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Andrea Palladino
La carica dei 100 mila
È una sorta di referendum virale quello sull'acqua pubblica, quasi carbonaro. Ma funziona, contagia, rompe anche gli schemi classici dei partiti, unendo la sinistra in una operazione mai riuscita alle segreterie. Oltre centomila firme raccolte in poche ore, in migliaia di piazze italiane, in ogni regione, dai piccoli paesini della Puglia, fino alle grandi aree metropolitane del Nord Italia. È il numero del successo che in pochi si aspettavano, tanto che il Forum italiano dei movimenti per l'acqua si era posto come obiettivo - per dichiarare il successo - esattamente la metà dei consensi.
Ieri pomeriggio il quartier generale del Forum a Roma era letteralmente sommerso dalle richieste di nuovi moduli per la raccolta delle firme sui tre quesiti. Tantissime le città dove i banchetti hanno dovuto chiudere prima, con il cartello «tutto esaurito». Cifre record si sono avute nella regione Puglia, con dodicimila firme raccolte in solo giorno. A Roma le firme raccolte sono state diecimila, nei diversi banchetti sparsi nei municipi. A Torino, dove il centrosinistra ha perso le elezioni regionali su un tema delicato come quello dalla Tav, le firme sono state quattromila e cinquecento. La piccola provincia di Savona ha raccolto tra il 24 e il 25 aprile 4.200 firme; duemila a Modena, quasi cinquemila nelle Marche.
Già nei giorni precedenti il via alla raccolta l'aria che si respirava nei comitati era decisamente differente da quella abituale. L'indicazione di far collaborare sul territorio i diversi partiti della sinistra - da Sel a Rifondazione, dai Verdi a Sinistra critica - con le decine di associazioni e movimenti che dal 2006 compongono il popolo dei beni comuni ha funzionato. Ieri è arrivato il sostegno anche dei socialisti e della Sudtiroler Volkspartei, che hanno annunciato che collaboreranno alla raccolta firme. Ma la vera sorpresa è stato il Pd. Non l'apparato delle segreterie, ma i militanti, gli amministratori locali, le sezioni che vivono da vicino la privatizzazione dell'acqua, mascherata dietro il modello pubblico-privato. Ad Arezzo, prima città ad avere sperimentato l'arrivo delle multinazionali francesi, il sindaco del Pd ha firmato i tre moduli con quesiti chiarissimi: i privati non possono mettere piede nelle gestioni idriche. È bene ricordare che proprio in Toscana solo tre anni fa il centrosinistra bocciò una legge d'iniziativa popolare che era ben più timida rispetto alla proposta referendaria presentata dai movimenti in Cassazione il 31 marzo scorso. In alcune città della provincia di Roma - raccontano gli organizzatori del referendum - alcuni consiglieri comunali del Pd hanno stanno partecipando direttamente alla raccolta delle firme. Anche a Ravenna il sindaco del Pd ha firmato i tre quesiti, solo per citare i capoluoghi di provincia. E, in generale, in tutta Italia spesso sono loro a vestire i panni degli autenticatori. Dunque il tentativo in extremis di Pierluigi Bersani di boicottare il referendum - lanciando alla vigilia dell'inizio della raccolta firme una petizione sul disegno di legge degli ecodem, che mantiene la possibilità di gestione privata dell'acqua - non sta funzionando.
La domanda che più spesso viene fatta prima di firmare riguarda il marchio doc sui tre referendum. C'è una sorta di terrore di sbagliare, firmando il quesito sull'acqua presentato dall'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, in chiara contrapposizione a quelli dei movimenti. Basta annunciare - a quel punto - la paternità del Forum per l'acqua per avere garantita la fila davanti ai moduli. Anche le brochure preparate dell'organizzazione con l'illustrazione dei tre quesiti sono state spesso inutili. Bastava lo slogan "l'acqua non si vende" stampato con chiarezza sui manifesti per togliere ogni dubbio, senza dover convincere nessuno. Bastava dire chiaramente che l'obiettivo era quello di mandare via le multinazionali dell'acqua per far sparire ogni dubbio. E non è un caso il successo sorprendente venuto dalle città capofila delle privatizzazioni: Aprilia, Latina, la stessa Arezzo, la provincia di Roma, quella di Frosinone.
La sfida alla cultura della privatizzazione dei beni comuni è dunque partita bene. L'obiettivo di almeno settecentocinquantamila firme entro luglio è più che raggiungibile, visto che quasi il 12% è giù stato raggiunto nei due giorni di apertura dei banchetti. Nell'immediato l'appuntamento referendario avrà anche la forza per allargare a dismisura le centinaia di comitati per l'acqua pubblica già presenti in Italia, aprendo le porte di questo laboratorio ai partiti della sinistra. E' una finestra con aria nuova che si è aperta, un'occasione forse irripetibile.
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Invito però a ripassare la storia delle consultazioni referendarie in Italia: l'ultima volta che si è raggiunto il quorum per un referendum è stato 15 anni fa, l'11 giugno 1995 (l'ondata di 12 quesiti su un po' di tutto). Da allora hanno mancato il quorum i referendum del 1997 (caccia, obiezione di coscienza e altro), del 1999 (abolizione quota proporzionale), del 2000 (elettorale, abolizione art.18 e altro), del 2003 (estensione art.18 e altro), del 2005 (fecondazione assistita), del 2009 (elettorali).
Ogni volta, dopo il risultato, si dice che sarebbe opportuno eliminare la norma sul quorum. Non lo si fa mai. Il motivo è semplice: su qualunque argomento, una minoranza che sa di essere tale e che si oppone all'abolizione della norma, trova molto più comodo salire sulle spalle dei non votanti per diventare maggioranza anziché battersi per il No.
I promotori dei referendum sull'acqua (quelli buoni del Forum e quelli farlocchi dell'IdV) valutano che tutto questo entusiasmo nella raccolta di firme da parte dei cittadini già convinti si tradurrà in una maggioranza di voti degli elettori-telespettatori? Bene, buon lavoro: firmerò alla prima occasione in cui vedrò in giro un banchetto del Forum, poi spero di non trovarmi con le lobbies dell'acqua che leggono il mancato quorum come una conferma per i piani di privatizzazione. 28-04-2010 10:46 - kapro