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FUORIPAGINA
25/04/2010
  •   |   Giorgio Salvetti
    Il 25 aprile del presidente

    «Il 25 aprile non è solo la festa della Liberazione, è la festa della riunificazione dell’Italia». Il discorso tenuto ieri dal presidente Giorgio Napolitano alla Scala di
    Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, non è solo un richiamo rituale
    o retorico per le celebrazioni del 65° anniversario della Resistenza. Si tratta
    piuttosto di un invito a coniugare al presente quello che fu l’atto costitutivo
    della Repubblica italiana. Da qui il nesso con il 150° anniversario dell’unità
    del paese che Napolitano difende da ogni attacco liquidando come «sgangherate battute» le polemiche che lo stanno segnando. «Solo se ci si
    pone fuori dalla storia e dalla realtà - ha ammonito il presidente - si possono
    evocare con nostalgia o tornare a immaginare più entità statuali separate
    nelle nostra penisola». La Lega è avvisata.
    Napolitano ha richiamato tutti a riconoscere nella Resistenza e nel Risorgimento
    una base comune. Al di là delle contrapposizioni di parte. Ma senza che questo significhi banalizzare o minimizzare la dialettica e il dibattito tra le diverse componenti politiche. Parole ineccepibili che hanno raccolto il lungo e unanime applauso del pubblico che ieri sera era presente alla manifestazione organizzata dall’Anpi. Anche Silvio Berlusconi, in prima fila, si è alzato in piedi è ha partecipato alla standing ovation. Il coro delle reazioni politiche non fa che rendere omaggio al presidente. E persino il leghista Calderoli non può fare a meno che condividere, almeno a parole, l’appello presidenziale all’unità nazionale.
    La lunga giornata milanese di Napolitano era iniziata ieri mattina all’Auditorium
    di Milano dove è stato eseguito «Il canto sospeso» in memoria di Luigi Nono nel ventesimo anniversario della morte. Dopo il pranzo in prefettura, il presidente è arrivato alle 17 alla Scala dove è stato accolto da un Silvio Berlusconi che si è autodefinito «radioso» e che ha ingannato l’attesa scambiando qualche battuta con Rosy Bindi. Ad aspettare il presidente c’erano anche il sindaco di Milano, Letizia Moratti, il governatore lombardo Formigoni, il presidente della provincia
    di Milano Guido Podestà e Piero Fassino.
    Dopo l’inno di Mameli eseguito dal direttore d’orchestra Daniel Barenboim,
    e il ricordo ad Arturo Toscanini, Napolitano è salito sul palco salutato da due minuti di applausi. «Si tratta di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale - ha attaccato - bisogna fare uno sforzo collettivo per declinare la Resistenza correttamente, in termini condivisibili e non settari». Da qui l’invito «ad uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse nazionale. Per Napolitano sul 25 aprile è necessaria «una limpida e mirata convergenza tra forze destinate a restare distanti in una democrazia dell’alternanza». Per questo occorre un «clima nuovo» che però non implica affatto «la rimozione di ogni conflitto sociale e politico, o la mortificazione di una naturale dialettica in particolare tra forze di maggioranza e di opposizione». Napolitano ha citato anche un passaggio del discorso che fece Berlusconi lo scorso 25 aprile a Onna. «Il nostro paese ha un debito indistinguibile - ha ripetuto - verso quei tanti giovani che hanno sacrificato la propria vita per riscattare l’onore della patria».
    Tutti i caduti vanno rispettati. Ma attenzione, «senza che questo significhi
    neutralità». Napolitano stigmatizza «rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza». Invita a ricordarla senza «tacerne limiti e ombre», ma senza che ciò conduca mai «a sommarie svalutazioni e denigrazioni». Il presidente,
    ad esempio, parla di piazzale Loreto come di «uno scenario di orrore che replicò altri orrori inscenati in precedenza nello stesso luogo». Ma ribadisce che «anche studiosi attenti a cogliere molteplici dimensioni del fenomeno della Resistenza, compresa quella di guerra civile, non ne hanno certo mai negato o sminuito quello di guerra patriottica». Poi si commuove mentre ricorda e invita a ricordare
    Sandro Pertini. La Scala applaude, tutti in piedi. Napolitano scende dal palco
    e stringe la mano anche a Berlusconi. Qualcuno dal loggione fischia. Il presidente del consiglio incassa e parla di «cerimonia commovente» e di «intervento toccante». Poi se ne va. Oggi il vero presidente non è lui.
    Al di là delle transenne qualche centinaio di curiosi guarda sfilare il corteo di auto blu. Nel pomeriggio la polizia ha punito e messo a tacere con qualche
    manganellata i lavoratori della Scala che manifestavano contro i tagli dei finanziamenti allo spettacolo. Resta solo qualche contestatore isolato e il divieto di esporre striscioni. Alla Scala sono andate in scena le istituzioni, la piazza vera a Milano sarà però con il consueto corteo da porta Venezia a piazza Duomo. All’ultimo momento Letizia Moratti ha fatto sapere che ci sarà anche se non parlerà dal palco. Il difficile compito di rappresentare le istituzioni milanesi toccherà al presidente della provincia Guido Podestà che già si aspetta i fischi.


I COMMENTI:
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  • Napolitano apri gli occhi e non farti infinocchiare dagli incantatori di serpenti o cabarettisti col parrucchino, per il bene di tutti noi. 25-04-2010 14:33 - ioemazen58
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