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FUORIPAGINA
26/04/2010
  •   |   Matteo Bartocci
    "Uscita al centro dalla crisi"

    Crisi della destra, il «nuovo centro» di De Benedetti e Marchionne, il 25 aprile e le riforme, la scomparsa della sinistra e il necessario «big bang» dell'opposizione. È un cerchio assai ampio quello che Fausto Bertinotti disegna in questa intervista al manifesto. Ruota attorno alla necessità per la sinistra di legare due temi tra loro connessi: ricostruire la democrazia oltre le lacerazioni oligarchiche e «cambiare il modo di fare politica per cambiare la politica», cioè superare l'attuale assetto dei partiti. Inevitabile, però, partire dallo scontro nel Pdl, dalla bufera su Fini e la presidenza della camera. «Dire che la democrazia costituzionale antifascista è in crisi è un eufemismo - commenta Bertinotti - non stiamo assistendo a un semplice logoramento del sistema democratico ma a un suo reale rovesciamento. Siamo così abituati al fatto che la costituzione materiale ha divorato la Carta fondamentale che le sgrammaticature sembrano poca cosa».
    E invece i presidenti del senato e del consiglio che chiedono le dimissioni del presidente della camera per un conflitto di partito sono un inedito.
    Se la Costituzione vigesse ancora sarebbe inammissibile. Chiedono le dimissioni di Fini perché non dovrebbe esprimersi politicamente e perché non può farlo in termini critici verso il presidente del consiglio. Dal punto di vista istituzionale è un'aberrazione. Il presidente della camera è un «facitore di democrazia parlamentare». Il suo intervento politico, con misura, è lecito.
    Le polemiche su di lei, la spilletta della pace il 2 giugno o «il poeta morente» riferito a Prodi, fanno un po' sorridere.
    Anche i giornali democratici mi posero degli aut-aut. Il governismo - o come dice Agamben la «governamentalità» - è diffuso in tutta la politica. L'unica dimensione in campo è l'esecutivo. E l'unico sovrano che nessuno può discutere è il governo.
    E' questo secondo lei l'oggetto del contendere nella destra?
    Chi come noi viene dal '900 misura il conflitto in termini programmatici. Per noi destra-centro-sinistra si distinguono sul piano del programma. Da tempo invece nel campo della politica sono apparsi altri «animali»: valori, disvalori, simboli, gesti, movenze dello spettacolo. Non sono snob, non è una fauna insignificante. La sinistra è spiazzata anche perché non riesce a capire questo campo della contesa politica. In questa forma nuova lo scontro nella destra è asperrimo. Berlusconi ha vinto nell'immediato perché ha ridotto al minimo l'avversario. Ma Fini ha già vinto perché ha messo un sasso nel berlusconismo costringendolo a modificare il suo rapporto con la politica.
    In base a questa nuova «fauna», perché è accaduto?
    Perché sul piano dei valori e dei principi il contrasto nel Pdl riguarda innanzitutto una forma del partito che allude alla forma della democrazia e delle istituzioni. Mi sembrano fermi all'XI congresso del Pci, quando la maggioranza diceva «ma che vorrà questo Ingrao che si sofferma solo sul dissenso e sul dubbio?». Secondo: sul terreno dei principi discutono di immigrazione e giustizia. Fini e i suoi hanno votato tutte le leggi in parlamento ma nell'ispirazione oggi sembrano distinguersi. Se si passa infine al piano simbolico, il video con i gesti di Berlusconi e la ribellione di Fini al «principe» entra nell'immaginario in modo potentissimo. Inutile chiedergli «ma tu su cosa dissenti?» Fini ti risponderebbe: «Su tutto». L'ultimo elemento di rottura è la messa in discussione dell'autorità del capo. A sinistra un po' meno ma il dissenso è normale in tutti i partiti del mondo. Nel berlusconismo è impossibile. E se c'è è esplosivo.
    Il 25 aprile. Un anno fa Berlusconi a Onna era all'apice del consenso e illustrò un programma ambizioso. Un anno dopo sembra franato tutto. Che cosa è cambiato?
    Un anno dopo stiamo peggio. L'anno scorso Berlusconi inghiotte il 25 aprile come «festa della libertà» in un nuovo assetto politico e istituzionale. Proponeva un'operazione egemonica. Ma cosa accade dopo? Oltre alle divisioni e agli scandali accade la crisi economica. La vittoria delle destre alle elezioni ci sorprende perché la crisi mette molto in difficoltà il governo e il suo blocco sociale. Solo lo stato comatoso della sinistra gli consente il recupero elettorale. Nel frattempo lo scontro tra costituzione materiale - leggi, decreti, contratti - e Carta fondamentale è andato avanti fino al punto di collassare. Non siamo solo nella crisi della democrazia repubblicana, in quest'anno abbiamo assistito alla costruzione di una democrazia oligarchica.
    Oggi il 25 aprile cos'è?
    E' la traduzione dell'antifascismo nella Costituzione. Quando Brunetta e Berlusconi attaccano la Carta «bolscevica» fanno una vera operazione culturale. Ma il 25 aprile proprio perché è diventato la Costituzione non è che lo puoi mangiare come un serpente l'uccellino. Provi a inglobarlo celebrativamente ma il contenuto della Costituzione - l'articolo 1, 3, 11... - ti è indigeribile. Non puoi smantellare l'uguaglianza e mantenere questa Costituzione fondata sul lavoro e la divisione dei poteri. In un anno di crisi il governo del fare non ha fatto nulla. Se non distanziandosi dalla società: vuole mano libera sul lavoro e fa l'accordo separato, vuole leggi scomode e fa i decreti con fiducia, vuole i soldi al Nord e fa l'autonomia fiscale. E' cioè una plutocrazia in quanto comando dei potentati economici, una cleptocrazia in quanto rottura della legalità e una videocrazia come dominio dei media. In breve: siamo in una democrazia oligarchica, il popolo si esprime ma a decidere sono le oligarchie.
    E' inevitabile però che qualcuno, magari il capo dello stato, ricordi il 25 aprile per chiedere una revisione condivisa della Costituzione. In questo quadro come si può parlare di riforme?
    E' una discussione grottesca che va rovesciata. Servono riforme non per il governo ma per la democrazia. Se prendiamo sul serio il 25 aprile e il 1 maggio dobbiamo ammettere che non siamo al «tradimento» della Costituzione come diceva Calamandrei ma al suo rovesciamento. Il nesso 25 aprile-riforme è contraddittorio. Può essere accettato solo dando un carattere riduttivo o celebrativo alla Liberazione. Non dico che con Berlusconi non si possono fare le riforme. Dico che non si possono fare le riforme perché il tema è la ricostruzione della democrazia, non l'adeguamento delle forme di governo alla controriforma già realizzata. Napolitano ha i suoi doveri istituzionali ma la sinistra ne ha altri. Accettare di discutere la seconda parte della Costituzione lasciando intatta la prima, che è stata demolita, è come minimo ipocrita.
    Il precipitare della Seconda Repubblica è la fine del bipolarismo o questa crisi oligarchica rafforzerà Pd e Pdl?
    La crisi della destra è tale che può anche partorire una nuova forza politica. Ma indubbiamente è in campo anche un altro progetto più ambizioso. L'idea di uscire da questa crisi politica ed economica facendo evolvere la destra verso il centro.
    Immagina un nuovo centro?
    Mi ha colpito molto leggere sul Foglio un intervento di Carlo De Benedetti, secondo me una piattaforma programmatica di un nuovo centro. Quello schema è incompatibile con il centrosinistra. Riduzione delle tasse, prolungamento dell'età pensionabile, patto tra produttori senza che i lavoratori possano avere una soggettività politica. Sarò Fiat-centrico ma mi pare in perfetta sintonia con la grande svolta di Marchionne. Anche nel confronto sull'auto emerge un'idea dei rapporti sociali complementare a quella di De Benedetti. Il diritto di veto attribuito da Marchionne ai sindacati è il loro strangolamento. Perché un sindacato può essere autonomo, conflittuale e contrattuale solo in presenza di una continuità dell'azienda. Secondo me l'accoppiata De Benedetti-Marchionne, con questo cambiamento di registro, è l'ingresso in Italia di una borghesia trans-nazionale dopo quella delle grandi famiglie. Un altro capitalismo, mondiale, con una piattaforma che può essere il riferimento programmatico di una soggettività politica post-berlusconiana.
    È una parte del «big bang» della politica su cui si interroga da tempo?
    Sì e no. Mentre ci sono la contesa nella destra e le prove generali di un nuovo centro, la sinistra proprio non c'è. L'esito del «big bang» dipende dalla rinascita o no della sinistra. Ma per rinascere deve prendere atto di una verità durissima: il suo attuale assetto in partiti è un impedimento a questa rinascita. Daniel Cohn Bendit ha lanciato un appello in cui propone di creare una «cooperativa politica». Dice che i partiti - antichi luoghi di formazione di senso, apprendistato di cittadinanza, organizzazione democratica della società - sono diventati corpi separati incapaci non solo di realizzare il cambiamento ma perfino di accompagnarlo. Ormai le oligarchie dominano non solo la forma statuale ma anche le organizzazioni della vita politica. Se questa rivoluzione culturale non la fa la sinistra chi la fa? Per questo il «big bang» e la rinascita della sinistra viaggiano insieme alla modifica radicale dell'assetto politico del paese. Devono ambire a ricostruire la democrazia.
    Le sembra che il Pd o Bersani siano partecipi di questa ambizione?
    Io ho perso ed è sgradevole sembrare una mosca cocchiera. Però nel Pd il tema non è neanche sfiorato. C'è una coazione a ripetere: perdi le elezioni e vanno benino, la destra si rompe però è un brutto spettacolo, c'è una legge che cambia il mercato del lavoro e non te ne accorgi... Il Pd galleggia sull'esistente e questo francamente inquieta. Non penso a una responsabilità dei singoli ma che ci sia un elemento mortifero nella struttura dei partiti dell'opposizione. Il «big bang» è una liberazione di energie, una moltiplicazione di vitalità. Di fronte alla conflittualità dei gruppi dirigenti, l'impossibilità di discutere sui grandi temi di fondo, un rapporto precario e strumentale con i movimenti, la sinistra deve rovesciare la sua priorità: cambiare il modo di fare politica per cambiare la politica.


I COMMENTI:
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  • ECCO UNA DELLE TANTE PORCATE DEL SALOTTIERO BERTINOTTI E COMPANY
    vediamo quanto siete onesti voi del manifesto....pubblicatelo questo annuncio.
    UNA VOCE LIBERA, FUORI DAL CORO...FULVIO GRIMALDI
    1.572 membri...........


    campagna di sostegno a FULVIO GRIMALDI e alla libertà d'espressioneCategoria:Interessi Comuni - Cause e idealiDescrizione:
    Cari amici che avete la generosità di aver seguito e di seguire il mio lavoro a suo tempo sui giornali e in tv (Tg3), ora in rete (www.fulviogrimaldicontroblog.info) e con i video (documentari sulle situazioni di conflitto), vi racconto una vicenda del tutto esemplare per il quadro in cui ci muoviamo. E vi chiedo adesioni e supporto. Potrebbero essere importanti per l’esito finale.

    Il 9 maggio del 2003, collaboratore a contratto del quotidiano del PRC Liberazione, scrivevo nella mia rubrica un articolo su recenti accadimenti a Cuba che avevano visto la condanna a morte di tre terroristi, dirottatori a mano armata di un’imbarcazione cubana, e a pene detentive di altri 75. La valutazione di quei fatti non corrispondeva a quella data dall’allora segretario nazionale Fausto Bertinotti, né tantomeno allo tsunami di attacchi a Cuba da parte della destra mondiale, unanimi tutti nel deplorare il trattamento riservato a “intellettuali e giornalisti dissidenti”. Le mie informazioni, poi nel tempo confermate da documenti incontrovertibili, mi avevano fatto invece rivelare nell’articolo come quei “democratici dissidenti” fossero al soldo degli Stati Uniti e stessero preparando una campagna di azioni terroristiche, di cui il dirottamento sarebbe stato solo il primo. Erano cioè mercenari al soldo di uno Stato che lavorava per la distruzione della rivoluzione cubana. Il giorno successivo alla pubblicazione fui licenziato su due piedi, pur nel pieno di una campagna del PRC in difesa dell’articolo 18 aggredito. Non ricevetti la lettera di prammatica del direttore, Curzi, ma solo una telefonata dell’amministratore. Chiesi di ricevere una comunicazione ufficiale. Non la ricevetti. Ma alla rabbia di numerosi lettori e compagni del PCR, che si espressero contro il brutale provvedimento con oltre 2000 firme, Bertinotti, Curzi e la vice-direttrice Gagliardi risposero sul giornale e su altri mezzi d’informazione (Il Foglio, Radio Anch’io), affermando cose false: che avrei deviato dal tema assegnatomi, l’ambiente, o che avrei deviato dalla linea politica del partito.

    La prima giustificazione era falsa, perché fin dal primo giorno della mia collaborazione, 1999, avevo potuto occuparmi in articoli e rubriche di ogni tema che volessi scegliere. Una smentita radicale veniva poi dalle mie corrispondenze di guerra dai conflitti nei Balcani, in Palestina e in Iraq, tutti viaggi effettuati a spese mie. Anche la seconda spiegazione era indebita, giacchè della linea politica della maggioranza si trattava semmai, non di quella di tutto il partito, in quanto una forte minoranza appoggiava le mie valutazioni. Inoltre era sempre stato affermato dai vertici del partito che nel partito stesso, come nel giornale, doveva essere rispettato il massimo della dialettica e del pluralismo. Un articolo dello Statuto del PRC garantiva addirittura il diritto degli iscritti di manifestare le proprie critiche alla linea del partito, perfino all’esterno del partito stesso. Il diritto di replica alla false affermazioni dei vertici, assicurato dalla legge sulla stampa, mi venne sistematicamente negato.

    Da questa vicenda ricavai un forte danno, oltreché morale, professionale, di perdita di credibilità e di prestigio tra compagni e lettori, anche di riduzione del bacino di coloro che erano interessati ai miei documentari e libri. Feci causa e la vinsi. Il risarcimento del danno fu calcolato dal giudice in 100mila euro. Ora, sette anni dopo, il giudice d’appello, contravvenendo a una consolidata giurisprudenza in materia di cause di lavoro, ha rovesciato tale sentenza e mi ha imposto di restituire quella somma. Somma, che forte appunto di quella giurisprudenza, ho impegnato in gran parte nei viaggi che mi hanno permesso di realizzare i miei documentari da Iraq, Palestina, America Latina, Balcani. Si ricordi che quando vinsi la causa, Bertinotti era il segretario di un piccolo partito di opposizione, quando si avviò l’appello, però, l’uomo aveva assunto la terza carica dello Stato.
    A dispetto della sostanziale ingiustizia del provvedimento, ho offerto alla controparte una transazione per metà della somma. E’ stata respinta e mi si è manifestata l’intenzione di arrivare all’esecuzione, cioè al pignoramento di quanto possiedo. Sarebbe la fine della mia attività di militanza giornalistica, con ovvia soddisfazione di non pochi. Ho scritto a Paolo Ferrero, segretario del PRC, a Dino Greco, direttore di Liberazione, e a Roberto Natale, presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Ad oggi, nessuna risposta.

    Credo che a questo punto solo una forte pressione di quel pezzo di società che crede nell’informazione libera e nella libera espressione del pensiero, specie in un giornale e in un partito che si dicono comunisti, possa convincere i responsabili dal recedere da un comportamento che viola ogni principio normativo, etico e deontologico della mia professione. In attesa di altre iniziative cui sto pensando, come una conferenza stampa e uno sciopero della fame davanti alla sede di Liberazione e del PRC, chiedo alle persone di buona volontà di esprimere qui e in tutti i modi la solidarietà a questa causa di democrazia, giustizia e libertà. A una voce che rischia di essere soppressa. Grazie a tutti.
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    Informazioni di contatto
    Sito Web:http://www.fulviogrimaldicontroblog.info
    Pubblicato da caneliberonline 27-04-2010 14:13 - Caneliberonline.blogspot.com
  • Ancora parla, questo stronzo!
    Non gli bastano i danni che ha fatto?
    E mi meraviglio ( ma non troppo ) che voi del MANIFESTO diate spago a certa gente.
    Se c'è uno straccio di possibilità di rimettere in piedi qualcosa di sinistra, la condizione necessaria è fare tabula rasa di quelli che hanno sfasciato tutto, a cominciare da Bertinotti, il meno indicato a fare il padre nobile di una nuova sinistra. 27-04-2010 11:27 - pieroeffe
  • Scusate, ma se volete intestardirvi sui cialtroni al potere nella sinistra allora meglio sarebbe approfondire la figura di Stalin: storicamente avrebbe almeno un senso.
    Così, il vostro, è solo opportunismo ad ogni costo ed è solo per rapporto allo squallore generale dell'editoria che ogni tanto vi si cerca ancora in rete. Ed anche per un pò di nostalgia...
    Peccato, pensare che siete stati importanti in oltre 30 anni della mia vita politica.
    Saluti conformisti. 27-04-2010 09:51 - bruno gualco
  • Il Manifesto ha tutto il diritto di offrire spazio nelle sue pagine a chi vuole, ma almeno cerchi di essere più coerente. Da tempo questo giornale ha scelto di "fiancheggiare" le posizioni politiche di Vendola e Bertinotti, mostrando un certo disinteresse (o meglio dire fastidio) per altre posizioni presenti a sinistra. Per fare un solo esempio, ricordo il "tifo" fatto all'ultimo congresso del PRC per la corrente vendoliana che puntava al "superamento" non solo del PRC ma anche dell'intera storia comunista. Tutto legittimo, ma se il Manifesto ha scelto questo strada, farebbe bene a togliere l'intestazione "quotidiano comunista" che ancora campeggia sulla sua prima pagina. Sarebbe un contributo alla coerenza della sua linea politica e alla trasparenza nei confronti dei suoi lettori.
    P.s. Certo però che pure certi lettori del Manifesto in quanto a confusione mica scherzano... Imputare al povero Bertinotti la caduta del secondo governo Prodi e le due vittorie berlusconiane, dimenticando il riolo avuto nella distruzione della sinistra da parte del PD, è veramente ridicolo... 27-04-2010 09:45 - scinteia
  • Fausto Bertinotti ricomincia a ragionare.Ma secondo me due cose sono necessarie da subito . Andare oltre il bipolarismo costruendo una sinistra autonoma dal "centrosinistra".Essere fermi ed irremovibili su alcune questioni centrali. Guerra,armamenti,energia (e quindi no a rigassificatori e contributi a inceneritori), rifiuto del neoliberismo economico (e quindi basta precarieta',concertazione-ristribuzione immediata di risorse tra parte ricca e parte " povera" della popolazione.) 27-04-2010 09:27 - marco p.
  • che bertinotti sia autore di due crisi prodiane è un film di fantascienza,quando tutti sanno che non è così; ma siccome il giornale la repubblica questo sentenziò e contribui a far credere teniamoci questa balla assurda.
    che poi bertinotti lo scampellatore abbia fatto il tempo suo sono perfettamente d'accordo 27-04-2010 08:41 - angelo
  • Sempre a frignare e chiedere soldi. Che noia mortale. 27-04-2010 07:51 - Piero
  • Dunque il buon Bertì ha votato per la defiscalizzazione dell'impero al potere e viene a filosafare?
    Ha concorso a creare l'anomalia italiana è tenta di stare a galla con filosofie varie?
    E' evidente che lo stato sociale è sotto attacco, in quanto nel paese è in atto una concentrazione delle ricchezze e delle rissorse a danno delle classi meno abbienti che stanno perdendo sul fronte della sicurezza sociale, del diritto alla scuola, alla sanità, al lavoro e la sx si è sfaldata propio per questo per la macata tutela.
    Perchè chi si presentava a rappresentarla finiva con il dividere i pani ed i pesci alla mensa di Don Rodrigo!
    Ora la ricostruzione è difficile, forse difficilissima perchè in una società quando si inizia un processo sociale di decadimento si finisce con l'avere risalita solo dopo scossoni non indifferenti e dolorosi.
    Se Bertì ha pensato a quello e pensa a quello nella sua filosofia politica mi sembra poco consono per un politico che dovrebbe sempre e comunque pensare alla tutela delle masse mentre se arriva il big ben, sai che tutela! 27-04-2010 07:21 - Gromyko
  • Ma date ancora spazio a sto salottiero sfigato? Ma poi non era lui che parlava di Marchionne come della borghesia illuminata?E' stato lui e la sua cricca a farci sostenere due governi di macellai sociali che hanno frantumato i diritti dei lavoratori e l sinistra ed ora ha ancora il coraggio di parlare 27-04-2010 06:47 - vladimir
  • In questo mondo, tutte le democrazie sono oligarchiche. Quello che difetta nella 'democrazia' italiana non è tanto la forma costituzionale, bensì una lacuna culturale: l'incapacità, da parte del cittadino 'comune' di richiamare il politico, il potente di turno, e di esigere o una risposta per le sue azioni, oppure di avere gli strumenti a sua disposizione da permettergli di procedere alla sua censura/rimozione. In inglese, e vi scrivo dall'Australia, questo concetto si esprime in una sola parola 'accountability'. Ovvero, il politico deve rendere conto delle sue azioni ai suoi superiori: i cittadini che lo hanno eletto. Non credo sia un caso che questo concetto sia di difficile traduzione in italiano.
    La subordinazione, il timore di offendere il potente di turno, la subalternità culturale, mentale e materiale, sono difetti antichi della cultura italiana. Personalmente, preferisco attribuire la loro paternità, per cosi dire, all'influenza culturale esercitata dalla Chiesa che riassume in se gerarchicamente, non solo il potere, ma anche la verità. Berlusconi ha avuto la strada spianata, in questo senso, anche molto prima che nascesse. L'importanza dell'immagine, del simbolismo plastico l'ha capita la Chiesa già dai suoi esordi: dista anni luce dalla cultura della parola introiettata tipica del protestantesimo.
    Purtroppo, la cultura di sinistra di cui le macerie sparse up po' ovunque in Italia, privilegiava proprio quest’ultimo modo logocentrico di intendere la realtà, ed è per questo che era destinata inevitabilmente alla sconfitta. Quello che la sinistra italiana non ha capito, credo, è che ragionare sulle immagini è una modalità intrinsecamente di destra. Porta inevitabilmente al predominio di chi le elabora e le diffonde. E anche se questo lo facesse la 'sinistra' sarebbe la stessa cosa, le classi subalterne rimarrebbero comunque dove sono. Non è per questa via che si può trovare una soluzione a Berlusconi.
    Forse una possibilità nasce nella facoltà (nell'accezione inglese del termine 'empower') dei singoli e per estensione delle classi che essi esprimono nella dinamica concreta della loro esistenza materiale, di elaborare un proprio immaginario fatto di immagini e di parole, non verticistico ma orizzontale. In parole povere, di rovesciare l'estetica cosiddetta 'comune' che è stata creata ad arte per rafforzare il sistema sociale italiano, e sostituirà con l'estetica spicciola di milioni di partecipanti liberati dalla necessità di conformarsi ad un 'canone' di bon-ton prestabilito dalla gerarchie (ideologiche e capitalistiche). Assieme alla immagini viaggeranno i racconti, le storie di vissuti finora represse o ignorate. E ogni persona acquisterebbe la dignità che merita. Sono così, credo, che si potrà assistere alla rinascita della sinistra in Italia.
    Ma che dico! Non della sinistra, bensì, del mare nel quale potrà nuotare. 27-04-2010 04:34 - gerardo
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  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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