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Antonio Sciotto
Fiat, scattano i licenziamenti punitivi
Pino Capozzi è impiegato da due anni all'ufficio Engineering e Design della Fiat, nella sede centrale di Mirafiori, a Torino. Si occupa dell'analisi dei costi dei modelli in sviluppo. Per quanto non appartenga certo ai manager - è un impiegato di sesto livello - si potrebbe comunque definire anche lui un «Marchionne boy», seppure solo dal punto di vista anagrafico: è arrivato nel pieno della rivoluzione messa in atto dal nuovo amministratore delegato. Ha 32 anni e non ha fatto le lotte operaie del Novecento. Non è neanche un «comunista»: è iscritto al Pd, e anima un circolo Pd nel suo paese, a Nichelino, nel torinese. Unico «neo»: è un rappresentante Fiom. Eppure questo identikit quasi immacolato non lo ha salvato: è il primo dei licenziati della nuova linea dura scelta da Marchionne dopo Pomigliano. E oggi potrebbe toccare a due delegati e un operaio di Melfi.
Perché, Pino, l'aria è cambiata dopo il referendum. O no?
Sì. La mia sospensione, e poi il licenziamento, sono arrivati come una doccia gelata. Non è che sotto Marchionne non ci siano stati conflitti, ma lui stesso aveva detto di voler impostare i rapporti sindacali in modo diverso, più «moderno». Tanto che solo qualche giorno fa ha mandato quella lettera a tutti i dipendenti, in cui invocava la necessità di dialogare e invitava alla collaborazione. Io penso sia scattato un forte giro di vite, dovuto a quello che sta succedendo a Pomigliano. Ma non solo: ricordiamoci le tensioni a Melfi, e a Termini Imerese, che la Fiat intende chiudere.
Tu hai mandato la lettera degli operai polacchi a 40 tuoi colleghi, e adesso la Fiat ti accusa di aver utilizzato illecitamente mezzi aziendali per fare propaganda sindacale. Tra l'altro, ti ricordano che i polacchi invitavano a «sabotare» il Lingotto.
Ma ovviamente non si parla di sabotaggio in senso letterale: le tute blu di Tychy ci invitavano a resistere all'attacco ai nostri diritti, di smontare la proposta della Fiat che chiede di rinunciare al diritto di sciopero. Tutto qui. È vero, ho usato
la posta aziendale, ma l'ho fatto in piena buona fede. Ho mandato quella
mail solo ai 40 colleghi che compongono il mio ufficio, semplicemente invitandoli a sensibilizzare i lavoratori di Pomigliano, nel caso ne conoscessero qualcuno. Non ho mai detto, nelle poche righe che allegavo a quella lettera, di votare no all'accordo. Al contrario, diversi delegati Fim e Uilm, in quegli stessi giorni, facevano circolare nella posta aziendale volantini di invito esplicito al sì, ma loro non sono stati mai ripresi.
Come è andata poi?
Io ho mandato la lettera in giro il giorno prima del voto, poi non ho saputo più nulla. Il 6 luglio mi viene recapitata la comunicazione con 6 giorni di sospensione cautelativa. Venerdì scorso mi sono recato alla direzione del personale per portare le mie giustificazioni. Lunedì mi sarei aspettato di poter ritornare al lavoro, ma invece ho ricevuto una telefonata in cui mi dicevano di presentarmi
all'ufficio del personale, l'indomani, senza passare il badge all'ingresso: lì mi è stata letta la lettera di licenziamento. E non è stato aggiunto altro.
Adesso farai ricorso?
Sì, farò tutto il possibile. Ho un mutuo sulle spalle e sono single, il mio lavoro era l'unico introito. Ma sottolineo che questo è stato un atto politico, diretto contro la Fiom. Se io posso aver fatto una leggerezza, conta poco. Il fatto è che sono della Fiom, così come i tre colleghi di Melfi.Lettera dei lavoratori FIAT di Tychy (Polonia) ai lavoratori di Pomigliano d'Arco (scritta il 13 giugno, alla vigilia del referendum a Pomigliano in cui i lavoratori sono stati chiamati a esprimersi sulle loro condizioni di lavoro).
"La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend).
A un certo punto verso la fine dell'anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L'anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.
Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo "Giorno di Protesta" dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l'anno scorso.
Che cosa abbiamo ormai da perdere?
Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.
In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.
E' chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.
Per noi non c'è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l'azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.
Lavoratori, è ora di cambiare".
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CF 15-07-2010 08:41 - lectiones
Credo sia il caso che Il Manifesto si occupi della questione in maniera approfondita, anche perché i lavoratori hanno molto bisogno di visibilità,
saluti,
Paolo Caputo (Ricercatore Università della Calabria) 14-07-2010 15:19 - Paolo Caputo