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FUORIPAGINA
16/07/2010
  •   |   Matteo Bartocci
    Le fabbriche della nuova politica

    «Il capitalismo ormai non è solo incompatibile con la democrazia: è incompatibile con la vita». Incontro Nichi Vendola nel suo ufficio alla regione Puglia sul lungomare di Bari. Alla vigilia degli stati generali delle «sue» fabbriche non si dà pace per la macelleria sociale, sadica, targata Tremonti: «L'anno prossimo in Basilicata scompariranno i treni».

    Che cosa dirai alle persone che verranno?
    Non ho influenzato neanche per un secondo la costruzione del programma di questi stati generali. Mi sono accordato con gli organizzatori solo sul loro senso generale. Che è la raccolta di tutte le esperienze fatte e la possibilità di immaginare un loro sviluppo, un percorso. Per me ho ritagliato due discorsi in apertura e chiusura sul buio e sulla luce, come nella Genesi. Insisterò sulla necessità di dare parole alle cose e di non essere privi di vocabolario. Sono molto curioso anch'io di come sarà.

    Nove anni fa in questi giorni eri a Genova. E' rimasto un qualche nesso tra quella stagione e «gli stati generali» delle «tue» fabbriche che iniziano a Bari?
    Il movimento noglobal aveva rotto per la prima volta la tela dell'egemonia liberista e capovolto lo schermo su cui veniva proiettata la globalizzazione. Soprattutto aveva raccontato «un altro mondo possibile» all'opinione pubblica mondiale. Per questo la repressione fu così implacabile. Il garantismo di regime si rovesciò in una buia notte cilena. Il paradosso di oggi è che c'è per intero la narrazione di quel movimento ma non c'è più il narratore. Fu un errore in quel luglio del 2001 non aver chiesto a tutte le sinistre il salto di qualità che andava compiuto. Lì dovevamo rifondare il soggetto politico, nel punto più alto dell'onda planetaria. Oggi siamo costretti a questa fondazione per la ragione contraria. Perché siamo al massimo decadimento della politica e a un punto di crisi senza precedenti dell'etica pubblica e della coesione sociale. Ma in questo quadro la crisi travolgente del centrodestra vede un affanno drammatico delle forze di opposizione e in particolare del Pd. Tracolla il berlusconismo e il Pd perde consenso.

    Appunto. Quindici anni di berlusconismo hanno devastato la sinistra fino a farla scomparire e hanno allontanato, forse definitivamente, i giovani dalla politica «praticata». Perché le tue fabbriche sono nate soprattutto da giovani?
    Da un lato c'è una politica ufficiale che si avvita nella stanca reiterazione di vecchie formule come quella del governo tecnico o istituzionale e di tutte queste diavolerie. Dall'altro c'è il tremontismo che avanza e che mette in mora anche Berlusconi con la dittatura dei mercati. E' un paesaggio che assomiglia a una guerra mondiale. In cui un'intera generazione non potrà più darsi appuntamento col proprio futuro produttivo. Sono francamente inascoltabili sia il lessico cingolato di una destra che organizza comunità di rancore come visione generale del mondo, sia un centrosinistra che balbetta ricette di buon senso come un buone amministratore di condominio. C'è una destra che fa il tifo per Marchionne e un centrosinistra che gira la testa altrove come se tutte le culture della modernità non fossero convocate di fronte ai diritti sociali e individuali di un operaio di Pomigliano.

    C'è un rischio però. Che il «nuovo inizio» cancelli genealogie col passato che invece ci sono e andrebbero articolate, se si vuole veramente «rigenerare» la politica. Non c'è narrazione senza esperienza.
    E' una domanda aperta. I nodi della storia non sono nicchie di nostalgia, sono vettori di ricerca. Le fabbriche sono una lotta generazionale all'interno del vecchio centrosinistra. Ma sono un esodo dalla cattiva politica che puzza di morte. Questa è una generazione che può ricostruire una propria genealogia senza furbizie eclettiche e senza torcicollo. Gli alleati spontanei di questi giovani sono Gino Strada e Emergency, don Ciotti e Libera, Carlo Petrini e Slowfood. Tre punti di ribaltamento dell'egemonia borghese che falsificano il modello di sviluppo fondato sulla guerra, la violenza e la mercificazione della natura. E' una generazione che scopre in forme anche naif una narrazione femminista, magari attraverso il documentario di Lorella Zanardo.

    Mi pare che i seminari che avete preparato siano molto attenti a Obama. Cos'è, la costruzione di un «Obama bianco»?
    C'è una curiosità genuina. L'Europa si sta liberando della propria civiltà in maniera sbrigativa, quasi burocratica. E' un continente che si rimpiccolisce in una dimensione neocarolingia da fortezza assediata, che invecchia illividendosi. Perché è interessante l'America di Obama? Perché è il luogo in cui il principio-speranza è tornato a occupare uno spazio a sinistra che prima era occupato dalla realpolitik. E poi perché ha aperto nuovi codici della comunicazione politica. Noi, ma non solo noi, guardiamo con simpatia alla connessione tra Rete e piazza.

    E' l'inizio di una campagna nazionale?
    Sul piano politico è la mossa del cavallo. Ma le caselle della scacchiera non sono più la politica-politica ma tutte le zone di confine tra culture e corpi sociali, tra soggettività che provano a mettere in comune esperienze per rifondare una rete cooperante. Cooperare è la ragion d'essere della sinistra. Se resta la politica ma crepa la comunità, la sinistra muore. La sinistra del futuro deve essere innanzitutto un nuovo umanesimo. Deve contrastare il paradigma della competizione con quello della cooperazione. E deve farlo all'incrocio tra libertà, lavoro e sessualità, nella connessione tra corpo sociale e corpo individuale.

    Ma poi c'è l'esperienza di governo. La vicenda Obama insegna che la Rete costruisce ma anche distrugge. Il suo discorso sulla «impotenza» di fronte alla macchia di petrolio dimostra che il punto non è costruire un leader quanto produrre quel cambiamento auspicato collettivamente.
    Quel bellissimo discorso di Obama segnala il limite del riformismo. Dentro il recinto delle compatibilità date non c'è una risposta strutturale. Non lo dico per estremismo ma oggi bisogna costruire con radicalità un'idea alternativa dello sviluppo e della crescita. C'è un modello di capitalismo e di mercato che non soltanto è sempre più incompatibile con la democrazia: è incompatibile con la vita. Questo è il radicalismo nuovo, universalistico. Il lessico di un'alternativa vincente.


I COMMENTI:
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  • trovo l'intervista di Vendola interessante e, anche se in principio mi trovo più dalla parte di quelli che anche lui ha contribuito a sbattere fuori dal PRC quando ancora ne era parte, penso che alla fine di queste sue dichiarazioni ci si può anche accontentare, quanto meno nella prospettiva di dare una svolta al destino del pensiero critico e anti-capitalista in questo paese e più in generale una svolta proprio a tutto il paese.
    E poi largo ai giovani e se Vendola riesce ad aggregarne su questi pensieri che sia il benvenuto.
    teniamolo d'occhio dunque e caso mai incalziamolo invece di criticarlo solamente.
    peraltro conosco diversi elettori del PD che comunque lo voterebbero ad occhi chiusi come candidato premier e questa sarebbe già una novità devastante per la nostra agonizzante pseudo-sinistra italica! 16-07-2010 14:43 - aldezabal
  • il compagno Vendola ancora una volta,malgrado tutta la sua onestà e buona fede,sbaglia,perchè l'America di Obama non è molto diversa da quella di chi l'ha preceduto e non può bastare una piccola innovazione in politica interna(estensione dell'assistenza sanitaria,ticket agli Istituti di Credito e poco altro). Sino a quando gli Usa non mettono in discussione la s-mania di grande potenza del capitalismo mondiale,dando voce alle tante minoranze che in virtù di una legge elettorale beffa,oggi non trovano rappresentanza nelle Istituzioni,ci sarà ben poco da sperare.Le spese militari superano di gran lunga quelle per l'assistenza ai ceti meno abbietti:i tanti che non hanno un lavoro,una casa ...e mendicano un pasto al giorno e...continuano a rovistare nei cassonetti degli sprechi dei ristoranti di lusso dove la gente bene continua a nutrirsi anche dei diritti che non riconosce agli altri,in virtù dei privilegi dai quali non accetta non tanto di privarsi ma,nemmeno,di mettere in discussione.La povera gente è supersfruttata,priva di ogni cosa.L'America che io sogno è ben altro caro Nichi...non illudiamoci ed illudiamo ancora chi crede in una prospettiva di cambiamento di questa società del capitale. 16-07-2010 13:52 - Giorgio Bendelari
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