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Emanuele Giordana
Perugia-Assisi: al via la marcia di pace
Intanto i numeri: 135 enti locali, 130 associazioni e reti nazionali, 518 associazioni locali, 125 scuole. E' la matematica delle adesioni alla Perugia -Assisi, la marcia per la pace arrivata alla sua 18a edizione e al 49° anno, da quando Aldo Capitini la inventò nel 1961.
Vessati dai bollettini metereologici e da qualche polemica nata dal recente incontro tra il coordinatore Flavio Lotti e il capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini, gli organizzatori non pensano però solo ai numeri, che saranno comunque, pioggia o meno, nell'ordine delle decine di migliaia. Pensano già alla prossima marcia, il 24 settembre 2011, per il cinquantenario di quella che, dice Lotti, “non è una passeggiata”. A dimostrarlo ci sono i laboratori e seminari che, ieri e oggi, hanno “costruito l'agenda politica” di una marcia che quest'anno ha scelto come titolo “Un'altra cultura”, in un paese sempre più degradato e sempre più lontano dai valori della carta costituzionale.
Ma sotto accusa non c'è solo l'Italia: c'è un mondo di signori della guerra e di politici che sembrano aver lasciato il dibattito sui conflitti in mano ai soli generali o alle lobby che della guerra si nutrono. L'oggettivo limite di una marcia per la pace, è compensato, dicono gli organizzatori, da un lavoro minuto di costruzione di soluzioni dal basso, elaborazioni e suggerimenti che poi starebbe alla politica mettere in pratica. Nessuno si illude che la tre giorni perugina, che culmina poi nella camminata di 24 chilometri di domenica, possa salvare il mondo, ma certo, dicono, diventa forza di pressione e rimette in agenda temi che sembrano del tutto nell'oblio: le vittime ad esempio.
“Le vittime in testa” è uno degli slogan: alla testa della marcia infatti, che domenica alle 9 parte dai Giardini del Frontone di Perugia, ci saranno i parenti delle vittime di mafia, uomini e donne dall'Afghanistan, giovani scappati alle maglie della polizia politica iraniana, africani e africane, iracheni, saharawi.
Le polemiche restano sullo sfondo di un cammino difficile: quello del movimento pacifista italiano dove si contano distinguo e prese di distanza dalla storica camminata umbra. Flavio Lotti butta acqua sul fuoco: “Marciamo per unire sui temi forti del movimento per la pace”. E forse proprio per questo lancia un appello per la riapertura dell'ospedale di Emergency a Lashkargah: “E' chiuso da oltre un mese, dice, e nessuno ormai ne parla più. Deve riaprire per gli afgani che ne hanno necessità”. La polemica italiana può attendere.
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Tutti ancora a sfilare mentre i bordi dei sentieri si riempiono di cadaveri.
Marciamo o marcimo?
Ho le palle gonfie di tutto questo buonismo che viene da sinistra.
Gli operai senza lavoro e senza soldi per mangiare.
I nostri figli senza futuro.
Le nostre donne che si vendono per un "grembiale".
E noi sfiliamo e parliamo di pace.Di guerra bisogna parlare.
Di guerra,come in tutto il mondo.
Tutti a aspettare una ripresa.
Non ci sono riprese.
Fame e rinunce ci offrono e noi marciamo per la pace.
Ma siamo tutti da manicomio?
Non ci può essere pace quando ci sono operai in prigione all'Asinara.
In un carcere di massima sicurezza,dove ci tenevano i terroristi e i mafiosi.
Gli operai vogliono la guerra.
Basta parlare di pace.Non ci facciamo prendere per il culo!
Oggi non possiamo parlare di pace!
Ne riparleremo quando tutti i nostri colleghi avranno mangiato e portato a casa uno stipendio.
Oggi non si parla di pace.
La pace è morta! 15-05-2010 19:03 - maurizio mariani