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Pavlos Nerantzis
In Grecia tutti accusano tutti
La partecipazione di massa allo sciopero di 48 ore dei dipendenti pubblici, come del resto i vari e successivi scioperi di categoria proclamati negli ultimi mesi, dopo l'annuncio del programma «lacrime e sangue» del governo socialista di Papandreou, ha messo in evidenza non solo la rabbia e la rassegnazione per ciò che si sta realizzando nel paese contro le classi economicamente più deboli, ma anche le carenze della società greca.
I sindacati ellenici mostrano un attivismo contro le «crudeli e brutali misure senza precedenti», ma anche una imperdonabile passività nell'elaborazione della situazione. Giorno dopo giorno cresce la rabbia, ma anche la conflittualità sociale.
L'immagine del paese in questo periodo potrebbe essere paragonata a quella di una nave pochi istanti prima del naufragio. I passeggeri di prima classe, quelli che hanno già esportato 10 miliardi di euro in banche estere, si allontanano sani e salvi e nel resto della nave c'è il panico. O meglio il disorientamento. Si salvi chi può. Unico mezzo di reazione rimane lo sciopero, «ma scioperare per chi e per cosa» è la frase che spesso si sente. «Per difendere i propri salari nel momento in cui ci siamo già sottomessi al controllo dell'Ue e del Fondo monetario internazionale?».
I dipendenti pubblici ce l'hanno con quelli del settore privato. «Noi siamo gli unici a pagare le tasse, mentre loro evadono», dicono. I liberi professionisti sono arrabbiati con quelli del settore pubblico, considerandoli responsabili della crisi economica, «o perché non lavorano, o perché sono stati assunti grazie ai loro rapporti clientelari con un parlamentare».
Il clientelismo, che ha fatto ingigantire il settore pubblico, gonfiando anche il debito, l'evasione fiscale (15 miliardi di euro all' anno con un economia sommersa pari al 25-30% del Pil), gli scandali e la corruzione, che parte dal parlamentare mai incriminato grazie alla legge sulla immunità parlamentare e arriva alle bustarelle che caratterizzano quasi ogni operazione dei cittadini con lo stato, sono le cause principali di questa crisi ellenica. Come del resto l'alterazione dei dati statistici greci, la speculazione dei mercati, le avidità dei banchieri, il comportamento scoordinato delle istituzioni europee e l'ostilità dei tedeschi, che hanno alla fine creato una miscela esplosiva che sta scoppiando.
L'arrivo del Fmi ha aggravato ulteriormente le carenze di una società già in crisi non solo economica, ma anche politica ed istituzionale da anni. Il fatto che nel programma «lacrime e sangue» non ci sia una equa distribuzione degli oneri, in modo che lavoratori e pensionati non paghino il prezzo per una crisi che non hanno creato loro, mette in evidenza la frammentazione della società greca.
Il costo politico della conservazione del consenso elettorale, che ha impedito per quasi due decenni a tutti i governi di promuovere le riforme necessarie, di mettere ordine nella propria casa, ora sta cadendo sulle spalle di tutti i greci. Ed è questo costo politico che tuttora impedisce ai sindacati di andare oltre la giusta denuncia delle misure draconiane.
Tutti scioperano. Non solo chi giustamente si sente colpito perché gli è stata abolita la tredicesima, e si sente vittima di questa ingiustizia sociale, ma anche chi è abituato a evadere, come i medici, gli avvocati e i tassisti, chi, come i doganieri e altre categorie di lavoratori «privilegiati», si vedono tolta un'indennità «regalata» da un ministro. Anche chi è stato assunto grazie ai propri rapporti clientelari, ma dopo anni sta ancora in un ente pubblico senza fare niente; e ancora chi, come migliaia di insegnanti che hanno ottenuto un trasferimento privilegiato grazie a qualche conoscenza politica, ora hanno annunciato uno sciopero di categoria, proprio nei giorni in cui ci sono gli esami di ingresso alle università. Gli studenti delle scuole superiori diventeranno ostaggi delle loro rivendicazioni.
Ora che il nodo è arrivato al pettine nessuno, e tantomeno i sindacati, è disposto a dire la verità, ad assumere le proprie responsabilità. I sindacalisti aderenti al partito governativo non vogliono perdere il loro elettorato e i comunisti del Pame vorrebbero una rivolta generale. La colpa è tutta e sempre dello stato. Cioè degli altri.
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E se la paura di rimanere senza un salario porta la moltitudine dei lavoratori ad essere disponibili a lavorare di più con meno diritti e meno salario, è vero anche che esistono e si moltiplicano le realtà occupazionali che rispondono con la lotta alla crisi che i padroni ci stanno facendo pagare. Purtroppo dall’isola dei cassintegrati all’Alcoa, da Termini Imerese al Piemònt, i lavoratori non propongono che il perpetuarsi dell’esistente: “rivendicano” che un padrone si succeda all’altro….. E ad ogni nuovo giro di boa, con gli operai sopra i tralicci o giù nelle miniere (quanto autolesionismo!!!) ecco proliferare nuove iniezioni di denaro pubblico per foraggiare le tasche del Capitale (cfr. legge 488 e affini).
Mi chiedo come tra i tanti ragionamenti non si ragioni di controllo operaio sulla gestione economica e finanziaria, sui costi e sugli investimenti dell’azienda. Mi chiedo perché i lavoratori, dopo tutto lo schifo manageriale degli utlimi vent’anni non si sentano un soggetto politico in grado di governare differentemente la produzione e pure quei processi che la caratterizzano…….
In Italia, i padroni, i ricchi, i parassiti, possono continuare a dormire sonni tranquilli: i lavoratori dormono o giocano al superenalotto o insultano un extracomunitario o guardano la partita (sic!!).
Parafrasando Allen: Marx è vivo eppure io continuo a non sentirmi tanto bene….
Intanto, guardo alla Grecia e vedo i fumi della rivolta popolare salire al cielo.
Sarebbe un bene iniziare a scalarlo!
saluti 06-05-2010 16:06 - Antonio
La mia sinistra è con il sangue agli occhi,e grida per le strade di Atene tutto l'odio a quell'altra sinistra che invece sta al potere.
Una sinistra di classe,che improvvisamente è diventata magioranza nel paese,perche ha i stessi interessi della classe lavoratrice che non vuole più pagare per gli errori e le truffe di quelle altre classi greche e europee.
Se ancora non siete connessi con la storia,siamo alla guerra di classe.
Questa non è una guerra di idee,ma una guerra di classe.
La classe operaia che votava fino a ieri a destra è oggi a sinistra con i rivoluzionari comunisti e anarchici che spaccano tutto.
Spaccano i simboli dell'oppressione,come gli ebrei che rompevano i simboli di Roma nel tempo dei zeloti.
Atene è scesa in guerra e questa, per chi ancora non lo ha capito, è una guerra di classe.
La guerra di classe,come vi dicevo già,prima che accadesse è terribile e divide in modo trasversale il paese.
No ci sono più le destre e le sinistre,ma solo interessi di classe.
Noi salutiamo l'alba di questa rivoluzione e sappiamo che dopo, non si torna più indietro.
O vinciamo noi e cominciamo a ridistribuire con più giustizia, o sarà la fine delle classi in lotta!
Parole di un grande pensatore politico italiano(ANTONIO GRAMSCI) 06-05-2010 15:43 - maurizio mariani