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Arianna Di Genova
Rivolta femminile nelle foto proibite
Il velo? È una questione individuale, non può essere né imposto né vietato per legge. Shadi Ghadirian, classe 1974, fotografa di punta della nuova onda artistica iraniana, non ha dubbi su come ci si debba comportare. Soprattutto, vivendo a Tehran, guarda e ascolta la realtà intorno a sé e la trasfigura con buone dosi di ironia. Così se il chador a volte diventa uno strumento di negazione del corpo femminile e della sua identità che va verso il mondo come un network, Ghadirian ci «ricama» sopra (nel senso letterale della parola), lo rende pura decorazione, quasi un calligrafico ghirigoro di henné e «nasconde» gli occhi della donna che lo indossa con una serie di oggetti domestici, dalla
grattugia al pentolino per il latte fino alle tazze da tè. Perché è lo sguardo per primo a esercitare il diritto alla ribellione, trasformando un corpo privato (e censurato) in un soggetto dalla potente detonazione politica.Ghadirian non è riuscita a ottenere il visto e quindi non ha potuto presenziare
all'inaugurazione della collettiva Memorie Velate, la mostra dedicata alle artiste
del'Iran, perno della XIV Biennale Donna di Ferrara (Palazzo Massari, fino al 13
giugno). Organizzata dall'Udi, con il contributo delle Gallerie d'arte moderna e
contemporanea e i Musei civicite antica, la rassegna gode di un'intensità particolare che affonda le sue radici nel presente e nella cronaca di un paese dai tratti schizofrenici. All'avanguardia culturale per la sua gioventù «informata» (la Rivoluzione verde ha messo in evidenza bene l'energia vitale e prorompente degli studenti universitari) e pronto alla repressione di ogni istanza innovativa. Capita quindi che visitare una mostra possa significare anche entrare a capofitto, attraverso la porta principale, dentro le contraddizioni drammatiche dell'Iran attuale.
«Inizialmente, ho voluto scegliere artiste di una fascia di età che andasse dai 35 ai 45 anni - spiega la curatrice Silvia Cirelli - nonostante non tutte risiedessero ancora nel loro paese. Mi interessava soprattutto il loro attaccamento a una integrità culturale e la speranza che nutrivano per un
cambiamento futuro. Nessuna di loro infatti, sia che viva in Svezia, in Germania o in Francia, ha reciso i legami con la propria terra». Spesso bandite in patria, queste artiste che riflettono sulla condizione femminile senza dover redigere nessun trattato teorico ma semplicemente con la forza delle loro immagini, vanno avanti imperterrite, scontando anche la cancellazione del loro lavoro, con mostre controllate e chiuse per offesa alla religione o al pudore. Certo non piacciono a Tehran le prostitute piazzate in pose oscene da Shirin Fakhim: le sue sono marionette disarticolate, assemblage di materiali di uso comune
(meloni al posto dei seni, zuccheriere per cappello, vecchi stracci a sottolineare
il fisico pieno di curve seducenti) ma in città ci sono quelle vere e sono moltissime, sferzate dalle leggi islamiche eppure ridotte alla schiavitù del sesso da «disgrazie» sociali, come la vedovanza o il ripudio maschile.
Il nastro dei temi che scorre nelle sale della mostra ha una densa stratificazione nella Storia. Si può andare dalla visualizzazione delle torture subìte dagli oppositori politici (le porta alla ribalta Parastou Forouhar, che ha incisa sulla sua pelle l'uccisione dei genitori) alle antiche leggende persiane. Come quella poetica «Chelgis» (quaranta trecce) reinterpretata da Mandana
Moghaddam (vive tra Goteborg e Tehran) con l'utilizzo di veri capelli umani.
Si narra la storia di una fanciulla bellissima tenuta prigioniera da un mostro in
un giardino recintato. Mandana ne approfitta per far rinascere il mito: un grande lastrone di cemento è tenuto sollevato da terra da lunghe trecce al posto delle normali corde per la trazione. Il potere della volontà femminile ha qualcosa di incantato contro cui si infrange la rigida solidità del principio maschile, sempre uguale a se stesso, noioso guardiano della tradizione. «La treccia col nastro rosso è simbolo di brio, sensibilità e pacata luminosità femminile - racconta Moghaddam - È ciò che rende sostenibile il pesante blocco di cemento, tenendolo sospeso...».
C'è anche un’altra installazione a testimoniare le ambiguità delle metamorfosi:
questa volta il corpo della donna è gonfio di vita, ma la ragazza incinta che compare nelle immagini fotografiche viene progressivamente «annegata» in un'acqua primordiale e soffocante. L'intimità di un momento esistenziale, come la gravidanza, diventa presagio di un seppellimento sociale, una gabbia di morte.
Fra chi ha lasciato l'Iran per volgere lo sguardo in bilico tra mondo occidentale e
islamico troviamo pure Ghazel. «Non mi considero un'esiliata - dice - Detesto
quando mi chiamano 'emigrata'. Sono un ibrido, una nomade...». Nasce da qui, da questa erranza, un’affinità elettiva con i clandestini o gli espatriati che mette in scena nel suo film Home pensato per il Festival di teatro della Biennale di Venezia del 2005: Ghazel invitava ognuno a rappresentare liberamente la propria idea di casa, poi tornava sui suoi passi due anni dopo per «controllare» cosa fosse accaduto di quei desideri e fantasie. E quando invece capitò a lei di essere espulsa per mancanza di permesso di soggiorno, Ghazel di quella esperienza di privazione di identità ne ha fatto un’opera dal titolo Wanted: in una serie ossessiva di poster che tappezzavano i muri di Montpellier si offriva
a un qualche marito generoso, così da poter ottenere la residenza. A Ferrara propone Me, videoinstallazione dal sapore autobiografico che gioca con le proprie esperienze quotidiane, frammenti cuciti insieme senza alcun nesso narrativo, costellati di momenti tragicomici.Ma è la documentarista Firouzeh Khosrovani a offrire nel suo film uno spaccato sconvolgente e diacronico dell'uso politico del corpo della donna: dalla Rivoluzione islamica a oggi, la fisicità femminile non addomesticabile ha sempre costituito un problema per le autorità dell'Iran. Fino alla decisione sconcertante di mutilare i manichini delle vetrine dei loro attributi sessuali (mutilazione dei seni e dei capelli), illudendosi di poter tagliare via la pulsione erotica e con essa i «pericoli» connessi alla libertà.
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