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Andrea Fabozzi
Il governo litiga sulla sua crisi
Il governo discute apertamente della sua crisi e si divide sui possibili esiti. Allargamento all’Udc oppure no? Silvio Berlusconi ci ha tentato, complice Bruno Vespa che lo ha messo a tavola con Pierferdinando Casini. Casini ieri ha un po’ smentito, assicurando di «non aver ricevuto nessuna offerta» perché «non sarebbe stata quella (la casa che Bruno Vespa prende in affitto da Propaganda
fide a diecimila euro al mese, ndr) la sede». Ma giusto ieri mattina proprio Vespa
confermava tutto, contento di poter annunciare attraverso Il Mattino che «il treno sul quale sono saliti Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini è partito» ma aggiungendo prudente che «è presto per dire se arriverà a destinazione e quale percorso seguirà davvero».
Sul treno Casini ha spiegato di volerci salire a una condizione: non fare da passeggero ma sedersi nel locomotore. «Il problema di un rimpasto di governo non mi riguarda, compete al presidente del Consiglio», ha detto. L’Udc chiede una crisi formale che Berlusconi sarebbe persino disposto a concedere a patto di poterla pilotare. Come spiegano i berlusconiani più espliciti, si tratterebbe di
aprire una crisi al solo scopo di liberarsi dei più recalcitranti al seguito del cavaliere per sostituirli con un po’ di centristi. Uno schema che non tiene conto delle regole costituzionali e configura un vero sgarbo al capo dello stato, unico titolare della regia in caso di crisi.Ma soprattutto uno schema che appare superato dai fatti: Berlusconi non sembra in condizione di dettare ultimatum né ai finiani né tantomeno a Tremonti e alla Lega, le altre due spine nel fianco del cavaliere, persino le più fastidiose negli ultimi giorni. Il gruppo fedele al presidente della camera avverte che non si farà cacciare facilmente. «Siamo determinanti per tenere insieme il governo e voteremo con la maggioranza fino all’ultimo giorno della legislatura», comunica dalla trincea Italo Bocchino.
E così più che darli, Berlusconi gli ultimatum deve subirli. Innanzitutto quello della Lega che per maggior chiarezza si esprime attraverso tutta la triade di comando. «Se ci siamo noi non ci possono essere quelli dell’Udc», chiude subito la strada Umberto Bossi. «Il popolo scegliendo il bipolarismo ha detto basta
con le case, chiuse o aperte che siano, e soprattutto basta con i Casini», svolgareggia al solito il ministro Calderoli. E Roberto Maroni mette sull’avviso direttamente Berlusconi: «Queste sono operazioni di palazzo nate in ambienti romani, lontane mille miglia, sono convinto, anche da quello che pensa Berlusconi, messe in giro da chi vuole danneggiare lui e il governo». Per Maroni dunque nessuno spazio a Casini, la Lega non ci starebbe e Berlusconi faccia bene i suoi conti: «Se il governo cade si va al voto». Anche perché «un governo con l’Udc sarebbe un tradimento del voto e non credo che con la Lega all’opposizione durerebbe un solo minuto».
I leghisti dunque non lasciano spazio di manovra al presidente del Consiglio. Si considerano gli azionisti di maggioranza del governo e non vedono altra strada al di fuori dell’asse un tempo «del nord», ma adesso piuttosto centralista, con Tremonti. Maroni è esplicito: «Noi dobbiamo governare, prendere decisioni e andare avanti, come ha fatto con coraggio il ministro Tremonti contrastando la
posizione irragionevole delle regioni sulla manovra». Una decisione, quella di Tremonti, che Berlusconi avrebbe volentieri evitato.
Il netto altolà leghista conferma il cavaliere nei suoi timori: non può fare a meno della Lega ma non riesce più a gestire l’asse Bossi-Tremonti. Alla sua rabbia danno così voce i fedelissimi, come il deputato Pdl Osvaldo Napoli che parla di «un diktat sorprendente di Maroni» e il ministro La Russa che al collega di governo ricorda come in politica non si debba «mai dire mai, perché non è vero che Lega e Udc sono incompatibili visto che sono già stati al governo assieme».Adesso però mentre il Pdl si sfalda in periferia, mentre Berlusconi è costretto a farsi sostenere da una corrente tra le tante, non è più il presidente del Consiglio a dare le carte. Piuttosto deve adesso ascoltare anche le richieste
di Casini. Il leader centrista lo blandisce promettendogli la guida di un governo di unità nazionale. Ma insiste sull’apertura formale di una crisi dall’esito incerto.
- I tagli alle regioni sono il risultato della manovra, dietro questa sanguinosa manovra l’Europa deve confessare gli sbagli di dieci anni di politiche di taglio delle tasse ad imprese e della mancata tassazione di rendite e profitti.Adesso paga la sanità ed i servizi non ci sono soldi ed avvieranno un estesa privatizzazione, quei capitali che volevano intercettare si lascia il pubblico come si cambiano le scarpe per delle ciabatte ma il passaggio non è indolore si favorisce una borghesia che invece fa pagare alla società ulteriori licenziamenti.La spina della disoccupazione giovanile si muove nella ferita e si contrapporranno le generazione per un quaranta cinquantenne disoccupato mezzo- questa e la statistica-mezzo lavoro precario per un giovane.Saremmo come l’Inghilterra avremo ad aggiungersi un nuovo tipo di disoccupazione oltre a quella giovanile, la disoccupazione forse più grave dei padri di famiglia.Paese l’Italia in cui la famiglia è l’unico ammortizzatore sociale.La bugia del tagliare le tasse-solo ai ricchi-diventa buco nel bilancio oltre alle spese della casta, argomento dell’antipolitica che non finisce la sua reazione a catena a sinistra-con il solo baluardo della legalità-C’è questa estate la fine della situation commedy tra Fini e Berlusconi c’è la crisi strutturale di un modello iniziato con il negare la crisi e dirsi compiuta la risalita e siamo invece passati per la macelleria sociale, che è stata quella di manganelli facili e morte di settori economici trainanti come la chimica in Sardegna.Non c’è un ministero dello sviluppo si ripropone il profit state in ombra di massonerie perché amici di amici si aggiudichino pezzi di industria e di settore pubblico.Una crisi che passa per quei candidati immagine delle Regioni che adesso vedono che non si può governare ne essere decenti amministratori ma solo esecutori fallimentari.La crisi del Berlusconismo è però soprattutto crisi morale ed adesso si accorgono che il patto strategico era quello di garantire l’impunità a Berlusconi e sono venti anni che si attaccano magistratura e giornali, leggi bavaglio legittimo impedimento sono stato l’obiettivo perché non si formasse una pubblica opinione a conoscenza del malaffare dilagante personale e di consorteria.Il PD non vuole le elezioni e forse pensa a Fini come prossimo leader nascondendo quello che gli era rimasto di sinistra e di cui si vergogna davanti alla piazza populista che Berlusconi agita contro la costituzione e le forme più elementari della democrazia rappresentativa.Siamo in ordine sparso e sentiamo che queste persone sono pericolose non hanno senso dello stato e della cosa pubblica e sono pronti a fare del federalismo non una riforma e nemmeno sarei d’accordo ma una regalia ad un alleato pur di mantenere il potere cioè l’impunità.Si ritornerebbe alle gabbie salariali e si lavora per fare del paese un immenso bacino di lavoro precario e flessibile senza diritti e tutele vogliono eliminare la contrattazione ed i sindacati. E egemone nel paese la destra economica ed il malcostume la corruzione un amoralità diffusa contano solo soldi e potere ed un mezzo diventa un fine i soldi comprano le persone e garantiscono il potere. 11-07-2010 16:10 - paolo
- finta unita' finte alleanze finte certezze finte verita'!! Tutto tenuto insieme da un movimento che fa del razzismo e della violenza il suo credo.Ma il finto presidente del consiglio ha l'elicottero pronto sul retro per il colpo di scena finale?? 11-07-2010 16:07 - Riccardo Pirazzini
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