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Andrea Baranes
Finanza contro resto del mondo
Duecentoquarantatre. Nella giungla di cifre, previsioni, statistiche che quotidianamente affollano i media, un numero può riuscire a spiegare meglio di altri la crisi finanziaria internazionale e le mosse dei governi per venirne a capo. E per una volta non è un numero espresso in miliardi di dollari o di euro. Lo scorso 11 maggio il Senato degli Stati Uniti ha respinto quella che veniva considerata come una delle misure più importanti, se non la più importante in assoluto, per evitare che i governi siano nuovamente costretti a intervenire con giganteschi piani di salvataggio in soccorso della finanza. Si trattava dell'emendamento Brown-Kaufman, che avrebbe costretto le banche di maggiori dimensioni a ridimensionarsi. Parliamo di quelle considerate "too big to fail" ovvero dei gruppi bancari troppo grandi per essere lasciati fallire senza il rischio concreto di trascinare nella catastrofe l'intera economia, tenendo quindi in qualche modo in "ostaggio" i governi.
L'elenco di questi istituti di credito è piuttosto breve, cinque o sei nomi a partire dalla Goldman Sachs, ribattezzata dai media "Government Sachs" per l'influenza che gioca da decenni sulle scelte politiche statunitensi e oggi al centro di scandali e inchieste giudiziarie. Le altre sono Citigroup, Bank of America, Wells Fargo, JP Morgan Chase. L'emendamento che avrebbe obbligato tali banche a rimpicciolirsi o suddividersi è stato bocciato con 33 voti a favore e 61 contrari.
Nello stesso momento, si è venuto a sapere che le banche "too big to fail" avevano assoldato un esercito di 243 lobbisti per "esporre" al mondo politico a stelle e strisce il loro punto di vista sulle riforme da adottare in ambito finanziario. Circa 40 lobbisti per ogni gruppo bancario, una media di 2,43 per ognuno dei 100 membri del Senato statunitense. L'industria finanziaria sta spendendo un milione di dollari al giorno in attività di lobby. Lo stesso sistema bancario e finanziario che ha ricevuto centinaia di miliardi di dollari in soldi pubblici per essere salvato dalla crisi che aveva provocato, ha sborsato qualcosa come 600 milioni di dollari in tali attività di lobby, dall'esplosione della crisi a oggi.
Ancora più interessante scoprire che su 243 lobbisti, 202 avevano avuto precedenti incarichi di lavoro presso il Congresso degli Stati Uniti, ovvero arrivavano dalla pubblica amministrazione. Altri provengono dal Tesoro, dalla Casa Bianca, persino dalla SEC, l'organo incaricato di sorvegliare i mercati finanziari d'oltre oceano. (...)
Se almeno negli USA viene garantito un minimo livello di trasparenza, e possiamo sapere quanti lobbisti e quanti soldi vengono spesi dal settore finanziario, cosa possiamo dire della "virtuosa" Europa? Quanti sono i lobbisti che in questo stesso momento si aggirano per i corridoi della Commissione, del Parlamento e delle istituzioni europee e nazionali per "discutere" dei tentativi di riforma attualmente allo studio? (...) La questione non riguarda unicamente lo stabilire nuove regole per la finanza internazionale, per scongiurare il ripetersi di nuove crisi. Di fronte a una finanza che guida le scelte dei governi e detta l'agenda politica, è necessario un potere di "contro-lobby" che, dal basso, faccia sentire la voce della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che da anni paga un prezzo enorme per le follie e gli eccessi dei giganti della finanza.
(la versione completa dell'articolo su www.sbilanciamoci.info)
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