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FUORIPAGINA
11/06/2010
  •   |   Severino Cesari
    Non prendiamocela con una fiaccola nel buio

    Un testo con cui in molti hanno polemizzato (Adriano Sofri, Paolo Flores d’Arcais, Pierluigi Battista; e che lo stesso Dal Lago e il suo editore, Marco Bascetta, hanno difeso sul manifesto. Perbacco, perché mai non avremmo dovuto pubblicare una «decisa analisi critica (seria, rigorosa e diffusamente argomentata) di Gomorra?», sostiene con veemenza Bascetta, il 30 maggio. E: «Mi si critica non per quello che dico ma perché lo dico» sostiene e si lamenta Dal Lago (il 3 giugno).
    Dal Lago, si rassicuri. Non mi interessa sapere perché lei «dice quello che dice»; può dire e scrivere tutto ciò che vuole. Mi interessa invece dare una buona notizia al lettore del manifesto: è proprio quello che lei dice a essere sbagliato. La sua non è una critica seria, rigorosa, documentata, nonostante abbia il suo bravo e impressionante – solo per chi non va a controllare – apparato di note. Anche perché in molti punti chiave il libro è basato, in modo imbarazzante, su ciò che Saviano non ha affatto scritto.
    Fin dalla prima pagina, in tono leggero, lei dice ai suoi studenti, «lo stesso Saviano ha dichiarato di muoversi a suo agio nei media e anzi di voler lanciare una moda» (corsivo mio), e come prova legge un brano di giornale «su una manifestazione anticamorra cui ha partecipato lo scrittore». Peccato si trattasse non di una «manifestazione anticamorra» ma dello «Speciale» Che tempo che fa di Fabio Fazio del 25 marzo, che lei avrebbe potuto rivedersi con calma, perché Saviano ne ha tratto un Dvd e un libro. Con straordinario rispetto per le parole usate, in esso Saviano scrive appunto del senso profondo della parola contro la camorra, e dello strumento micidiale che usano le organizzazioni criminali contro i loro nemici, la delegittimazione: come nel caso di don Peppino Diana e di tanti altri. Altro che moda!
    Il senso del «parlare contro» (contro le mafie) sta nella diffusione stessa delle parole, che porta con sé la possibilità per chiunque di trarre un proprio giudizio. E diminuire così quel dominio. E dalla parte di chi «parla contro la camorra» sta nella necessità che il suo parlare rimanga sempre autorevole, non inquinato, non delegittimato. E diventi soprattutto racconto, nuove storie condivise.
    Eh, ma scrive – incredibilmente – lei poco dopo; «si rifletta un po’ prima di gridare ai quattro venti che tutto il male del mondo discende dai Casalesi. Una questione di proporzioni, insomma». Del resto, che altro si potrebbe «pretendere di più dall’eroe anticamorra»? In queste due frasette sciagurate, buttate là nell’«introduzione», si riassumono già le tesi che lei cercherà di dimostrare per tutto il suo saggio (lo definirei piuttosto un pamphlet polemico).
    Prima tesi. Saviano è ossessionato dalla camorra, la vede ovunque; e se la si vede ovunque, che cosa si vuol nascondere? A chi si è funzionali con tutto questo raccontare storie di vittime e di orrori, ma anche di inediti pezzi di capitalismo, di vitalità selvaggia; che significherà mai voler «canalizzare la pubblica indignazione sugli orridi killer di camorra»? Già: che loschi scopi ci si prefiggono? Seconda tesi: Saviano – inteso sia come «io narrante» nella strategia compositiva di Gomorra, sia come autore del libro, sia come personaggio pubblico e persona vera – è nient’altro che «l’eroe anticamorra», malato di eroismo a tutti i costi, che è una roba di destra, e questo … spiega un sacco di cose, anche perché mai «Farefuturo» di Fini lo difende!
    La prima tesi, che Saviano «veda solo la camorra», per così dire, la porta a prendere svarioni in quantità. Come si fa – si chiede lei sgomento – a definire gli ammazzamenti di camorra un Olocausto? Non si faranno «svanire i fatti nelle iperboli»? Peccato però che in Gomorra di Olocausto mai si parli; ne parlano invece il giornalista Dario del Porto… e il titolo di un suo pezzo su un quotidiano. Saviano non ne scrive. E perché poi, si chiede lei, Saviano nomina ciò che accade in Campania come «la Peste», alla Camus o alla Malaparte – ovvero come un Male assoluto e metafisico? Lei se lo domanda più e più volte nel libro, circa dieci: ma mai – vado a memoria – si nomina la Peste in Gomorra, e Saviano ne parla comunque in tutto ]due o tre volte nei suoi articoli e sempre a proposito dei rifiuti tossici che avvelenano la Campania. Una metafora questa, del tutto condivisibile direi.
    Certo, se poi uno è ossessionato dai Casalesi e vede solo quelli, sarà normale che, parlando ai ragazzi dell’Onda a Roma 3, possa uscirsene con una frase come questa: «La battaglia sulla criminalità è una questione che, moralmente, viene prima di tutto». Se avesse controllato il file audio (sul sito di Radio3) della mezzora di manifestazione, avrebbe sentito distintamente il contrario: «Perché la battaglia sulla criminalità non è, come dire, una questione che moralmente viene prima di tutto» – il che nega alla radice il suo presupposto, gentile professore. Come in mille altre occasioni del libro. Lei è capace di rifiutare il binocolo di Saviano per tenersi la sua miopia: vede solo «luoghi comuni nazionalistici» là dove Saviano – partendo da ciò che chiama il territorio, ovvero da una sorta di «ricerca sul campo» alla quale era solito dedicarsi quando poteva muoversi – scopre una inedita globalizzazione delle vittime: la scopre nei soldati italiani in Afghanistan, i quali per scampare ai narcotrafficanti campani, finiscono sotto il fuoco di altri narcotrafficanti, che riforniscono i primi. Non c’è una storia globale della guerra americana! Ma proprio Saviano la doveva scrivere? Ne è sicuro? E fa ironia sulla diffusione della camorra in Spagna riportando brani di intervista un po’ confusa – non uno scritto di Saviano! – e dimenticando interi nitidi pezzi di Gomorra, se l’ha letto davvero, sugli «Spagnoli». Inoltre, non è per niente «verissimo che Bruno Vespa ha fatto battute ingiustificabili su Saviano»: era Fede. E così via. Alla faccia della critica seria e rigorosa su ciò che l’autore ha scritto. Ma lei, professor Dal Lago, non voleva occuparsi del vero Saviano: doveva fabbricarsene uno tutto suo, che giustificasse quella cinica, sconsolata visione di «nulla di nuovo sotto il sole» così tipica della sinistra sconfitta, che cerca da tempo di ricondurre ogni cosa al proprio nichilismo. E può ignorare, considerandolo rassicurante e confortevole, anche chi scopre una dimensione inedita del conflitto. Chi ci fa conoscere una realtà prima sconosciuta, che arricchisce e completa il quadro: non lo sostituisce, né lo cancella.
    Ma è l’altra sua tesi quella forse più aberrante, perché indica una totale incapacità di leggere Gomorra, fino a rischiare di minarne la verità poetica e conoscitiva, e dunque il suo valore. Non mi riferisco a dettagli farseschi come l’accusa di sciatteria perché prima si nominano «scarpe da ginnastica» poi «stivali» (ma si sbaglia lei, Saviano conosce le scarpe dei camorristi e scrive di stivaletti, non di stivali) o a fraintendimenti del testo, della sua profonda e anche allucinata visionarietà (i cinesi dell’inizio, mitologici, che diventano poi però del tutto veri nei palazzi sventrati per far posto alle merci) e così via. Ciò che lei «rivela» come risultato di una clamorosa detection critica e, di più,come un esemplare smascheramento letterario – che cioè, alla fin fine, è Saviano stesso l’«eroe» implicito nella narrazione – costituisce in realtà il presupposto stesso del libro, il suo punto di partenza. Il lettore si fida, e si affida all’ignoto, proprio grazie a quella prima persona che gli dice, io c’ero, io ho visto, io so e ne ho le prove: e che interviene sempre quando la sconvolgente materia «documentale» rischia di eccedere, di non risolversi in storia. Ma attenzione. Quella figura di ragazzo proiettata dal testo, che va in scooter e si precipita sulla scena di un ammazzamento seguendo le frequenze della polizia, quel ragazzo che introduce il lettore «dentro» le situazioni, utilizzando al momento giusto anche la fiction, l’invenzione là dove diventa quasi correlativo oggettivo di quanto prima narrato; quella figura fa vivere al lettore la Campania del Sistema come una rivelazione assoluta, perché matrice di energie capitalistiche pure, che vanno a innervarsi nel mondo globalizzato – e diventano sogno di dominio, rimanendo schifo e miseria – mentre il lettore pensava che tutto questo non lo riguardasse, che non si parlasse della sua vita, che si trattasse di stanchi e ridicoli guappi e non di imperi.
    Certo che quel ragazzo-Saviano è «l’eroe» della narrazione! Ci mancherebbe. Ma lo è solo in un banale senso tecnico: è l’occhio del libro e del lettore. Il suo «protagonismo» consiste unicamente nel vedere, nell’osservare, nell’esserci, nell’essere «lavorato» e trasformato da ciò che accade. Ovvero da ciò che è poi il «protagonista» vero, ciò che si svela, conoscendolo. L’eroe-osservatore mai fa accadere le cose, di fondo si limita a «raccordare» le scene. Non è affatto, in questo senso, la figura di un «militante» anticamorra: non è un protagonista malato o ossessionato di eroismo. Quando entra nella villa sequestrata di un boss ha paura fisica. A volte è persino contiguo a ciò che racconta. Non è un eroe in quel senso lì, alla Beowulf (altro personaggio di cui Dal Lago si è follemente innamorato, e lo appioppa a Saviano ogni volta che può). È invece il giusto che apre gli occhi e vede. È il cantore. O il cantastorie. O se preferite, una persona che fa ricerca sul campo, mettendosi in gioco. È Orfeo, forse cieco come direbbe Wu Ming 2, perché oggi questo solo può essere Orfeo, se vuol tirar via qualcosa dall’Inferno. È una figura della debolezza, del limite e della responsabilità, concetti che Dal Lago conosce bene; ma assolutamente non del potere.
    Confondere volutamente l’«eroe» del romanzo, inteso come figura della narrazione, con «l’eroe» militante in cui è obbligato a trasformarsi Roberto Saviano per le circostanze dentro le quali è costretto a vivere, non il narratore di Gomorra ma l’uomo in carne e ossa, è una banalità. Peggio, è futile. Vuol dire compiere in malafede una acrobazia dialettica per mettersi in mostra e dimostrare che nulla è accaduto, che anche gli altri sono saltimbanchi. Sulla pelle di chi non può difendersi. Sulla pelle di chi conduce una vita disperata e senza luce, riuscendo tuttavia ad accendere una luce costante su un punto prima cieco del nostro sviluppo, a studiarne e rivelarne le innervazioni con la carne e i sentimenti, con i vestiti e i motori, il cemento e le armi, i vasti traffici e il veleno che è diventato il mare, da grande scrittore. E non è certo colpa sua se fuori da quel cerchio di luce, il buio rimane fitto.
    Saviano non ha scritto Gomorra per accreditarsi, per trasformarsi in una «bolla mediatica», in un eroe anticamorra a tempo pieno: quel che ha fatto è prendere la parola, come già tanti altri «eroi involontari» da lui raccontati, i protagonisti più commoventi delle sue storie, quelli ai quali va in modo più naturale l’empatia dello scrittore, la capacità di renderceli indimenticabili mentre neanche ne sapevamo i nomi, e ora invece li sentiamo come il fondo dell’umano: Annalisa o Dario Scherillo o Peppino Diana. E questo è bastato per farne un bersaglio.
    Illuminiamo il resto del buio, anziché indicare come nemica la sua fiaccola accesa, scuotendo la testa. Saviano non ha bisogno di essere eroe, ma scrittore, e perciò deve condurre – per ora, ma fino a quando? – una vita ferocemente eroica, ed è questo il tragico paradosso che solo la vicinanza, la fratellanza (la critica fraterna) e il comune sentire possono eventualmente attutire; ma non è affatto certo.


I COMMENTI:
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  • "C'era proprio bisogno di cominciare Gomorra con la vicenda dei cinesi ibernati, spacciandola per vera? E' falsa. E quando dico "falso", intendo che ciò che si afferma "non lo si possa verificare con alcuna fonte, visiva o scritta che sia". Questo è il problema. Molte delle cose che scrive Saviano non sono verificabili."
    Sono assolutamente d'accordo.
    Questo atteggiamento di cieca fiducia, confinante con il fanatismo, questo approccio da adepti di una setta a un libro e a un suo autore è a dir poco ridicolo.
    Devo leggere Gomorra come se fosse il Vangelo oppure è consentito, a me e ad altri, di dire: "qui, qui e qui Saviano dice idiozie o cose comunque non verificabili"?
    Attendo una risposta, grazie. 12-06-2010 15:11 - Francesco
  • "Oppure quell'altro che ad un certo punto dice: "Noterei una contraddizione. I cinesi mitologici diventano reali proprio perché il lettore si affida a quella persona che gli dice "io so" ...ah ecco, ammazza è importantissima come notazione. E di Antani che ci racconti? E della supercazzola? No perchè pure sto fatto dello scappellamento a destra... no? Boh a meno non mi ha mai convinto, mi sa che c'è un complotto massonico atto a far passare con più facilità nei giovani meno preparati certi contentuti. Dici di no? E perchè allora lo scappellamento non è a sinistra?"
    Rispondi a una domanda, semplice semplice: ci sono i cinesi surgelati nei container del porto di Napoli?
    Risposta A: sì.
    Risposta B: no.
    Se la risposta è sì, spiegami da dove tu e Saviano traete queste sicurezze. Devo fidarmi ciecamente di te e del Vate o posso avere dei legittimi dubbi?
    Se la risposta è no, gradirei capire perché fosse così necessario cominciare il romanzo con una leggenda metropolitana che fa invidia, in quanto a stupidità, a quella dei coccodrilli nelle fogne. 12-06-2010 15:04 - Francesco
  • Più che altro, visto che ormai l'Italia è una dittatura mediatica,(e non solo mediatica), non mi sembra il momento di sparare contro Saviano, che ha detto forte e chiaro e in modo letterariamente efficace delle verità sulla camorra . proprio adesso che il potere e berlusconi lo attaccano, che senso ha mettersi a cavillare o dare fiato ad ovvietà di second'ordine? certe cose uno le pensa di suo, un lato critico lo abbiamo tutti, o quasi, ma passano in sott'ordine davanti al senso alto e forte del lavoro di Saviano. 12-06-2010 13:10 - contro
  • Io ,il libro di Saviano, lo considero un documento contro la camorra. Anzi contro le camorre . Un atto di coraggio e di forza morale. La sua valenza letteraria, in questo caso, non c’entra nulla. Mi piacciono anche i libri di Gratteri e degli altri giudici che hanno scritto in merito alle mafie . Saviano ha avuto una esplosione mediatica. E’ un fatto positivo, in questo caso . Giustamente , come scrive Severino Cesari, si può criticare come ha fatto Dal Lago , ma si deve anche accettare di venire , a sua volta, criticati. 12-06-2010 13:00 - pierluigi
  • Si parla poco così da tanto poco di politica che subito ci si infiamma, scrivendo anche un sacco di stupidaggini. Io credo che le intenzioni di Dal Lago (non ho letto il libro) fossero giuste e legittime: non tanto quella di criticare uno scrittore e un libro, ma il fenomeno creato da una parte politica priva di idee e di persone che la rappresentino. Nella produzione del "fenomeno", Saviano è sostanzialmente innocente. Vive per noti motivi sbattuto di qua e di là, sotto scorta ed è difficile negarsi al copione dell’eroe. Come capita a tutti gli umani, anche ai bravi e giovani scrittori di bestseller, qualche volta dice cose che ci sembrano giuste, altre volte meno. “Gomorra” ad esempio è a parer mio, un bel libro, che chiarisce bene il tema dell’imprenditorialità camorrista, ma che sorvola o ignora i legami tra camorra e politica e istituzioni. E il film è ancora più carente su questo (possibile che, in mezzo a tutta quella carneficina, non si sia trovato un secondo per far vedere un corrotto tra amministratori e poliziotti?)… In questo trascinamento sul palchi, Saviano è spinto a parlare di fenomeni e paesi che conosce e di altri che conosce meno. Lui sa di camorra ed è naturale che tenda a vederla un po’ dappertutto. E a sopravvalutare il suo ruolo. In questo può coincidere con la tendenza del governo che parla tanto dei vari Sandokan e si tiene al governo i Cosentini. E Saviano diventa inviso al governo quando, come ha fatto ultimamente, ricorda la camorra che governo: fino ad un attimo prima andava benissimo (ricordatevi gli apprezzamenti di Bondi alla prima di “Gomorra”!). Se non fosse stato costruito il “fenomeno Saviano” si sarebbero potute ignorare alcune sue affermazioni discutibili, ad esempio, sulla Colombia (del tipo che il conflitto in atto da circa 60 anni dipenda dalla droga) o sulla “grande democrazia” d’Israele. Ma la venerazione indotta nei suoi confronti, e la sua giusta credibilità, spinge giustamente a sottolinearle. Non so se Saviano diventerà un santone, un leader politico, se scriverà altri bestseller o farà la fine di Oriana Fallaci. Certo è che lui è libero di pensare e scrivere quello che vuole, gli altri anche. 12-06-2010 12:50 - guido piccoli
  • <Siamo alla PATAFISICA. L'editore che stronca ferocemente un suo autore. Bello sketch, comicità moderna, fa ridere come Vianello-Tognazzi, anche di più.>

    Non la metterei affatto in questi termini.

    Tenuto conto che una cosa è il manifesto giornale, un'altra cosa è la casa editrice, aguzzerei invece il più possibile la vista, e provando a leggere tra le righe, nel sottotesto, mi domanderei: cosa ci potrebbe dire, il fatto che un "editore" pubblichi una "feroce stroncatura" di un suo autore? ;] 12-06-2010 12:27 - Harken
  • X Alan Ross: sì, temo di sì. Ma capisci perché la sinistra è ridotta a percentuali da prefisso telefonico? Con questa capacità di analisi del mondo che li circonda, dove potranno mai andare? Chiediamo ai casalesi se sono disposti a smaltire queste scorie del XX secolo in qualche discarica campana; la controindicazione è che Saviano potrebbe scrivere un libro anche su questo traffico di rifiuti tossici umani.

    L'unica cosa che a me stona di Saviano è che scrive per Mondadori, am come ho già detto, è probabile che se smettesse sarebbe 'casualmente' privato della sua scorta, chi lo sa. Sta di fatto che la stupidità che dimostrano i sinistrati (con i quali mi accorgo d'avere oramai ben poco da condividere, almeno con i qui presenti) è tale, che mi suscita disgusto. Forse ha ragioen la Littizzetto: in Italia o sei un eroe morto o sei uno stronzo vivo. A buon rendere.. 12-06-2010 11:21 - S.m.
  • Caro Cesari

    vorrei che lei, nella Sua onestà intellettuale, rispondesse a tre quesiti. Primo. Perché Saviano nella prefazione a "Cecenia", di Anna Politkovskaja afferma che il suo assassino, assieme ad una donna, hanno atteso che per due volte salisse le scale di casa con la spesa per poi ucciderla? Non è vero. E' stata uccisa immediatamente. Esiste un filmato a circuito chiuso che lo testimonia e non c'era nessuna donna. Secondo. Perché Saviano afferma nel programma sull'Inferno che Neda a Teheran è stata uccisa in quanto riprendeva con il suo telefonino la polizia? Non è vero, non esiste una sola fonte documentale o scritta verificabile che lo confermi. Terzo. C'era proprio bisogno di cominciare Gomorra con la vicenda dei cinesi ibernati, spacciandola per vera? E' falsa. E quando dico "falso", intendo che ciò che si afferma "non lo si possa verificare con alcuna fonte, visiva o scritta che sia". Questo è il problema. Molte delle cose che scrive Saviano non sono verificabili. Inoltre, un anno fa circa si diffuse la notizia (la si può trovare sulla Stampa on line), che Saviano non aveva subito alcuna minaccia e si trattò di eccesso di zelo da parte dei magistrati. Ben venga l'eccesso di zelo, così come la difesa di una vita minacciata, sempre e comunque, ma la notizia, che erano parole di un magistrato e non voci di corridoio, non mi pare ebbe questa grande diffusione. Il bavaglio non è che ce lo siamo (ve lo siete) messo da soli prima di mister B:?
    Le sarei grato di una risposta.
    Marco Clementi 12-06-2010 11:07 - Marco Clementi
  • Grazie Severino Cesari, di cuore.
    Giovanni Rinaldi 12-06-2010 10:44 - Giovanni Rinaldi
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