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FUORIPAGINA
01/04/2010
  •   |   Michele Fumagallo
    I segreti di Potenza

    Forse aiuta più l'arte, magari il cinema, a penetrare dentro una vicenda dai lati oscuri e angoscianti, oltre che terribilmente tragica. Parliamo del caso di Elisa Claps, la giovane sedicenne scomparsa ma barbaramente uccisa nella tarda mattinata del 12 settembre del 1993 nella centrale Chiesa della Santissima Trinità, a Potenza. Il corpo di Elisa, mummificato e consumato, è stato ritrovato in un sottotetto della chiesa il 17 marzo scorso, cioè circa diciassette anni dopo la sua scomparsa. Ma i colpi di scena si moltiplicano vertiginosamente in questa vicenda avvalorando sempre di più la tesi della violenza sessuale e dell'omicidio avvenuti nei locali sovrastanti la chiesa. E ogni giorno c'è una novità che getta luce inquietante non solo sull'assassinio di una giovane donna ma soprattutto su ciò che ha circondato e accompagnato quest'avvenimento tragico. Diciassette anni che coincidono con la cosiddetta "seconda repubblica", che a Potenza come altrove non ha lasciato che un'oscillazione tra il vecchio, abbandonato senza farvi i conti, e il nuovo, del tutto simile se non peggio al passato. Ma forse è utile descrivere un po' il clima di questi anni, in una città e una regione del Sud che ha fallito in gran parte i propositi di sviluppo, nuovo ed equilibrato negli anni, del centro sinistra che ha imperversato quasi ovunque in regione dopo il crollo della Dc dei primi anni '90.
    Cittadina cresciuta a dismisura attorno agli impieghi pubblici per lo più clientelari, Potenza è oggi il risultato di anni in cui era possibile invertire una tendenza al caos urbanistico prodotto degli anni '60 e '70 del secolo scorso, all'abnorme accentramento regionale in un capoluogo che invece avrebbe potuto giocare bene la sua carta di "città tra paesi" (è il titolo di un vecchio libro di versi di uno dei poeti migliori, il lucano Vito Riviello, recentemente scomparso) in uno sviluppo armonico dell'intera regione, molto estesa in territorio (si chiama fortuna, non handicap, come pensano gli incapaci di uno sviluppo nuovo) ma con una popolazione intorno ai seicentomila abitanti. Invece questi anni hanno fatto da incubazione della nuova emigrazione che è ricominciata da tempo, spia fondamentale del fallimento di una classe dirigente che non ha mai avuto tanti soldi da spendere ma nello stesso tempo, mai ha dimostrato tanta incapacità di "produrre" per gli altri, non per sé. E' un fenomeno che purtroppo si sta generalizzando in tutta Italia ma al Sud è il discorso di sempre, il vecchio clientelismo, magari camuffato da modernità e linguaggio inglese, a farla da padrone. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, e quasi ovunque nella regione si respira il desiderio di fuggire, di trovare altrove la propria strada.
    È dentro questo "involucro" che matura il caso di Elisa. Un caso che sta calamitando l'attenzione della cronaca nazionale e oltre: il maggiore sospettato dell'omicidio, Danilo Restivo, che incontrò la ragazza in chiesa quella tarda mattina, oggi trentasettenne, risiede in Inghilterra a Bornemouth, a circa 150 chilometri da Londra, e non è mai stato del tutto mollato dall'investigazione inglese per l'omicidio di una donna, avvenuto anni fa nei pressi della sua abitazione, di cui fu il maggiore sospettato per elementi che riportavano alla scomparsa della ragazza potentina. La donna, Heather Barnett, fu trovata morta con i seni asportati e due ciocche di capelli in mano. Restivo, che tutti a Potenza descrivono come un ragazzo viziato e complessato con manie molestatrici verso le donne, figlio del direttore della biblioteca nazionale di Potenza, Maurizio, siciliano in trasferta nel capoluogo lucano, nipote di un democristiano un tempo potente, aveva questa mania di tagliare ciocche di capelli alle ragazze.
    Dicevamo dell'arte all'inizio, per l'evidente somiglianza con un film che fu un caso notevolissimo di successo televisivo in tutto il mondo venti anni fa: «I segreti di Twin Peaks» del geniale David Linch. Lì, la morte orrenda di una ragazza era il pretesto per penetrare in una cittadina dove, come si suol dire in questi casi, l'innocenza (che però non esiste mai) era andata in frantumi appena lo choc della scoperta del corpo della ragazza aveva cominciato ad aprire gli occhi a molti sul vero volto della città. Qui, a Potenza, lo choc, dopo quello iniziale della scomparsa e la sostanziale diluizione nel tempo (siamo o non siamo in una cittadina del Sud a regime morbidamente cattolico?), è esploso veramente soltanto al ritrovamento del corpo di Elisa, mercoledì 17 marzo, dentro un abbaino sopra la chiesa. Una chiesa dove tutti vi hanno passeggiato davanti per anni, «senza sapere». Un'angoscia inquietante, non c'è che dire; anzi «una tristezza infinita» secondo il più famoso scrittore lucano, Gaetano Cappelli, che si è espresso in questo modo: «Mentre la cercavamo dappertutto, Elisa, vestita della sua maglietta bianca e i sandali blu della sua ultima estate, se ne stava seduta come un angelo protettore proprio sopra le nostre teste mentre noi passeggiavamo sul corso. Lì, sul tetto di quella chiesa dove molte tra le sue amiche si saranno in questi anni sposate e avranno poi battezzato i loro bambini proprio come lei avrà sognato di fare». Un altro elemento decisivo che è stato di fatto trascurato, mentre è invece nella sua semplice verità, l'elemento fondante, è questo: Elisa era una donna, non semplicemente una persona. La neutralità di genere non solo non ha aiutato a capire ma ha in parte contribuito a deviare addirittura dalla comprensione di quanto accadeva allora e quanto è accaduto negli anni. Così l'angoscia di chi ha vissuto la tragedia in prima persona - innanzitutto Filomena, la madre di Elisa, che ha urlato sempre la sua certezza sulla morte della figlia e il suo sentore che non avesse mai abbandonato quella chiesa (tutte cose dimostratesi vere anni dopo) - e di una cittadina, rimasta profondamente "democristiana", non può far trascurare quindi le domande più semplici da rivolgere a molti, a partire dai primi inquirenti e dai ceti egemoni in città. La prima innanzitutto: come mai nessuno, tranne i familiari e chi gli è stato vicino, ha urlato, anche nei momenti caldi del dopo scomparsa nel 1993, la semplice verità che riportava immediatamente alla possibile violenza sessuale? Come mai, di conseguenza, non ci si è concentrati ossessivamente su questo incalzando gli avvenimenti che avrebbero probabilmente risolto la questione? Come mai, persino in chi si è battuto per Elisa, è penetrato il germe del potere "forte", quindi "inattaccabile", quando invece le cose si dirigevano verso una complicità chiara, fatta di cultura cattolica pervasiva, omertosa, di fatto antifemminile a dispetto dei proclami ipocriti sulla donna? Meno di un anno fa, un'altra giovane donna, Grazia Gioviale, è stata uccisa dal suo corteggiatore a Tito, paese dell'hinterland del capoluogo. Un fatto ricordato in città nell'ottobre scorso da un convegno sul femminicidio rivelatore di molteplici "non detti" che offuscano la mente di molti. Il caso di Elisa Claps è la spia di questo occultamento di genere che ha spento le antenne anche dei più avveduti, prigionieri della ricerca di una verità "a prescindere". Cioè a prescindere dal fatto che l'uccisa è una donna, e non a caso. Ha amareggiato quindi, in questi anni, l'assenza quasi totale di un punto di vista femminile forte, di cui si è avvertita la mancanza come l'aria. E così, occultamento di genere, chiesa cattolica non in grado di guardare in se stessa perché soffocata da una cultura maschile che distorce la visione della donna, e, infine, atomizzazione dopo la crisi verticale delle organizzazioni di massa, sono diventati in questi anni una miscela soporifera.
    Sui muri di Potenza campeggia ancora il manifesto pasoliniano con il volto di Elisa e la scritta «io so». Perché ciò che più sconcerta è proprio una verità che hanno "saputo" tutti. Tutti spettegolavano in privato sul vecchio parroco della chiesa. Tutti hanno sempre saputo che Danilo Restivo era probabilmente il colpevole della scomparsa (o di qualcosa di peggio) di Elisa. Tutti sapevano che nei locali adiacenti e sovrastanti alla chiesa si andava per amoreggiare, o per pomiciare, come dicono senza perifrasi molti. Tutti sapevano, eppure sono passati tantissimi anni. Ne sarebbero passati di più se il corpo della povera ragazza non fosse stato trovato casualmente (casualmente?) in una mattina di marzo da operai andati per riparare perdite d'acqua. Pochi insomma hanno drammatizzato come si doveva. A partire dal vecchio parroco della chiesa che chiude il tempio (aveva un potere assoluto da tantissimi anni su quell'edificio) e va a passare le acque a Fiuggi il pomeriggio della scomparsa della ragazza, senza neanche porsi il problema che una ragazza vista in chiesa poche ore prima è scomparsa e ha lasciato famiglia e città in forte preoccupazione. Per proseguire con una politica e una società incapace di "vedere", di "sentire" perché ha perso il contatto con se stessa, è prigioniera di un autismo che nessun movimento è riuscito a scalfire perché nessun movimento è riuscito davvero a cambiare i modelli di comportamento e di consumo riappropriandosi della propria vita senza delegarla a nessuno (chiesa compresa, ovviamente).
    E' dagli inizi di aprile nelle sale il film di un figlio di questa terra, Rocco Papaleo, che col suo «Basilicata coast to coast» tenta un nuovo approccio ai suoi luoghi. Un viaggio di perlustrazione, a ritmo jazzistico, da dove vengono fuori i pezzi di una verità che ognuno può ricomporre come crede (non è ancora giunta l'epoca della "sintesi"). Ma cosa si trova alla fine del percorso? «Alla fine di questo mio film - dice l'attore e oggi neo regista lucano - , ho visto con altri occhi la mia terra e anche me stesso. Uno dei miei personaggi si definisce, alla fine di quest'avventura, 'spurgato'. Ecco, nel rapporto con la Basilicata, con Lauria, mio paese d'origine da cui scappai a diciott'anni, così mi sento anch'io adesso: 'spurgato'». Naturalmente ciò che è possibile nell'arte, che è sempre finzione, è molto più difficile nella vita che è invece maledettamente reale. Così come ciò che è possibile per una persona singola è più complicato per un intero popolo.
    Saprà Potenza spurgarsi, cioè guardare in se stessa alla ricerca di una possibile, sia pur dolorosa, verità cui rimanda il tragico episodio di Elisa?
    Davanti alla chiesa incriminata si sono accumulati per giorni fiori e pensieri di tanti. Naturalmente è sempre il web il luogo del dibattito più acceso. Tra le richieste di molti, in rete, c'è quella della distruzione della chiesa per edificarvi una piazza in nome di Elisa. E' una scelta provocatoria e radicale, sicuramente di effetto. Ma forse non sarebbe quella più giusta. Più giusta, forse, sarebbe una sconsacrazione di quel tempio, da adibire magari a luogo di "culto" della memoria della violenza sulle donne. In nome di Elisa, ovviamente. Un luogo che ricordi che c'è stato un giorno a Potenza, circa diciassette anni fa, in cui una ragazza, piena di voglia di vivere e agli albori della maturità, è entrata in una delle chiese principali della città, e ne è uscita cadavere, dopo essersi probabilmente ribellata a una violenza sessuale e per questo orrendamente assassinata. Continuare come prima non è più possibile, sia per le persone (per le donne, innanzitutto) che per la città. O è possibile soltanto pagando il duro prezzo della necrosi sociale


I COMMENTI:
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  • Giovanni
    ..ma non dire scemenze! 02-04-2010 01:34 - ema
  • Ottimo l'articolo. Ma riconosciamo pure che la Basilicata è la regione più "rossa" d'Italia. 01-04-2010 22:08 - Giovanni
  • La mamma di quella ragazza uccisa,violentata e nascosta per tanti anni,ha detto che la figlia non entrerà mai più in una chiesa.
    Sono anni che si nascondevano le vergogne di una provincia democristiana e clericale, che sotto la cenere dell'incenso versato, nasconde cadaveri e vizzi sconcertanti.
    Fate sposare i preti e cambiate la chiesa cattolica, in una chiesa moderna.
    Via tutto quel ciarpame che allontana la gente da Cristo e da una fede, senza colpa.
    Quì chi ha sbagliato,sono gli uomini moralisti,che nascondono le loro passioni e le trasformano in deviazioni e pedofilia.
    Basta,con questa chiesa che puzza di "santità".
    Basta coi miracoli e con il sangue sciolto.
    Come cattolico,sono disqustato da una chiesa vecchia e reazionaria.
    Don Milani,i preti operai e i giovani cristiani che ballano,vivono la loro cristianità,senza tanti tabù e tante rinunce.
    Loro sono, la chiesa che salverà la fede.
    Ma cosa aspettano tutti questi cappelloni tempestati di diamanti a lasciare la chiesa e ridarla al popolo.
    Fellini,fece di questi preti,un grande affresco e li condannò.
    Ma gli artisti,non hanno futuro,in tempi di restaurazione! 01-04-2010 18:59 - maurizio mariani
  • "Un ragazzo viziato": cioè, cresciuto nella bambagia, senza la minima consapevolezza di dovere del rispetto agli altri, e soprattutto alle altre, educato a sentirsi un dio in terra per il semplice fatto di essere un maschio. Tra le tante cause del delitto c'è anche questa. Quando si smetterà di educare le figlie a comportarsi "da femmine" e i figli "da maschi"? Qualcosa si sta muovendo, ma
    troppo poco e troppo lentamente. 01-04-2010 18:15 - Irene
  • l'articolo fa delle relazioni che a qualcuno probabilmente appariranno azzardate ma che a mio avviso sono invece molto assennate. In questa tragedia raccapricciante, tale Danilo Restivo, nel caso sia lo psicopatico che si sospetta, sembra davvero un personaggio uscito da un romanzo noir, così come l'omertà di tanti residenti. Per quanto riguarda la questione più generale del cattolicesimo, di un cattolicesimo che non è una scelta personale ma una condizione a cui si è culturalmente destinati se si cresce in determinate aree (non dmentichiamo che la Basilicata è la terra dove sono stati effettuati gli studi di E.Banfield i quali hanno portato alla tesi del cosiddetto 'familismo amorale'), un'alternativa può essere solo quella di dare riferimenti altri, soprattutto agli adolescenti. Se non hai a disposizione librerie, concerti musicali, mostre d'arte, cinema, bancarelle, piccoli e grandi eventi culturali, luoghi di aggregazione 'autonomi' (che possono essere sia un centro sociale ma anche un pub), e, certo, anche forme elementari di mobilitazione sociale (una volta un effetto minimo di compensazione di tutte queste cose lo assolvevano le feste dell'Unità), è praticamente quasi del tutto impossibile 'spurgarsi' in direzione di modelli più laici, meno tradizionalisti. Perchè poi il problema non è la tradizione in sè, ma il fatto che questa sia l'unico "orizzonte" possibile, che l'esistenza del resto del pianeta sia solo ipotizzata, un'idea comunque che rimanda a qualcosa di estraneo e fastidioso. Il problema non è il dialetto, ma il fatto che si sappia parlare solo in dialetto. Questo articolo mette il dito su quelle che io considero due tra le maggiori ferite del meridione: l'abusivismo edilizio, che rende i luoghi come quello descritto brutti perchè insignificanti, luoghi di passaggio, senza riferimento alcuno, senza soluzioni di continuità, formicai dove esiste solo il centro commerciale come riferimento di "civilizzazione". E il senso di "beatitudine" che si pone come un dominio totalizzante sul senso comune di larga parte del meridione. Se così stanno le cose, sono gli operatori culturali (dalla scuola agli organizzatori di eventi) a doversi porre maggiormente la questione. Posto che un certo grado di sottosviluppo, oltre che perpetuato da un'economia in crisi, è anche avallato dalle mafie che hanno interessi sia materiali sia, più indirettamente, ideologici, a mantenere uno stato di minorità permanente. 01-04-2010 17:45 - Lpz
  • Purtroppo non leggo il Manifesto tutti i giorni, ma quando lo faccio mi rendo conto della qualità di chi vi scrive. Questo articolo è splendido perché dice ciò che finora non è mai stato detto su Elisa e la sua terribile vicenda, perché svela senza ipocrisie l'unica "colpa" di una ragazza di sedici anni e di tante vittime della violenza: essere donna. 01-04-2010 17:02 - Valeria Meili
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