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Loris Campetti
Un accordo da non firmare
Tutti commentano le vicende di Pomigliano e lanciano anatemi contro gli operai
fannulloni. «Gente che non ha mai visto una fabbrica, o se l’ha vista, magari perché è di sua proprietà, non sa come lavora un operaio alla linea di montaggio. Io li manderei un anno a Pomigliano, alla catena». Sarebbe una bella rieducazione. Pierre Carniti non fa nomi, ma dalle tipologie che descrive ci permettiamo di interpretare il suo pensiero, assumendoci la responsabilità di eventuali errori: Veltroni, Sacconi, Marcegaglia... Questa non è un’intervista al
prestigioso ex segretario della Cisl ma un colloquio, per noi un aiuto a leggere meglio nella forzatura messa in atto dall’Ad della Fiat, Sergio Marchionne.
Carniti non giudica chi ha preso il suo posto, né chi dirige i sindacati in un momento difficile come questo. È un fatto di stile. Dice però con franchezza quel che pensa. E alla domanda che gli rivolgiamo al termine del colloquio: tu avresti firmato quel testo scritto dalla Fiat?, risponde che «non è un accordo, né un contratto, semmai un protocollo imposto dall’azienda, prendere in toto o lasciare. Nessun sindacalista avrebbe dovuto firmarlo. Semmai avrei detto alla
Fiat di chiedere direttamente ai lavoratori. Magari dicendo loro che la situazione è straordinaria, servono sacrifici, e ascoltare le loro risposte. Ma niente firma sindacale, né come sindacato avrei detto ai lavoratori cosa votare. In tanti anni di lavoro sindacale mi è capitato di fare accordi buoni e anche cattivi. Nel 1966, per esempio, firmai un contratto nazionale dei metalmeccanici che sembrava quello precedente, neanche il totale recupero dell’inflazione riuscimmo a strappare. La situazione era quel che era, ma almeno si contrattava. La procedura imposta oggi dalla Fiat per lo stabilimento di Pomigliano è veramente singolare, senza precedenti nel dopoguerra. Certo nel Ventennio succedeva
anche di peggio».
Il punto di partenza di Carniti è che la decisione di Marchionne di investire un po’ di soldi a Pomigliano è importante ma anche dovuta, perché «dopo aver annunciato la morte di Termini Imerese non poteva certo dire chiudo anche Pomigliano», con tutti i soldi presi dallo stato con la rottamazione. La Fiat si internazionalizza, il cuore produttivo si sposta altrove, «ma se abbatte la produzione in Italia se lo sogna il 30% di mercato casalingo». Seguendo la filosofia prevalente, Marchionne approfitta della crisi per liberarsi dei contratti nazionali. Il primo passo in questa direzione l'ha fatto il governo, «incoraggiando le imprese a regolare i rapporti di lavoro in sede aziendale», defiscalizzando gli aumenti contrattuali di secondo livello. Così si svuota il contratto nazionale. Mi sarei aspettato una reazione sindacale forte».
Si può discutere tutto, anche della validità, oggi, del contratto nazionale di lavoro. «Io vorrei che qualcuno mi convincesse che esistono alternative per difendere con altri sistemi coesione, solidarietà generale, eguaglianza di diritti. Io non le vedo, forse sono troppo vecchio e mi torna in mente una frase del Manzoni: non sempre quel che viene dopo è progresso. Su questo – aggiunge Carniti - dovrebbero confrontarsi anche i sindacati, invece di beccarsi in concorrenza tra loro su chi è più realista e chi più radicale». Invece, ogni decisione o cambiamento del sistema di regole avviene altrove, con un governo
segnato «dai leghisti che sognano le gabbie salariali. Ricordo che in paesi importanti e che crescono più di noi, come la Germania, il contratto nazionale ha un ruolo importantissimo».
Il punto, dunque, non è se Pomigliano debba chiudere o no, «la Fiat che per decenni ha vissuto con i finanziamenti pubblici non può permetterselo». La Fiat strumentalizza per giustificare «un cammino eccentrico. Usa esempi singolari, si lamenta perché dei lavoratori si mettono in malattia durante gli scioperi quando quei comportamenti fanno il gioco della Fiat che può così negare la riuscita degli scioperi. Dica la verità, il Lingotto, riconosca gli scioperi invece di tirare sui numeri. Oppure protesta perché in troppi, a ogni elezione, si assentano per fare i rappresentanti di lista. Ma che c’entrano i sindacati e i lavoratori? Esiste una legge dello stato, semmai chiedano alla politica di modificarla».
Sulla presunta incostituzionalità di alcune norme contenute nel diktat Fiat Carniti non si pronuncia, «non conosco abbastanza il testo ma quel che più mi preoccupa non è questo: se ci sono elementi che violano la Costituzione si individueranno le sedi opportune per invalidarle. E comunque Marchionne si illude, perché un sì dei lavoratori - persino un impegno a non ricorrere allo sciopero, o a non dire ahi prima di tre giorni quando ti schiacci un dito con il martello - estorto con il ricatto, è una vittoria di Pirro. Se si sopraffà l’interlocutore questo prima o poi esplode, non si governa con le sopraffazioni. Non c'è stata alcuna contrattazione sul testo, la Fiat ha portato un pacco non negoziabile, perciò non ha senso apporvi una firma sindacale». Meglio un confronto, anche conflittuale, le imposizioni producono solo rivolte. «Dovrebbe
sapere Marchionne, abituato a trattare con i sindacati americani, che negli Usa, negli anni sindacalmente difficili, gli operai dell’auto mettevano i bulloni nei motori».
Alla domanda «ti aspettavi qualcosa di meglio da Marchionne?», Carniti precisa che il dirigente Fiat opera in condizioni difficili, con l’auto che batte in testa in tutto il mondo, una competizione dura e una capacità produttiva superiore alla domanda. Poi, aggiunge, è abituato negli Usa dove il sindacato dell’auto è uno e non sei o sette. «Immagino che abbia dato ascolto a dei consiglieri che spiegano come la strada sia quella della rieducazione forzata dei lavoratori per battere l’anarchismo. Avrà ascoltato un po’ di colleghi confindustriali che pretendono la cancellazione di qualsiasi forma di contrattazione collettiva», come la capa dei giovani imprenditori, «i figli dei papà confindustriali». Così Marchionne, incoraggiato dal contesto, si è gettato lancia in resta contro il contratto nazionale. Ma al suo posto, lo ripeto, non starei tranquillo del risultato».
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Di loro che per il bene della nostra razza,lavoreremo come non mai e per un pezzo di pane.
Così potrai ancora mangiare.Ti lascio il mio posto e quello dei miei figli.Io a loro gli dico invece, che devono lottare e devono tirare fuori le palle,perche siamo in guerra!
Li incito come se dovessero partire in una guerra.Gli racconto dei trecento che hanno fermato i siriani alle Termopili.Gli dico di Garibaldi e della rivoluzione socialista sovietica.Gli faccio vedere il film della corazzata russa e li sprono come tori infuriati e li mando,anzi li guido nelle battaglia con il cuore impavido!
Quando si tratta di lottare per la vita e per una condizione migliore,quale sacrificio più giusto, un uomo deve fare?!?
Andiamo in guerra in Afganistan e ci muoriamo,e pòi non combattiamo la nostra guerra in patria. I nostri nemici sono quì!
Io è questo che insegno a mio figlio.Se pòi muore in battaglia,sarò onorato come se fosse il più grande degli eroi di questa mia patria! 20-06-2010 12:53 - mariani maurizio
Ho visto in tv il corteo, c'erano gli operai, qualcuno lo anche conosciuto e non ha voglia di fare un bel niente in fabbrica, quindi figuriamoci se mi aspetto da lui una lotta per i diritti, gli altri come posso pensare erano li forse perchè costretti dalle condizioni che oggi ll'italia ci offre e quindi li capisco, mentre gli altri erano tutti responsabili, caposquadra ed i loro collaboratori, hanno detto di essere in 5000, ma se a pomigliano messi tutti insieme siamo quel numero ed invece ho visto anche bambini, signore forse le mogli dei responsabili.Ho letto l'intervista a Carniti, dice il vero non dovevano firmare il pacco ricatto, non firmando nessuno di loro anche l'opinione pubblica oggi vedrebbe sta cosa sotto un altro aspetto, invece facendo così hanno spaccato il paese e tutti contro la fiom, dicendo che sono sempre loro che non accettano le proposte. Un messaggio per i leader di CISL E UIL, avete firmato ormai è fatta, ma vi siete chiesti se è giusto proporre delle regole giocando sulla povertà della gente? Dire accettate o chiudo un azienda per voi è contrattare o ricattare il sindacato. 20-06-2010 11:04 - antonio
Questi con le torce della chiesa, che si usano per le processioni, sfilavano silenziosi e con la testa bassa.
Mi sono sentito per un attimo il protagonista della canzone (O cara moglie).Prima, mi era venuta voglia di maledirli e di ammazzarli,ma pòi a guardarli,affamati,senza più una morale e la voglia di lottare.Trascinati come pecore belanti da alcuni funzionari di partito,con in mano scritte come vogliamo lavorare,mi sono sentito,morire.
Come è possibile che una parte della mia classe sia arrivata a questi livelli!
Mi veniva da piangere per loro.Ma è meglio morire che vivere come delle pecore belanti che vogliono essere tosate e farsi portare via i loro agnellini.
Pòi ho guardato in alto e ho visto altri operai che invece strillavano e gridavano con tutta la voce che avevano nei polmoni.Gridavano come stalloni che non hanno mai visto la sella.
Come angeli nel giorno del giudizio.Guardavano quei quattro manifestanti e li insultavano,mostrandogli i pugni e facendogli le corna.
In quella rabbia ho rivisto la mia gente.Mi sono risentito di nuovo vivo e combattivo.Potete distruggere tutto,ma la lotta non morirà mai.Dopo un incendio,pare che la foresta sia oramai finita,invece a guardare bene la vita sta già ricominciando.Le formiche escono dai loro buchi.I semi sopravvissuti,fruttificano prima del tempo e piano piano rinasce la vita.
Ecco i miei operai.Eccoli la su!
Non temo,ne la morte ne le sconfitte,perche noi siamo la vita e sempre ricominceremo la lotta!
Una cosa è certa.
Gli operai servono sempre.Mentre dei! padroni,un giorno ne faremo a meno 20-06-2010 08:48 - mariani maurizio
quante cazzate dicono quelli di sinistra 20-06-2010 07:40 - angelo