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FUORIPAGINA
03/07/2010
  •   |   Giulia D’Agnolo Vallan, da New York
    Spirito «Rolling Stone»

    «Com’è possibile che un generale con la statura e l’esperienza di Mc-Chrystal sia stato così incauto da lasciarsi cogliere in fallo da una «rivista hippie/pacifista»?, si chiedeva recentemente l’editorialista del New York Times, Maureen Dowd. Ma quasi più interessante dell’ironia nello spettacolo di un simbolo della controcultura, come Rolling Stone che, nel 2010, fa esplodere la carriera di uno dei massimi generali dell’esercito americano, è la traccia di scherno implicita nell’immagine della «rivista hippie pacifista».
    Non è certo sfuggito all’establishment mediatico Usa che l’implosione di McChrystal non sia stata frutto di un colpo giornalistico del New York Times,
    del Washington Post o della Nbc, ma di un profilo/intervista sul bisettimanale di musica e attualità fondato da un drop out dell’Università di Berkeley di nome Jann Wenner, quarantacinque anni fa.
    Il polverone del licenziamento di McChrystal non si era ancora posato che la capa dei corrispondenti esteri della Cbs, Laura Logan, sulla Cnn, attaccava
    l’etica professionale dell’autore dell’articolo di Rolling Stone, Michael Hastings, per aver incluso nel pezzo conversazioni secondo lei off the records (cosa che Hasting e Rolling Stone negano, e che McChrystal non ha mai invocato in difesa
    di se stesso) e per aver così infranto «il tacito accordo» tra giornalisti ed esercito secondo il quale «non si pubblicano insulti o spacconate che potrebbero mettere i militari in imbarazzo».
    Oltre all’invidia malcelata del giornalista di «serie A», che si è fatto rubare lo scoop da un freelancer e a una raggelante rivendicazione della compiacenza
    tra l’elite mediatica e quella militare (o politica), la sfuriata di Logan mancava completamente il nodo della vicenda: gli «insulti e le spacconate» del team di McChrystal nei confronti dell’amministrazione Obama (un classico quadretto di vita e retorica militare, con l’innata diffidenza nei confronti dei «burocrati» giù a Washington - come ci insegna da decenni il meglio di Hollywood) sono stati gli highlights ripresi ovunque, ma più importante nell’articolo di Hastings era la
    messa a nudo del fallimento della strategia (promossa da McChrystal) in Afganistan. È per quello, alla fine, che Obama non poteva non licenziarlo - e, si spera, darsi così anche l’opportunità di «aggiustare il tiro».
    In realtà, il colpo grosso di Rolling Stone non è una sorpresa. Nell stesso numero, (copertina Lady Gaga) la rivista di Wenner, adesso diretta da Will Dana, include il secondo capitolo di un altro reportage che ha fatto scalpore - sui piani imminenti della Bp nell’Artico, che segue di alcune settimane un resoconto su come il ministero degli interni di Obama non abbia ancora fatto nulla per arginare i poteri dell’industria del petrolio resi virtualmente illimitati
    dal regime Bush/Cheney. È dell’estate scorsa un’altra storia miliare, sulla banca d’investimento Goldman Sachs (nelle parole del giornalista Matt Taibbi «una grossa piovra vampiro avviluppata sul volto dell’umanità»).
    Controtendenza rispetto ai tagli generali sul reporting e al diluvio a poco prezzo dell’opinionismo da blog, Rolling Stone ha ritrovato la sua voglia di giornalismo politico/investigativo (dopo una breve avventura in direzione frivolo/pettegola,
    nel 2002/3) negli anni nero pece di George W. Bush – spaziando da Katrina, all’Iraq, alla scientologia, a Washington.
    È la tradizione del giornalismo letterario coniata negli anni settanta sulla rivista dai grandi reportage militanti di Hunter Thompson, densi di brillante osservazione «sul campo», di iperbole e di un’indignazione morale profonda
    che gli opinionisti di oggi – a destra e sinistra - non possono eguagliare.
    Tom Wolfe (tra gli altri, con la prima stesura di quello che sarebbe diventato uno dei suo libri più belli, The Right Stuff), Joe Eszterhas (sulla corruzione
    della polizia), Timothy Crouse (sui giornalisti di Washington), Howard Kohn (sul caso Patty Hearst), P.J. Rourke (con la sua passione per Reagan) sono alcuni
    dei grossi nomi che, negli anni, hanno arricchito questa rivista nata nello spirito (sovversivo) del rock ‘n roll.
    E, nella dilagante crisi del giornalismo planetario, a provare che quello spirito e quell’idea non sono del tutto inutili o obsoleti, ci sono alcune cifre: dal 2008, le vendite di Rolling Stone sono infatti salite (a 1.5 milione di copie) – l’età media
    dei suoi lettori è trent’anni. Forse non tutto è perduto.


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