mercoledì 18 settembre 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale mercoledì 18 settembre 2013
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
FUORIPAGINA
15/05/2010
  •   |   Michele Giorgio, inviato a Ein al Hilwe (Libano)
    Non c’è pace senza i profughi

    «Filistin arabiye, Filistin arabiye… forza, ripetiamo tutti insieme...Filistin arabiye». Nuha è solo un’adolescente eppure già insegna la politica a tante bambine del suo campo, Ein al Hilwe (Sidone), nel sud del Libano. Sorridente e
    instancabile, esorta le sue piccole allieve a memorizzare slogan e canti tradizionali palestinesi. «Brava Reema, stai imparando in fretta» dice Nuha rivolgendosi a una bimba ben disposta verso una lezione davvero particolare.
    La sua coetanea Amal, a distanza di qualche metro, tiene un corso di «pronto intervento medico», mostrando a una dozzina di ragazzini come rianimare una persona svenuta o in stato di shock. Nel frattempo riecheggiano, da un megafono tenuto a volume altissimo, i discorsi di attivisti e leader politici «sul futuro della Palestina». È il 62esimo anniversario della Nakba, la «catastrofe» nazionale palestinese. A Ein al Hilwe, come in tutti i campi in Libano, andranno avanti per due giorni le commemorazioni per la perdita della terra che, per ogni
    profugo, coincide con la fondazione dello Stato di Israele e il contemporaneo
    esilio per quasi 800mila palestinesi, fuggiti o espulsi durante la guerra del 1948 (ora i profughi sono oltre quattro milioni).
    Nello stadio di Beirut, oggi migliaia di persone comporranno con 6.500 kufieh (il fazzoletto a scacchi bianchi e neri, simbolo della lotta palestinese) un gigantesco numero 194, in riferimento alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che sancisce il diritto dei palestinesi a far ritorno nella loro terra d’origine. Diritto che lo Stato d’Israele respinge con forza sostenendo di voler conservare il suo «carattere ebraico».
    «Per noi questo giorno non è e non sarà mai come gli altri» dice il dottor Samir, 33 anni, con una laurea in medicina conseguita in Russia. «Tutti noi siamo cresciuti nel rispetto della memoria storica che ci è stata tramandata dai genitori e dai nonni. E altrettanto faremo con i nostri figli» spiega il medico indicandoci un gruppetto di bambini e bambine, con la maglietta nera e la kufieh al collo, che davanti a noi già muovono con perfezione i passi della dakbe, la danza tradizionale palestinese, al ritmo di un motivo nazionalistico.
    Per i 70mila profughi di Ein al Hilwe e gli oltre 300mila negli altri campi, commemorare nel miglior modo possibile la Nakba non è un semplice rito, ma il momento culminante della conservazione e protezione dell’identità nazionale palestinese. Un giorno in cui le divisioni, le spaccature laceranti che oggi dividono i palestinesi scompaiono e un popolo intero, in esilio in Libano o in altri paesi o residente nei Territori occupati, ritrova la sua piena unità nazionale. Un giorno in cui il movimento islamico Hamas e il partito Fatah non sono in lotta per il potere ma uniti, per una volta, sotto i colori della bandiera palestinese.
    Nell’anniversario della Nakba non c’è spazio per la corruzione che dilaga nell’Anp a Ramallah o per i propositi di islamizzazione di Gaza che mostra Hamas. Fadil Abu Khias, insegnante in una delle dieci scuole di Ein al Hilwe, prova a spiegarci cosa vuol dire per un palestinese in esilio la memoria della «catastrofe». «Un volta – ricorda Fadil - (la scomparsa premier israeliana) Golda Meir, parlando della Nakba, rassicurò la sua gente affermando che un giorno i palestinesi più anziani sarebbero morti e quelli giovani avrebbero dimenticato. Ma commise un grande errore perché la Nakba è nel nostro dna, come  l’Olocausto per loro (gli ebrei)».
    Da Ramallah arrivano notizie poco tranquillizzanti per le aspirazioni al ritorno
    dei profughi palestinesi in Libano. Sebbene circondate da un profondo scetticismo, le trattative indirette, partite da qualche giorno, tra il governo
    israeliano e l’Anp potrebbero sfociare - specie se ad imporlo sarà  l’Amministrazione Obama - in un primo accordo tra le due parti. Ed è noto che
    il governo di Benyamin Netanyahu, come ogni altro esecutivo israeliano, non accetterà mai la nascita di uno Stato palestinese senza aver prima ottenuto
    la rinuncia da parte dell’Anp al diritto al ritorno dei profughi. «Abu Mazen ha sbagliato a cedere alle pressioni di Obama e ad andare alla trattativa con i peggiori sionisti – commenta il dottor Samir –ma noi profughi in Libano vediamo le cose anche dalla nostra prospettiva. Abu Mazen è libero di firmare ciò che vuole, ma noi siamo ugualmente liberi di respingere un accordo che non preveda il diritto al ritorno. E senza l'approvazione dei profughi, il presidente (dell’Anp) ha le mani legate. Abu Ammar (lo scomparso presidente Yasser Arafat, ndr) lo sapeva e non abbandonò il consenso nazionale palestinese. Abu
    Mazen lo capirà anche lui, presto o tardi».
    Il suono delle cornamuse degli scout indica che ha avuto inizio la marcia nelle vie di Ein al Hilwe, salutata dall’applauso delle donne alle finestre, di commercianti e passanti, e accompagnata da decine di militanti armati delle principali fazioni palestinesi. Assenti i miliziani di Jund a Sham e Osbat al Ansar, i gruppi qaedisti divenuti una spina nel fianco dell’Olp proprio a Ein al Hilwe e che offrono con le loro azioni il pretesto alle autorità libanesi per mettere in discussione l’accordo che lascia ai palestinesi il mantenimento della sicurezza all’interno dei campi profughi.
    Il ritorno nella terra di Palestina non è l’unico diritto per il quale si battono i profughi in Libano. Le restrizioni fortissime ai diritti civili dei rifugiati sono insopportabili. Il Paese dei cedri nel 1948 collaborò alla stesura della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo ma la condizione dei profughi è terribile e si aggrava con il passare degli anni, a causa delle perenni tensioni demografiche che lacerano il Libano e del rifiuto totale, imbevuto di razzismo, di una parte delle forze politiche verso i palestinesi giunti nel paese 62 anni fa.
    A turno i vari partiti (ad eccezione di quelli della destra cristiana) affermano di voler contribuire a risolvere il problema ma sul terreno non cambia nulla. Un palestinese oltre a non poter svolgere decine di lavori, non può avviare alcuna attività o acquistare una proprietà senza ricorrere ad un prestanome libanese. Inoltre ha una limitata possibilità di movimento e nessuna assistenza sociale e sanitaria pubblica.
    Il 30 maggio saranno in 5mila a partecipare alla «Marcia per i diritti dei palestinesi». Partiranno da ogni città del paese e si raduneranno sotto il Parlamento a Beirut per esortare i deputati a dare seguito alle promesse che hanno fatto tante volte e che mai hanno rispettato. «Vogliamo i diritti civili per vivere una esistenza dignitosa, da esseri umani – spiega Fadel Abu Khias - ma i libanesi devono stare tranquilli, non cerchiamo la naturalizzazione, in questo paese ci consideriamo ospiti, la nostra terra è la Palestina ed è lì che ritorneremo».


I COMMENTI:
  pagina:  5/5  | prima  | precedente
  • Però episodi di violenze di gruppi arabi contro gli ebrei mizrahi (gli ebrei originari del Medio Oriente) ci furono davvero: nel giugno del 1941 (ben prima che nascesse Israele e mentre in Europa succedeva quello che sappiamo) gli ebrei di Baghdad (quella irachena era allora tra le più numerose comunità ebraiche del Medio Oriente, oggi sono poche decine) furono vittme di un pogtom (tra i suoi istigatori uno zio di Saddam), centinaia di ebrei uccisi, centinaia di case e negozi ebraici distrutti, Eli Amir (scrittore ebreo sefardita nato in Iraq e costtetto con la famiglia ad emigrare in Israele quando aveva 14 anni) ne parla nel suo bellissimo libro Jasmine. Tra l'altro è ben noto chi fossero gli "amici" del Gran Muftì di Gerusalemme durante la seconda guerra mondiale quando in Europa succedeva quello che succedeva.
    Questo ovviamente non giustifica le violenze immani che i palestinesi subiscono e continuano a subire ad opera dei governi israeliani. 17-05-2010 00:01 - paolo1984
  • Per quanto riguarda l abbandono dei paesi arabi da parte degli ebrei ci fu anche una forte spinta della alleanza sionista perche andassero a vivere in israele.
    Cio riguarda in particolare il Marocco dal quale gli ebrei non furono cacciati (erano stati protetti contro le mire naziste)
    ed ancora oggi vengono ricordati con rispetto.
    Purtroppo è altrettanto noto che
    non furono bene accolti in Israele perche considerati meno
    ebrei ed ancora oggi hanno problemi di integrazione come ne
    hanno gli ebrei falascia.
    I palestinesi quindi hanno diritto al rientro senza baratti
    e attribuire alla Siria o all Iran la colpa di stragi come quella di Gaza e prima di Jenin
    e di Sabra e Shatila è come dire
    che la Shoah non è mai esistita. 16-05-2010 21:12 - marco sbandi
  • Come non si parla dei miglioni di ebrei che hanno lasciato i paesi arabi. Se ne parla, se ne parla anche tra gli Israeliani, quelli che confessano di sapere e di essere stati coinvolti a mettere le bombe nei paesi Arabi per far scappare gli ebrei, perche' faceva comodo al movimento Zionista che venissero via dai paesi Arabi e andassero a vivere e a popolare terre di altri. Al Cairo tra i vecchi mercanti ancora trovi chi si ricorda di quando c'erano gli ebrei e rimpiango quei giorni... strano e' che non si sa' mai tutta la verita'.... 16-05-2010 19:04 - Iris
  • X mauro
    io ho detto solo che bisogna essere realisti. Cosa penso del sionismo l'ho già detto più volte su questo sito, per me la soluzione ideale sarebbe lo stato binazionale con uguali diritti per ebrei e arabi e rispetto per entrambe le culture, ma è una soluzione a tutt'oggi irrealistica. L'Intesa di Ginevra non sarà stata pefetta (nessun compromesso lo è), ma era una concreta speranza di pace che per volontà politica sopratutto israeliana (governava Sharon all'epoca) non fu portata avanti. l'unica realtà è che quei due popoli sono condannati dalla Storia a vivere sulla stessa terra, o si salvano insieme o insieme affonderanno, se queste sembrano "le solite banalità" non so cosa farci. Io la penso così. 16-05-2010 12:31 - paolo1984
  • qualsiasi tentativo di ricomporre il conflitto arabo-israeliano viene sistematicamente fatto fallire dagli arabi. Sia palestinesi che degli stati confinanti con israele. La pace per quei governi è più pericolosa che la guerra con israele. Regimi dittatoriali come quello siriano non avrebbero più ragione di esistere se lo stato di belligeranza con lo stato ebraico dovesse finire. Regimi come quello iraniano continuano a soffiare sul fuoco e fanno guerra all'occidente per interposta persona (hezbollah). L'ostacolo alla pace sono gli arabi per i quali la guerra è più conveniente della pace. 16-05-2010 09:53 - giovanni L.
  • Perchè nessuno a sinistra parla mai del milione di ebrei che sono stati espulsi dai paesi arabi ( Libano, Siria, Nord-Africa, etc) tra il 1948 e gli anni 70? Intere comunità fatte svanire, i quartieri ebrei, sinagoghe, obliterati o riconvertiti, proprietà confiscate. Vedere http://en.wikipedia.org/wiki/Jewish_exodus_from_Arab_lands, per più dettagli. Parlare solo della nakba palestinese è intellettualmente disonesto, e paragonarla all'olocausto è rivoltante. 16-05-2010 06:52 - Sandra71b
  • ma possibile che cosi'informato sui nomi non lo sei anche sui fatti?Con tutto quello che hai letto,la critica della ragione la conosci?Oramai anche dalle pagine del manifesto trasudano le piu'stolida propaganda mediatica,che ne e'rimasto della gioventu'se su un tema cosi'grave per il mondo si ripetono a macchinetta le solite banalita',che non solo fanno cadere le braccia a chi ha ancora qualcosa da dire,ma che condannano le vittime al silenzio?Potere delle banalita'mediatiche.Berlusconi docet,ma anche Veltroni. 16-05-2010 01:41 - mauro
  • Bisogna essere realisti e riconoscere che nemmeno il più aperto dei governi israeliani accetterà mai il ritorno di tutti i profughi palestinesi all'interno delo Stato d' Israele. Il compromesso anche su questa questione è inevitabile se si vuole aprire la strada ad una speranza di pace. L'Intesa di Ginevra aveva trovato una soluzione accettabile anche su questa questione, ma purtroppo quell'accordo voluto da esponenti della società civile dei due popoli (tra cui Yossi Beilin e Yasser Abd Rabbo) non ebbe seguito. 15-05-2010 18:31 - paolo1984
I COMMENTI:
  pagina:  5/5  | prima  | precedente
INVIA UN COMMENTO
* richiesto
Nome   *
E-mail  
Immagine CAPTCHA per prevenire lo SPAM
Se non riesci a leggere la parola, clicca qui.
Codice   *
Commento   *
 
INDICE
freccia
ottobre 2011 [ 106 ]
freccia
freccia
agosto 2011 [ 112 ]
freccia
luglio 2011 [ 111 ]
freccia
giugno 2011 [ 129 ]
freccia
maggio 2011 [ 132 ]
freccia
aprile 2011 [ 100 ]
freccia
marzo 2011 [ 99 ]
freccia
freccia
gennaio 2011 [ 100 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2010 [ 62 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
STREET POLITICS Giuseppe Acconcia
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
ANZIPARLA Giulia Siviero
freccia
  • La foto
    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
SERVIZI