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Francesca Pilla, inviata a Melfi
Melfi non ci sta «Fiat sbaglia»
Alla porta Venosina ci arrivano in un migliaio, cittadini lucani, delegazioni, i gonfaloni dei comuni limitrofi, ma soprattutto loro, tantissimi, quelli di San Nicola, con le T-shirt blu della Sata. Da lontano potrebbero anche essere scambiati per tifosi dell’Italia, se non fosse che oltre a essere stati eliminati da tempo e malamente dai mondiali in Sud Africa, a Melfi venerdì, nel giorno più cocente, dell’anno più caldo di sempre, per sfilare tre ore sotto il sole di un centro cittadino incandescente si deve avere un ottimo motivo, e non è il calcio.
Per chi ancora non lo sapesse, dal megafono le preghiere degli operai chiariscono il tutto: «Giovanni, ti prego scendi, abbiamo ottenuto quello che volevamo, il paese ci ascolta, tutti sanno ormai che siete stati licenziati ingiustamente». Ma Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatello, guardano la folla dalle mura medievali e non accennano a smuoversi. Giù ci sono le famiglie, gli amici, l’intero direttivo della Fiom nazionale, le tute blu di Pomigliano, i colleghi che ormai scioperano da 5 giorni, e nonostante la cig e il peso sullo stipendio continuano a lottare per i diritti di tutti.
Giovanni, capelli lunghi e brizzolati parla, gli passano un megafono e Antonio regge l’ombrello, unico e magro riparo da temperature che tolgono il fiato. Ringrazia tutti, visibilmente commosso per il corteo che ha portato la solidarietà
di tanti - tra cui anche il governatore della Puglia Nichi Vendola - sotto la porta della protesta. «Siamo qui da tre giorni, questo presidio – dice – serve a rompere il muro del silenzio che si è alzato attorno alla nostra vicenda, ma ancor di più serve come messaggio all’azienda che non può azzerare i nostri diritti». «Sì ma ora scendi, servi davanti ai cancelli, vieni con noi, continueremo la battaglia», si sgola Pina con a fianco i cartelloni simbolo di questa protesta: «Ho difeso un uomo» e «Noi puzziamo di sudore, voi di sangue operaio». La fidanzata di Giovanni, capelli raccolti e occhiali da sole non dice una parola, ma l’espressione rasenta la disperazione.
Qualcuno chiama il 118, Marco Pignatello ha avuto un malore, arrivano anche i vigili del fuoco, che fanno fatica ad aprire la porta delle scale interne che conduce in cima. Gli animi si scaldano, «la Fiat pure le chiavi si è rubata», urla
una donna che tiene per mano due ragazzini dall’aria avvilita, qualcuno perde la pazienza: «prendete una scala», ma alla fine il piede di porco fa il suo mestiere. Scendono i tre operai licenziati, tutti iscritti alla Fiom, accusati di aver sabotato un robot durante uno sciopero e impedito di far lavorare chi non aveva voluto incrociare le braccia. Applausi, abbracci, ma Marco viene steso immediatamente su una barella e attaccato a una flebo, è disidratato, probabilmente ha accusato un colpo di calore, e parte verso l’ospedale. «Già nella notte si vedeva che era molto provato - spiega Giovanni – è incredibile cosa si debba fare per avere un po’ di verità». Domani saranno già davanti allo stabilimento, Antonio dice poche parole: «È stata dura, abbiamo resistito a queste temperature, solo perché non riuscivamo a sopportare che non si sapesse la verità».
La loro verità la spiega il segretario della Basilicata Emanuele De Nicola: «Quella macchina non l’hanno mai toccata – dice – ora procederemo con l’articolo 28, e accuseremo l’azienda di comportamento antisindacale». Tira un
sospiro di sollievo anche la moglie di Antonio, Nina che ha aspettato fino all’ultimo insieme ai due figli: «Ora basta, agiremo per le vie legali – dice – ma è incredibile cosa si debba arrivare a fare per avere un po’ di giustizia». Giorgio
Cremaschi della segreteria Fiom, l’abbraccia e le dice: «Se continuano con questa storia dei sabotatori (riferendosi alle parole del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ndr) li quereliamo». Lo ribadisce anche il segretario Maurizio Landini, che finalmente sorride un po’, e poi dice: «La Fiat farebbe meglio a ritirare questi licenziamenti e a riaprire la trattativa.
È chiaro che cinque licenziati in 10 giorni fanno parte del disegno di restaurazione d’autorità dell’azienda, una risposta al fatto che il ricatto di Pomigliano non è passato. Ma nelle fabbriche ci vuole il consenso dei lavoratori». Ora la battaglia però deve proseguire e Landini lo aveva anche detto pochi minuti prima dal palco sistemato sotto la porta, annunciando le cifre
dello sciopero che, al contrario di quanto dica Sergio Bonanni, leader della Cisl, sono state un successo, dal 70 al 90% negli stabilimenti di tutta Italia.
Così già lunedì a Roma è stato convocato il coordinamento nazionale Fiom del gruppo Fiat, mentre martedì si riunirà il comitato centrale per decidere le prossime iniziative, per tutto il Sud. «Andremo anche noi nella capitale – spiega Giuseppe Dinarelli, uno dei tanti arrivato dall’ormai ex-Alfa di Pomigliano, altro luogo di crisi – dobbiamo essere tutti uniti per combattere insieme questa battaglia».E si perché oggi in piazza agli operai di Campania e Basilicata sembra alquanto chiaro il piano del Lingotto: «Da una quindicina di giorni in fabbrica c’è molta più tensione – ci dice Cosimo Martino, addetto alla lastratura, impiegato a Melfi dal 1997 – il progetto è chiaro vogliono abolire il diritto di sciopero, ma noi non torneremo indietro».
Pervade tutti un senso di insicurezza e rabbia, perché le ritorsioni ricadono solo sugli iscritti della Fiom. Maria lavora alle linee del montaggio, ha 37 anni ma sembra una ragazzina: «I carichi di lavoro si sono fatti sempre più pesanti – racconta – hanno aumentato improvvisamente la produzione senza aggiungere
nemmeno un operaio in più. Da questo è nato il nostro sciopero, ma ora la sensazione è quella che ci vogliono proprio piegare. Non ci riusciranno, da lunedì saremo nuovamente davanti ai cancelli».La giornata per il momento è finita, si raccolgono le ultime bottiglie d’acqua,
si arrotolano bandiere e striscioni, paonazzi e sudati si va a casa, ma non è finita, è solo l’inizio.
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Vogliono far dell'Italia un nuovo Boom economico.
Vogliono sfidare i cinesi con le nostre braccia.
Vogliono sbaragliare gli indiani mandando all'attacco i squadroni operai sottopacati.
Un esercito di morti di fame contro un altro esercito di altri morti di fame.Tanto i figli di papà continuano a viaggiare su Ferrari e su barche da centinaia di milioni di euro.
Noi ci dobbiamo accontentare di un piatto di spaghetti malcotti e mal conditi,mentre loro vanno a ballare dal Milioner con i deputati del PDL.
Ma che bella prospettiva hanno questi borghesi.
Se non siamo scemi,dobbiamo prenderne atto!
Dobbiamo agire alle provocazioni.
Ci licenziano,bene,noi licenzieremo loro!
Compagni è arrivata l'ora di prenderci tutto quello che abbiamo creato in anni di duro lavoro!
La pasta scotta se la mangino i borghesi!
Non deve più lavorare nessuno.
Ai grumiri tutto il nostro disprezzo.
Ai sindacati che tradiscono,niente più bandiere da sventolare!
La piazza è rossa! 17-07-2010 19:25 - maurizio mariani