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Enzo Mangini (redattore di Carta)
Fare l'amore con la libertà
Il sole picchia sul catino di Montecitorio. E picchiano i fischietti, rumorosi come vuvuzelas. La voce di Norma Rangeri deve salire di un’ottava per annunciare l’apertura dell’anomala riunione di redazione del manifesto, sotto il gazebo messo a disposizione dai lavoratori dell’Eutelia, che da settimane protestano davanti al parlamento.
Attorno ci sono i lavoratori civili delle basi Nato di Sigonella e Camp Derby, in Toscana. Protestano contro la decisione di sostituire i lavoratori civili italiani con «contractors» statunitensi. «In una protesta come questa ci sentiamo come i pesci nell’acqua – dice Norma al megafono – ed è anche un segnale del bisogno di stampa indipendente, libera, in questo paese, ormai ridotto a un campo di lotta tra cricche».
Vauro ha in testa un casco blu con scritto Onu: «Visto che l’Onu ha chiesto al governo di rivedere o ritirare il ddl Alfano, ho deciso di arruolarmi», dice Vauro. «Avete visto tutti la copertina che ho disegnato oggi, – aggiunge – facciamolo in piazza. Che cosa? L’amore, l’amore con la libertà».
È questo il filo conduttore degli interventi dal gazebo. Il megafono passa di mano in mano. Tra gli altri, ci sono Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa; Fulvio Fammoni, della segreteria nazionale della Cgil; Claudio Fava e Alfonso Gianni, di Sinisitra ecologia e libertà; Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, Fausto Bertinotti, Ignazio Marino e Vincenzo Vita [Pd]; Giuseppe Giulietti [Aticolo21]; Luigi De Magistris [Idv] e poi i vertici di Mediacoop, Mario Salani e Lelio Grassucci. E ancora, Corradino Mineo, impegnato nella sua battaglia per salvare l’autonomia di Rainews24, i rappresentanti dell’Usigrai e dei giornalisti di Liberazione, Confronti, Il Salvagente e Carta. Da molti mesi, tutti assieme, si lavora per cercare di fermare i tagli che il governo ha deciso di imporre alle testate cooperative, di partito, no profit e delle minoranze linguistiche. Tommaso Di Francesco, sigaro spento tra le labbra, cerca di tenere un ordine negli interventi, accanto ad Angelo Mastrandrea, il vicedirettore, che distribuisce volantini e copie del giornale.
Giulietti e Vita rievocano i passaggi della battaglia parlamentare per salvare centinaia di testate dalla scure di Tremonti. «Sarebbe una perdita irrimediabile, non solo per i posti di lavoro, ma soprattutto per la qualità del tessuto democratico del paese», dice Giulietti. «In parlamento c’è grande consenso sulla difesa del diritto soggettivo ai contributi – aggiunge Vita – anche tra i parlamentari del Pdl e della Lega. Nonostante questo e nonostante il parlamento lo scorso anno abbia trovato anche i soldi per finanziare il fondo per l’editoria, il governo va avanti con un disegno esiziale».
«C’è una drammatica coerenza nelle politiche del governo – dice Roberto Natale – politiche di tagli e bavagli. Per noi la battaglia contro i tagli ai fondi per l’editoria è parte essenziale della battaglia per la libertà di stampa che pochi giorni fa ci ha spinto allo sciopero contro il ddl Alfano». «La politica del rigore invocata dal governo per giustificare i tagli – ha aggiunto Natale – è un pretesto, una mistificazione: non è una questione di soldi, è una questione politica. C’è la precisa volontà di colpire le voci indipendenti, libere, critiche, per rafforzare un controllo sui mezzi di comunicazione che non ha paragoni in Europa o altrove nel mondo occidentale. Il bavaglio della legge Alfano è tessuto con la stessa stoffa dei tagli all’editoria».
A che cosa possa servire questo controllo, lo raccontano, con sfumature e accenti diversi ma con una coerente interpretazione dei fatti gli interventi di Bertinotti, De Magistris, Ferrero.
«Non si può non vedere quanto siano organici i provvedimenti e le azioni del governo. – dice Ferrero – Alla restrizione degli spazi per l’informazione libera corrisponde la restrizione degli spazi di democrazia sul posto di lavoro, come dimostra la vicenda di Pomigliano. E corrispondono anche gli attacchi alla magistratura, al diritto di sciopero, al diritto di criticare e manifestare», aggiunge Ferrero ricordando le manganellate di una settimana fa contro i cittadini aquilani. Ferrero ha lanciato l’idea di una grande manifestazione nazionale, in autunno, contro le politiche liberticide del governo, in ogni loro sfaccettatura, da Pomigliano a L’Aquila, dai tagli alla ricerca a quelli sull’editoria.
«Il governo vuole spingere alcuni settori sociali come i poliziotti, i magistrati, i giornalisti a stare sempre con il cappello in mano per chiedere soldi. Soldi che servono a garantire funzioni essenziali in un paese democratico e anche l’indipendenza di quelli che queste funzioni svolgono – ha detto l’ex magistrato – E’ l’insieme della Costituzione che viene attaccato, a partire dall’articolo 1 che fonda sul lavoro il senso civico e la libertà».
E se Bertinotti rilancia l’idea di una grande raccolta di firme per gli operai di Pomigliano, Mineo aggiunge una sfumatura: «Sapete tutti quello che sta succedendo nella Rai. RaiNews24 in questi anni ha lavorato per dare voce a tutti, compresi quelli che nel Pdl soffrono il bavaglio imposto da portavoce e uffici stampa. È anche per loro, anzi forse oggi soprattutto per loro, che continuiamo a difendere la libertà di espressione».
«Ho molti motivi per essere accanto al manifesto», dice in uno degli ultimi interventi Giovanni Lolli, deputato aquilano, «reduce» dalla manifestazione del 7 luglio. «Oggi ne ho uno in più, perche il manifesto e pochi altri giornali hanno raccontato veramente quello che sta succedendo a L’Aquila. Anche in questi giorni, quando il governo cerca di imporre come verità la sua versione dei fatti sulla manifestazione del 7 luglio».
Come una settimana fa, un robusto cordone di poliziotti e finanzieri in tenuta antisommossa presidia via del Corso. Palazzo Chigi è isolato dal resto di Roma e del paese, dalla piazza e dalla coscienza dei cittadini. Vauro attacca: «Il cosiddetto direttore generale della Rai Masi diceva qualche mese fa in una telefonata intercettata con il cosiddetto presidente del consiglio che ‘certe cose non si possono fare nemmeno in Zimbabwe’. Ebbene le hanno fatte, o almeno ci stanno provando ancora. Non vorrei che il manifesto, come tanti altri giornali, come gli operai di Pomigliano e i lavoratori dell’Eutelia fosse costretto a tacere. A noi piace fare l’amore con la libertà. Non vogliamo essere costretti all’astinenza».
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