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Marco d'Eramo, inviato a Londra
Gran Bretagna, parlamento "appeso"
Oggi gli inglesi vanno alle urne ignari del segreto che così gelosamente gli hanno celato per tutta la campagna i tre partiti maggiori, i tories (conservatori), i laburisti e i libdem (liberaldemocratici). Nei dibattiti e nei comizi è stato tutto uno stridere di asce, accette e scuri per tagliare la spesa pubblica. I più spendaccioni, i Libdem, promettevano tagli per 35 miliardi di sterline; i laburisti 46 diluiti nel tempo, i conservatori 52, di cui 6 da subito.
Questi tagli - dicono unanimi David Cameron (tory), Gordon Brown (premier laburista uscente) e Nick Clegg (libdem) - sono indispensabili per contenere il debito pubblico che è «una spada di Damocle sul nostro futuro»: senza tagli al settore pubblico, dicono, la Gran Bretagna è destinata a seguire le orme della Grecia. Solo che, visto non soltanto dal Giappone - il cui debito pubblico ammonta al 192,1% del Prodotto interno lordo (Pil), e non per questo si porta male -, ma anche dall'Italia (con un debito al 120% del Pil), la situazione inglese pare quasi idilliaca. Il debito britannico è solo del 63%, mentre quello della «virtuosa» Germania tocca il 77,2% del Pil tedesco: e la Germania è l'economia più forte del continente. Ma allora perché promettere tante lacrime e sangue?
La verità è che i tre partiti hanno fatto campagna non per sedurre i 40 milioni di elettori che sono i «piccoli azionisti» della ditta Regno unito & Co., ma - è questo il segreto - per convincere l'azionista di maggioranza, o di riferimento. E questo è la City, il secondo centro finanziario al mondo. È alla City che Cameron, Brown e Clegg promettono lacrime e sangue per i propri cittadini, perché la City ha sete di sangue. Il vegliardo miliardario Warren Buffett, detto «l'oracolo di Omaha» (Nebraska), l'ha detto chiaro e tondo al Financial Times: ««Chiunque andrà al governo in Gran Bretagna, dovrà prendere decisioni estremamente impopolari»».
E perché la City chiede tanto? In parte, perché il dolore inflitto è un messaggio che sempre allieta «i mercati». Ma non solo. Per capirne le ragioni, bisogna fare due passi indietro e ricordare che il welfare britannico è inimmaginabile in Italia: c'è non solo il sussidio di disoccupazione, ma c'è anche per l'alloggio, e poi per i figli. Ho visto madri con tre figli vivere una vita quasi decente in una casa decorosa solo grazie ai benefits.
Ma il più stupefacente è che tanto welfare permane nonostante 17 anni di thatcherismo e 13 di New Labour: neanche la Signora di Ferro è stata capace di tagliare settore pubblico e welfare, nonostante stesse deindustrializzando il paese a tappe forzate, privandosi così di imponibile ed entrate.
Giunto al potere nel 1997, il Labour si è trovato nella stessa situazione. Le principali fonti di reddito della Gran Bretagna sono infatti: a) alcune grandi imprese ad alta tecnologia, soprattutto nel settore aeronautico, militare e biochimico, b) il turismo, 3) il petrolio del Mare del Nord; 4) la City, cioè il balzello prelevato su ogni attività produttiva al mondo (dalle miniere in Australia alle fabbriche in Cina) per garantire i servizi finanziari a essa connessi.
A deindustrializzazione avvenuta (quasi scomparsa la produzione automobilistica, estinte le miniere e la siderurgia), per garantire il welfare ai britannici il New Labour di Tony Blair ha scommesso sulla City. È questo connubio contronatura a caratterizzare l'unicità del caso inglese, in cui il welfare pubblico è stato assicurato dal prelievo che la City esercitava sull'economia globale del pianeta. È essenzialmente grazie a essa che lo stato britannico ha potuto garantire non solo un welfare molto più generoso del nostro, ma anche la quasi piena occupazione e crescita ininterrotta per undici anni: in Inghilterra si disperano perché la disoccupazione è «quasi» all'8%, percentuale su cui noi italiani metteremmo subito la firma.
È stata questa scelta di fondo a determinare l'alleanza di ferro con gli Stati uniti in tutte le avventure belliche degli ultimi 15 anni: l'asse finanziario che governava il mondo era quello tra New York (Wall street) e Londra (City), il cosiddetto asse Ny-lon. Non rompere il Nylon era il requisito numero uno della politica britannica. Tanto più che a partire dal 2005 il Regno unito è tornato a essere importatore netto di petrolio, perché le riserve del Mare del Nord si esauriscono.
Ma allora dove è il problema? È nella crisi degli ultimi due anni: anche se c'è ripresa, un risultato è certo: la fetta della torta finanziaria che tocca a Nylon sarà decurtata. Il capitalismo «anglosassone» (altro nome di Nylon) è fortissimo, certo, ma nuovi giocatori si sono seduti al tavolo, a partire dalla Cina con la piazza di Shanghai. Questi nuovi attori si stanno ritagliando propri spazi. Il risultato è che, anche in caso di ripresa, e anche in regime di profitti finanziari restaurati, la fetta che toccherà a Londra (e alla sua succursale Edimburgo) sarà più esigua che in passato. E i fondi per il welfare saranno ridotti in conseguenza.
Ora, il ricatto che la City sta facendo pesare sulla politica inglese, e che è trasparente nelle colonne dei suoi due grandi organi, l'Economist e il Financial Times, è che se il governo non garantirà una sterlina forte, cioè una riduzione del debito pubblico, non solo la porzione si ridurrà per aumento del numero dei convitati, ma ci sarà un esodo volontario della finanza verso altri lidi.
Il paradosso è quindi che i tre partiti stanno promettendo ai propri sudditi lacrime e sangue per non dover chiedere ancora più lacrime e più sangue: stanno facendo demagogia sì, dove però stavolta è demagogia finanziaria, è citygogia. Perché è abbastanza chiaro che, dove non è riuscita la Thatcher è assai difficile che possano avere successo due bellimbusti come Cameron e Clegg, o persino il grazioso David Milliband, di cui si parla come possibile primo ministro. Assistiamo così a una commedia delle parti in cui i tre candidati si assomigliano abbastanza. Ma, come al solito, se è vero che di notte tutti i gatti sono gatti, non è vero però che sono tutti neri. Nei 13 anni di Labour, le disuguaglianze non sono diminuite e anzi si sono accentuate, e soprattutto perché i ricchi sono diventati molto più ricchi, mentre i poveri sono diventati solo un po' meno poveri; ma intanto i dipendenti pubblici sono passati da 5,2 a 6 milioni e il prodotto interno lordo pro capite da 14.000 a 23.000 sterline (correnti) annue.
Perciò se è vero che nessun partito potrà effettuare tagli indiscriminati al welfare, è però vero che c'è modo e modo. E il modo dei tories è di certo il peggiore. Lo dice la loro consumata padronanza della Neolingua (quella in cui, secondo George Orwell, la guerra sarà gestita dal ««Ministero della Pace»»). È infatti nella più pura Neolingua che i tories hanno coniato lo slogan più autocontraddittorio della politica mondiale: ««Se vuoi cambiare, vota conservatore»».
Dai timori per la scure conservatrice deriva l'ultimissima, lieve rimonta dei laburisti che hanno sorpassato i libdem: gli ultimi sondaggi ieri davano i tories al 35%, i laburisti al 30 e i libdem (in calo) al 24. La vittoria numerica dei conservatori non è quindi in dubbio, ma il sistema elettorale inglese è un terno al lotto. Vige infatti l'uninominale secco a un turno solo (se un candidato ottiene il 30% e gli altri ottengono meno, costui vince): così nel 2005 è successo che i laburisti hanno ottenuto il 55% dei seggi col 37% dei voti. Alcuni prevedono addirittura che i laburisti possano avere più seggi degli altri pur avendo meno voti.
In ogni caso, dopo 13 defatiganti anni di Labour e almeno 3 guerre umanitarie (Kosovo, Iraq e Afghanistan), la vittoria dei conservatori non sembra in dubbio. L'unica incertezza è se Cameron otterrà o meno la maggioranza assoluta dei seggi. In caso contrario, si potrebbe assistere al varo di una coalizione, in cui i libdem potrebbero votare per un premier laburista (a patto che non sia Brown: da qui il nome di Milliband) in cambio di una riforma in senso proporzionale. Ma come si sa, le riforme elettorali non fanno ribollire il sangue a nessun elettore ed eccitano solo gli addetti ai lavori, mentre licenziamenti e sussidi di disoccupazione e maternità toccano milioni di persone.
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Se insegna ad Oxbridge, certo trovera` modo di aiutare ragazzi poveri ma meritevoli; ma lavorando in un College importante della University of London ho trovato gli studenti middle class impreparati in modo impensabile in Italia, nonostante tutti i discorsi sull'istruzione e le ricette burocratiche per migliorarla. In generale, la difesa del welfare da sola puo` essere paternalista, occorre dare potere e sviluppare reti di solidarieta` (Ken Loach insegna) questo non si fa assecondando la speculazione edilizia e con l'economia delle carte di credito. Ora come dice Portillo il tempo e` scaduto.
Facciamo un confronto con l'Italia che ha bisogno per sopravvivere dell'economia criminale (vedi Gomorra) e dello sfruttamento degli stranieri come schiavi (vedi Rosarno)?
o con l'Universita` italiana dei concorsi truccati e della ricerca moribonda? L'Italia senza Unione Europea rischia di essere un'espressione geografica. Ma una Europa Federale puo` essere una via d'uscita virtuosa repubblicana; riusciremo a riconciliarci con i nostri vicini tedeschi? 09-05-2010 03:26 - candide
Candide, c'e' molta verita' nelle cose che dici e ti capisco, e cerco di fare quel poco che posso perche' le cose cambino. Pero' questo e' anche il paese in cui si puo' ottenere un lavoro all'universita' anche se si e' stranieri, non figli di professori universitari, e senza avere conoscenze o raccomandazioni. Non solo io, ma molte persone che conosco anno avuto opportunita' qui che si potevano sognare in Italia. Da stranieri si puo' esseri medici o avvocati, figli di immigrati sono anche deputati, etc. Questo non vuol dire che non vedo le ingiustizie, le 'caste' come dici tu (e Cameron le rafforzera'), il gap di reddito che diventa sempre piu' drammatico - c'e' addirittura un gap nell'aspettativa di vita. Ma non vedo questa societa' piu' immobile di quella italiana: Londra e' sempre piu' piena di giovani italiani senza speranza nel loro paese che qui hanno opportunita'. L'altro giorno parlavo con un'italiana che, laureata in scienza politiche non aveva prospettive in Italia. E' venuta qui, ed e' diventata ricercatrice per una commissione della House of Lords (posto fisso, ben pagato, con un sacco di vacanze). Un laureato inglese (o italiano) che non conosce nessun politico, troverebee un posto simile in Italia? Io dubito. 08-05-2010 11:45 - Cristina
Goodbye London. 07-05-2010 19:50 - candide