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Francesco Piccioni
Epifani ha un'idea, maggioritaria
La platea ascolta con attenzione. Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, interviene a fine mattinata al congresso della Fiom. E ci si attende che risponda ai problemi posti da Gianni Rinaldini il giorno prima (risposta unitaria alla crisi, rinnovamento e autonomia del sindacato, blocco dei licenziamenti e «piano del lavoro», conferma del disconoscimento dell'«accordo separato» senza «rientri in silenzio», regole e democrazia su contratti e relazioni intersindacali, ma anche all'interno della Cgil). Avranno poche risposte, e non positive.
Epifani esordisce notando l'abissale differenza di clima con il precedente congresso Fiom (stesso luogo, stessi protagonisti), ma subito dopo chiude rapidamente il capitolo dei rapporti di forza interni: «C'è un orientamento maggioritario, e questo deve essere di riferimento per tutti». Anche se, naturalmente, «bisogna prestare attenzione ai contenuti» della mozione uscita minoritaria.
Snobba le contestazioni rivolte ad alcune votazioni congressuali, e accenna alla «perfettibilità delle regole interne» (una delle richieste della «mozione 2»), sia secondo «i criteri qui accennati che secondo altri» da vedere tra 20 giorni a Rimini. O dopo.
Poi indirizza tutto il suo lungo intervento sulle critiche al governo. Individua le origini della crisi globale in una cultura imprenditoriale («un'ideologia») «che fa delle diseguaglianze il motore della crescita per tutti», creando asimmetrie in serie (di potere, profitti, diritti, ecc). Crisi che imporrebbe allo stato di avere una politica industriale capace di supplire le evidenti distorsioni dell'iniziativa privata, sempre pronta - specie con le multinazionali - a prendere cappello e delocalizzare altrove. Lo si vede persino con la Fiat, ormai con la mente a Detroit, «che in assenza di una politica industriale fa quello che vuole; e anche con qualche arroganza di troppo». Epifani confessa a un certo punto di «aver provato un brivido per la schiena» nel sentir dire a Tremonti che «non possiamo usare i soldi dei poveri del Nord per aiutare i ricchi ladri del Sud», come se ci fossero delle zone buone o cattive da proteggere o abbandonare. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale con ben altre caratteristiche rispetto a quelle tremontiane.
Ma non cambia idea sul modo in cui la Cgil ha affrontato governo e Confindustria in quest'ultimo anno e mezzo: «non credo che abbiamo sbagliato». La critica che, in materia, gli viene avanzata in molti interventi è però precisa: «una risposta attendista di tempi migliori, al massimo di riduzione del danno». E invece bisognerebbe «rispondere subito, dopo sarà troppo tardi».
Si nota in Epifani, anche nel tono, la volontà di non urtare la sensibilità - notoriamente elevata e senza diplomazie- della platea. Ma alla fine «una differenza di opinioni» il segretario generale deve evidenziarla, e riguarda la politica contrattuale futura. Certo, la Cgil ha fatto bene a non firmare l'«accordo separato», ma i contratti di categoria fin qui siglati insieme a Cisl e Uil - «alcuni buoni, altri meno» - starebbero disegnando una verifica della possibilità di arrivare a un «modello» meno inaccettabile. E dà anche i tempi: «due anni», il tempo della «sperimentazione» già fissato da governo e imprese. Le ragioni sono retoricamente non nuove («non possiamo restare nell'angolo, anche se ci vorrebbero relegare nell'angolo»), fino a teorizzare «un sindacato che non contratta perde di identità», affiancando appunto la contrattazione pratica alla «democrazia e al conflitto» che Rinaldini aveva indicato come «gli unici strumenti di cui disponiamo».
È il segnale che non ci potrà essere alcuna conclusione unitaria, né per il congresso Fiom né per quello confederale. Da un lato la minoranza «epifaniana» in Fiom, coordinata da Fausto Durante, starebbe preparando un documento alternativo a quello di Rinaldini. Dall'altro, storici esponenti della sinistra sindacale, come Giorgio Cremaschi, ne trae la conclusione che «quella di Epifani è una linea di rientro e non di lotta per mettere in discussione l'accordo separato».
Non lesina razionale arrabbiatura nemmeno Giorgio Airaudo, neosegretario della Fiom piemontese, che ha colto nell'atteggiamento di Epifani una segno di «autosufficienza della maggioranza che ha già provocato disastri nella sinistra politica». Airaudo non vede «alcun dialogo con i contenuti prodotti dalla pratica e dalla discussione dei metalmeccanici», tanto è vero che Epifani «non tiene conto del fatto che il prossimo anno ci sarà la presentazione della piattaforma contrattuale». Pensare a «rientrare ai tavoli» tra due anni bypassando questa scadenza è un brutto segnale. Perché presenta i metalmeccanici Fiom una «fastidiosa anomalia», con un atteggiamento non troppo lontano da quanti - da anni - «pensano che quest'anomalia possa essere risolta dai padroni e dalla crisi». Ma, promette, non avverrà neanche stavolta.
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Teoria di riduzione del danno ma anche di adesione sostanziale alla ideologia della Marcegaglia e di Bersani. 17-04-2010 11:01 - pietro ancona
Dove il movimento operaio a segnato pagine di storia di lotte di classe.
Dove anche gli americani,ne avevano timore e foraggiavano i democristiani per impedire l'avanzata dei rossi.
In una Italia così,abbiamo i peggiori contratti in Europa e siamo trattati peggio di ogni altro operaio europeo.
La CGIL,ha delle grandi responsabilità e deve rendere conto di questo.
La CGIL in questi ultimi anni è stata insieme alle altre confederazioni e ne ha assunto tutte le peggiori abitudini.
Ora si tratta di far rinascere il sindacato o di lasciarlo marcire fino alla sua eliminazione.
Senza sindacato il movimento operaio non avrà più nessuno che lo difendi,ma non avrà neanche un sindacato di burocrati che chiedono la tangente con il tesseramento.
Cosa fare oggi?
Io credo che difendere questo sindacato è un suicidio.
Difendere un sindacato di classe che lotta per la classe lavoratrice E SI LIBERA DI TUTTA QUELLA ZAVORRA CHE HA ACCUMULATO IN ANNI DI UNITÀ SINDACALE.
Brutte abitudini che hanno fatto fuggire i lavoratori in idee leghiste e qualunquiste.
Tornare a fare il sindacalista d'assalto.
Un lavoratore che lotta insieme ai suoi colleghi,come una avanguardia operaia.
Io non butto un sindacato così.
Io sto con un sindacato di classe e per questo sono pronto a combattere fino alla morte.
Ma per un sindacato che è tutto meno che un sindacato,non mi chiamate a difenderlo.
Non ci sarò.
Meglio niente che una cosa contro natura! 16-04-2010 22:08 - maurizio mariani
E non è colpa di Piccioni! 16-04-2010 20:50 - Giovanni