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Galapagos
La finta parità tra uomini e donne
Commento amaro, quello di Guglielmo Epifani: «Non esiste al mondo manovra di innalzamento dell’età pensionabile che da un giorno all’altro aumenta di cinque anni l’età pensionabile». Per il segretario generale della Cgil per arrivare alla parificazione di trattamento tra uomini e donne nel pubblico impiego, come ha chiesto l’Unione Europea, si poteva «utilizzare lo strumento della flessibilità uguale per uomini e donne, per i lavoratori pubblici e privati, in uscita verso la vecchiaia». Ma il governo ieri mattina ha deciso diversamente: dal primo gennaio 2012 le donne per poter andare in pensione dovranno aver compiuto
65 anni. Come gli uomini. E per molte di loro proseguirà il tormento del doppio lavoro: quello statale e quello di cura in ambito familiare.
A dare l’annuncio ufficiale al termine del consiglio dei ministri è stato Maurizio Sacconi. Il ministro del lavoro, che nei giorni scorsi aveva cercato di contrattare senza molta convinzione con la Commissione Ue, l’innalzamento dell’età avverrà «senza passaggi intermedi». Sacconi ha anche spiegato che la nuova norma sarà presentata come emendamento alla manovra finanziaria 2011-2012. L’impatto del «blocco», secondo il ministro «sarà limitato e riguarderà una platea stimata in 25 mila donne».
Nel corso di una conferenza stampa, Sacconi ha sottolineato che la nuova normativa «non riguarda in alcun modo il settore privato, non è neanche la premessa per un intervento nel privato dove ci sono condizioni «straordinariamente» diverse. Per il ministro della pubblica amministrazione,
Renato Brunetta, l’intervento «non serve a fare cassa perché l’impatto economico sarà zero nel 2010 e nel 2011, 50 milioni nel 2012 e 150 nel 2013». Inoltre, ha assicurato, tutte le risorse risparmiate andranno ad un fondo sociale dedicato alle donne, secondo quanto proposto da Mara Carfagna, ministra per le pari opportunità.
La mancanza di impatto finanziario nel 2010-2011 significa che fino alla fine del prossimo anno rimarranno in vigore le attuali norme varate circa un anno fa dopo la condanna dell’Italia da parte della Corte di giustizia europea. Quella legge prevedeva un progressivo innalzamento dell’età necessaria per aver diritto alla pensione di vecchiaia fino all’equiparazione uomini/donne nel 2018. In pratica ogni due anni era previsto un anno in pù. Per l’anno in corso e per il prossimo era prevista una età minima per maturare la pensione di 61 anni, mentre per il 2012 e il 2013 di anni ne sarebbero serviti 62 e così via, fino al 2018. Ora cambia tutto: a salvarsi saranno solo le donne che compiranno i 61 anni entro il 2011, mentre per tutte le altre dal primo gennaio 2012 serviranno 65 anni.
In realtà il governo nella prima versione della manovra finanziaria aveva rimesso mano all’innalzamento progressivo dell’età: non più un anno ogni 24 mesi, ma ogni 18 mesi. In questo modo l’equiparazione sarebbe avvenuta non più nel 2018, ma nel 2016. Poi, misteriosamente, nella versione definitiva del decreto legge, questa modifica è scomparsa. Il governo avvisato da Bruxelles che la Commissione europea premeva per l’immediata equiparazione a 65 anni,
ha deciso di fare bella figura, lasciando immutata la legislazione. Introducendo,
tuttavia, un correttivo non da poco, il prolungamento di un anno dell’attività lavorativa. In pratica le donne potranno andare in pensione, un anno dopo aver maturato il diritto alla pensione di vecchiaia. Da quel che sembra, questa norma sarà matenuta in vigore solo per le donne che entro il 2011 maturano il diritto alla pensione di vecchiaia (quindi andranno in pensione non a 61 anni, ma a 62), mentre sarà abolita per tutte le altre, già abbondantemente penalizzate dall’innalzamento dell’età.
Innalzamento «inaccettabile e non sensato», soprattutto se le risorse risparmiate non venissero utilizzate per garantire alle donne stesse «parità di condizioni di lavoro e di vita» con gli uomini, ha commentato Pier Luigi Bersani. Il segretario del Pd ha ribadito la posizione del suo partito affermando: «Siamo da sempre affezionati all’idea che questo problema si risolve con la flessibilità in uscita per tutti». In pratica, si tratta di prevedere «una soglia minima per l’età
pensionabile e poi, per alcuni anni, una flessibilità in uscita in rapporto al livello di pensione percepita».
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La sinistra comunista???? che fa ancora barricate di settarismo???? e di partitini chiusi in se stessi? Bertinotti, Vendola Ferrero, trozkisti, movimentisti, centri sociali ex PCI....ancora vivete di settarismo ideologico e di correnti...IL PAESE HA BISOGNO DI UN UNICO PARTITO DELLA SINISTRA comunista o socialista CHE SIA !!MA CHE CI GUIDI ALLA CONTROFFENSIVA CONTRO IL PUTRIDO REGIME DEL DUCETTO ITALO_PADANO!!!!GRAZIE 12-06-2010 11:15 - Rick
Queste due “facce” sanno quanto donne, per parlare di un campo che mi è familiare, sono diventate “primarie” nella sanità pubblica, alla faccia della professionalità? Questi signori sanno quante donne, che i figli l’hanno fatto superati i trent’anni, si sono ritrovate a quaranta o su di li ad essere una sottiletta tra due fettine di pancarrè in cui una erano i genitori anziani e l’altra i figli piccoli, tutti da accudire? Questi signori sanno quante cure sono ricadute sulle spalle delle donne, dei figli handicappati – chiamiamoli con il proprio nome e non diversamente abili!- dei fratelli e delle sorelle nati già segnati, e tutto sempre cercando di mantenere la dignità? Sanno costoro che le sessantenni che sarebbero andate in pensione non avrebbero scialacquato in crociere la loro pensione, ma avrebbero continuato a lavorare, accudendo i nipotini o le persone malate che hanno in casa, e supplendo con il loro reddito dimezzato i bisogni dei figli e dei nipoti? La chiamano parità ed aspettativa di vita, con la solita furberia delle parole. Si chiamano sopruso sulle donne e aspettativa di morte a scopo di lucro. 12-06-2010 10:26 - maria francesca
L’Unione europea, dunque, non avrebbe nulla da dire a fronte di regole sessualmente neutre, quale che sia il livello della parificazione. Ma v’è di più. L’asserito contrasto col diritto dell’Unione europea potrebbe essere risolto a monte: facendo confluire i pubblici dipendenti nel regime generale e, in tal modo, superando quella connotazione di specialità delle loro pensioni, che costituisce il presupposto del ragionamento della Corte. Qualunque tentativo di unificare i vari sistemi pensionistici è però fallito. Credo che si vogli utilizzare questa "imposizione" dell'UE per rimettere in ballo tutto il sistema pensionistico. Saluti, nonnoFranco. 12-06-2010 07:15 - nonnoFranco
lo Stato è laico! sulle tasche dei contribuenti non devono pesare scelte personali .
(e poi come la mettiamo con gli uomini single? loro devono pagare le donne che fan lavoro di cura ad altri uomini? suvvia siamo seri) 12-06-2010 00:55 - maschileindividuale
« L’art. 49 CE e, a decorrere dal momento della loro applicabilità, l’art. 9, n. 1, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/21/CE, che istituisce un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «quadro»), gli artt. 5, nn. 1 e 2, secondo comma, e 7, n. 3, della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 7 marzo 2002, 2002/20/CE, relativa alle autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica (direttiva «autorizzazioni»), nonché l’art. 4 della direttiva della Commissione 16 settembre 2002, 2002/77/CE, relativa alla concorrenza nei mercati delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica, devono essere interpretati nel senso che essi ostano, in materia di trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza di frequenze di trasmissione assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati. »
(Causa C-380/05, sentenza della Corte Europea[24])
La sentenza della Corte di Giustizia europea del 31 gennaio 2008 affermava che il sistema televisivo in Italia non è conforme alla normativa europea che impone criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori nell’assegnazione delle frequenze.
Un ritardo nell'applicazione della direttiva europea avrebbe comportato una pena pecuniaria a partire dal 1 gennaio 2009 (circa 350 mila euro al giorno), calcolata con effetto retroattivo fino al 1 gennaio 2006 11-06-2010 20:40 - Luciano
In breve: Un operaio,un "muratore",affinche' ci sia un effettiva parita' di trattamento sul lavoro, dovrebbero andare in pensione molto prima di un politico o di un avvocato. 11-06-2010 20:28 - Fede