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FUORIPAGINA
30/04/2010
  •   |   Matteo Bosco Bortolaso
    Una macchia nera sulla Casa bianca

    Cinquemila barili di petrolio al giorno riversati nel Golfo del Messico non aiutano Barack Obama, presidente che vuole più trivellazioni al largo delle coste americane, alla ricerca dell'oro nero. L'incidente della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon non mette a rischio soltanto cernie e sgombri, ma anche l'idea di una Casa bianca attenta più all'ecologia che agli interessi dei petrolieri. La macchia nera non è troppo lontana da New Orleans: ecco quindi il paragone tra il disastro Katrina per Bush e quello che potrebbe arrivare presto all'immagine di Obama.
    Ora che il danno è fatto, e che l'emorragia di petrolio continua, ci si accorge che la piattaforma di proprietà della British Petroleum non aveva una valvola di controllo a distanza, la quale avrebbe chiuso il pozzo sott'acqua da dove è uscita la macchia nera. Il meccanismo di salvataggio, attivato da segnali acustici, sarebbe entrato in funzione anche in caso di affondamento o di evacuazione del centro di estrazione, due eventualità che si sono puntualmente verificate.
    Si era discusso, diversi anni fa, sull'obbligo di installazione di valvole simili. La lobby del petrolio, però, sosteneva che «i benefici non avrebbero coperto i costi». Così l'agenzia del ministero degli interni che si occupa di trivellazioni, la Minerals Management, ha chiuso un occhio. In Norvegia e Brasile, due paesi che estraggono oro nero in mare, le valvole acustiche sono obbligatorie. In Gran Bretagna, dove ha sede la British Petroleum, no.
    Talvolta, comunque, aziende come Shell e Total le usano anche se non è richiesto dalla legge. Non è stato così al largo della costa della Louisiana, a un centinaio di chilometri dalla riserva naturale di Breton e ad una trentina dal delta del Mississippi, dove sorgeva un piccolo villaggio chiamato romanticamente Venice, distrutto dall'uragano Katrina. La settimana scorsa, sotto la piattaforma offshore, l'oro nero è uscito a fiotti violentissimi. Fuori controllo, il petrolio ha percorso le tubature della piattaforma, infiammandosi. L'intera costruzione è collassata.
    La valvola installata a Deepwater Horizon non poteva essere comandata a distanza. Sommergibili telecomandati hanno provato ad attivarla, fallendo. Le indagini della Minerals Managment cercheranno di capire perché la valvola, che doveva chiudersi automaticamente, ha fatto cilecca.
    Ora il petrolio viene bruciato, nel tentetivo di evitare un'espansione che ucciderà animali e ambiente. Per Anil Kulkarni, esperto di processi di combustione dell'università della Pennsylvania, «bruciarlo è la tecnica più rispettosa dell'ambiente a cui si possa pensare». Le conseguenze, comunque, non mancheranno, così come le sostanze inquinanti contenute nei fumi. E si potrà bruciare solo una piccola parte della macchia nera, grande ormai quanto la Jamaica.
    Rimodernare la piattaforma Deepwater Horizon con meccanismi tecnologicamente più avanzati poteva richiedere oltre mezzo miliardo di dollari. La British Petrolium, adesso, sta spendendo 6 milioni al giorno per arginare l'emorragia. Costi e benefici. Chissà quanto ci perderanno, chissà se avevano fatto bene i loro conti.
    Dopo l'incidente, al Congresso sono aumentati gli imbarazzi: i riflettori sono puntati proprio su quelle piattaforme cui Obama ha dato luce verde. «Il disastro che incombe sul Golfo del Messico potrebbe essere devastante», ha sottolineato il senatore repubblicano Richard Shelby, che ha poi ricordato le specie a rischio - balene, tonni, granchi, tartarughe marine, ostriche - e ha aggiunto che pure il turismo ne risentirebbe.
    Ben Cardin, deputato democratico, ha mostrato le immagini della macchia nera, chiedendosi cosa potrebbe accadere in un incidente simile, ma sulle coste atlantiche. «Una castrofe», ha risposto. Il deputato del Maryland, iscritto al partito di Obama, ha sottolineato che «questo episodio è avvenuto su una piattaforma di trivellazione tra le più avanzate al mondo: chiedo ai miei colleghi di dare un occhio a quello che sta accadendo nel Golfo del Messico».
    In effetti, la causa del disastro è da cercare proprio nelle debolezze dei politici, che non hanno regolamentato l'estrazione del petrolio. Il grido di allarme di Cardin, al momento, è comunque isolato. «È un'eccezione - dice il giornalista Jamie Dupree sull'Atlanta Constitutional Journal - ma scommetto che, se ci fosse un presidente repubblicano, gran parte dei democratici in Congresso sarebbe già furente. Il presidente, però, è del loro partito e preme per avere più petrolio offshore e più esplorazioni per il gas: e questo ha definitivamente indebolito la risposta democratica». Ora tutto dipende da dove andrà la macchia nera, che potrebbe dirigersi, più o meno indirettamente, verso la Casa bianca.


I COMMENTI:
  • non possono essere coricati alla collettività i disastri ambientali. le risorse energetiche e minerarie devono essere di proprietà nazionali.i profitti devono servire x la sicurezza e la riduzione delle sperequazioni sociali. il capitalismo e il liberalismo non garantiscono uno sviluppo armonico , casomai ne accentuano i contrasti.non Basta pagare i danni ambientali occorre condannare e togliere le licenze estrattive alle compagnie. senza ciò non esiste sviluppo solidale e stabilità economica. 01-05-2010 15:51 - giancarlo allevi
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