuri al Maliki, penalizzato dal voto, ma rafforzerebbe la componente filo-iraniana, che invece i sostenitori di Allawi temono, e il settarismo nei confronti dei sunniti. Che Nuri al Maliki ha favorito fino all'ultimo permettendo le manovre della commissione per la debaathizzazione, guidata da Ahmed al Chalabi candidato di Ina, che alla vigilia del voto voleva escludere 500 candidati sunniti (in maggioranza nelle liste di al Iraqiya e Uniti per l'Iraq del ministro degli interni Jowad al Bolani). I ricorsi hanno poi ridotto la lista a 145, ma tra questi vi sono sicuramente degli eletti, che succederà? Non solo, al Maliki ha anche cercato di impedire l'entrata di sunniti nell'esercito, formato in stragrande maggioranza da sciiti oltre che dai peshmerga kurdi.
Se, come sostiene Abdel bari Atwan, editore del giornale al Quds al Arabi, «i sunniti hanno votato per Allawi che è sciita, perché vogliono una reale identità irachena e vogliono mettere fine all'influenza iraniana diffusa nel paese», una soluzione «confessionale» sciita provocherebbe una grossa delusione che rischierebbe di dare la stura a nuove violenze.
«Inoltre, gli iracheni vogliono un governo laico, non ne possono più del settarismo. Aspirano a un Iraq che garantisca stabilità, democrazia, diritti umani e uguaglianza. Non vogliono religiosi alla guida del loro governo» ha aggiunto Abdel bari Atwan.
L'analisi dell'editore corrisponde alle impressioni e a quella voglia di cambiamento e di secolarizzazione che avevamo notato durante un recente viaggio in Iraq. Del resto la laicità fa parte del Dna degli iracheni che non la devono certo mutuare dall'esterno: quello che è stato loro imposto dopo la caduta di Saddam è invece un modello che cerca di scimmiottare quello iraniano, magari con un volto un po' più umano, senza però riuscire ad imporlo. E non solo perché la sovranità irachena è ancora limitata dalla presenza americana (che non ha certo ostacolato lo stato islamico in Afghanistan) ma perché sono gli iracheni ad opporsi. E non solo i sunniti e i kurdi. Certo Allawi se può essere una garanzia di laicità non lo è altrettanto per la democrazia e per i diritti umani (leggi profilo). Ma purtroppo non lo sono nemmeno i suoi oppositori religiosi, sia «moderati» che radicali.
Un'alleanza di Allawi con le forze laiche potrebbe sbarrare la strada ai filo-iraniani, ma purtroppo i laici non hanno i numeri. Con i 91 seggi di al Iraqiya più i 43 dell'Alleanza kurda, gli 8 della Coalizione del cambiamento kurda, i 6 di Uniti per l'Iraq non si arriva alla maggioranza. C'è ancora qualche seggio che non sappiamo a chi è andato o andrà, ma temiamo che i laici non vadano oltre. Una presenza laica così forte in parlamento non è comunque da sottovalutare e, nonostante i compromessi che si faranno e si dovranno fare per governare, speriamo che almeno questa volta non si facciano sulla pelle delle donne. Che comunque hanno avuto un protagonismo nella campagna elettorale e saranno il 25% in parlamento, anche se sappiamo che non tutte saranno pronte a battersi per i diritti delle donne.
Intanto, per rassicurare gli iraniani, il presidente iracheno Talabani si è recato a Tehran.
- allawi è un moderato capace di cambiare il paese. 30-03-2010 14:28 - alessandro zonetti
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