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FUORIPAGINA
21/05/2010
  •   |   Alessandro Braga
    La legge degli orrori

    Sarà necessario aspettare fino a lunedì per capire se la volontà espressa dalla maggioranza di ritirare il famigerato emendamento 1.2008 del disegno di legge sulle intercettazioni (quello che prevede il raddoppio delle pene per i giornalisti che pubblicano atti di un procedimento penale) sia reale oppure no. Al momento ci si deve accontentare delle parole del relatore del provvedimento, il pidiellino Massimo Centaro, che ieri ha fatto, a nome della maggioranza tutta, un mezzo passo indietro sulla legge bavaglio: «In una riunione con il ministro della Giustizia Angelino Alfano e Niccolò Ghedini abbiamo deciso, ovviamente con l'accordo del presidente Berlusconi, di ritirare l'emendamento che prevede un inasprimento delle pene per i giornalisti nel caso di pubblicazione di una notizia - ha detto - Vedremo lunedì, ne parleremo quando riprenderà il dibattito in commissione al Senato». Lunedì vedremo. Che un ripensamento del centrodestra, almeno parziale, fosse nell'aria, lo si era già capito mercoledì pomeriggio, quando il presidente della commissione Filippo Berselli aveva deciso di aggiornarsi a dopo il fine settimana, invece di continuare la maratona notturna di discussione degli emendamenti presentati dalle opposizioni. Ma, anche fosse sincera la decisione di ritirare l'emendamento, non può certo bastare a far abbassare la guardia e considerare sicura la libertà di stampa in Italia. Lo dimostra il fatto che pure nella maggioranza qualcuno mugugna. Guarda caso, i soliti finiani. «Nel testo c'è qualche forzatura su cui forse è bene discutere ancora», ha detto Italo Bocchino, pur ritenendo il provvedimento «pieno di aspetti positivi». E anche il Partito democratico ritiene la decisione di Centaro è «buona, ma non sufficiente». E ci mancherebbe altro. Anche perché il ritiro dell'emendamento evita semplicemente che le pene per i giornalisti «colpevoli» di pubblicazioni indesiderate vengano inasprite, ma quelle già approvate in commissione restano. Ovvero, testuali parole: «Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto, atti o documentazioni di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione è punito con l'arresto fino a 30 giorni o con l'ammenda da euro mille a euro 5mila». In più, se il fatto riguarda intercettazioni di conversazioni telefoniche o riprese visive «la pena è dell'arresto fino a 30 giorni o dell'ammenda da euro 2mila a 10mila». E resta pure la maxi multa (da 65mila a 465mila euro) per gli editori che pubblicano queste notizie. Per questo è importante che la protesta contro la legge bavaglio sia la più ampia possibile. Ieri, un po' a sorpresa, anche Sky si è schierata: in un comunicato ufficiale si legge che l'azienda «accoglie con grande preoccupazione le norme previste dal disegno di legge, che rappresentano un grave attacco alla libertà di stampa e di espressione, ma soprattutto costituiscono una grande anomalia a livello europeo». Per questo la società di Murdoch ha fatto sapere che «chiederà un intervento a tutte le autorità internazionali competenti, anche ricorrendo presso la corte europea dei diritti dell'uomo». In attesa di atti di quel tipo è però la piazza che si fa sentire. Con il popolo della rete in prima fila, come lo scorso tre ottobre, quando moltissime persone protestarono a Roma.L'appuntamento è già per oggi, che non c'è tempo da perdere, davanti a Montecitorio, ma anche in tante altre piazze italiane. Tutti con del nastro adesivo sulle labbra, per dire "No alla legge bavaglio". Su Facebook le adesioni crescono di minuto in minuto, impossibile dire che cifra sia stata raggiunta. Allo stesso modo continuano le firme in calce all'appello per la libertà d'informazione e le libertà costituzionali che ha come primo firmatario Stefano Rodotà. Ieri pomeriggio si era di poco al di sotto delle centomila firme. Tutti a ribadire che, se la nuova legge fosse stata già in vigore, di affittopoli, tangentopoli, vallettopoli e tutti gli scandali italici con suffisso -poli, oltre che del crack Parmalat, o delle truffe fatte nella clinica milanese santa Rita, avremmo saputo poco o niente. In una parola, che non ci sarebbe più stato giornalismo. E neppure informazione libera.

     


I COMMENTI:
  • Voce Italia libera. Questo e' il nome che propongo per una radio e un giornale on line che trasmetta dall'estero, espressione di una opposizione progressista (basta con questo termine "sinistra" che al momento non significa nulla e che civiene ritorto contro) unita nella difesa/recupero della costituzione repubblicana. 21-05-2010 14:36 - murmillus
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