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FUORIPAGINA
22/07/2010
  •   |   Luca Fazio
    Un uomo libero solo sul tetto

    Il sole che picchia. Una coperta per farsi un po’ d’ombra. E una disperazione rassegnata, più preoccupante che se si mettesse a gridare. «Vedo i poliziotti qui sotto – dice Ben Asri Sabri al cellulare – se salgono mi butto di sotto. Sono
    qui dentro da sei mesi, non posso dire che mi trattano male ma non c’è niente da fare, non si può rimanere così per tutto questo tempo. Io non voglio tornare in Tunisia, è un paese povero e io non ho niente, ho speso 2 mila euro per tornare in Italia e ci voglio restare». Ben Asri Sabri è arrivato nel 2003, ha fatto
    il pescatore ad Ancona, poi è tornato in Tunisia a trovare la famiglia ed è stato «beccato» al largo di Lampedusa. Dopo quello di Crotone, è finito nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Torino. E poi? «Se trovo un lavoro bene, altrimenti voglio andare in Belgio».
    Un uomo disperato sale sul tetto perché non ha alternative e minaccia di buttarsi giù. Un altro. Niente di nuovo, vero? E però, anche se non è carino stilare classifiche in casi come questo, si potrebbe aggiungere che sono stati proprio loro, gli stranieri, i primi ad aver inaugurato questa originale forma di protesta che nell’ultimo anno ha segnato il malaugurato ritorno della classe
    lavoratrice arrampicata da qualche parte per rivendicare diritti che nessuno più tutela.

    Non è una bella soddisfazione, anzi, è un primato piuttosto triste, considerando che da anni (dodici) gli stranieri si arrampicano sui tetti delle  carceri dove sono reclusi senza aver commesso alcun reato (prima Cpt, oggi Cie) in attesa di essere espulsi come pericolosi criminali; anni trascorsi inutilmente senza ottenere il minimo riscontro, se non altro di tipo mediatico. Anche se là dentro la
    quotidianità è fatta di noia, frustrazione, rivolte, pestaggi e cariche della polizia, omissioni della Croce Rossa che con poche altre associazioni gestisce quelle prigioni, drammatici casi di autolesionismo, psicofarmaci somministrati a forza,
    violenze e non solo di tipo psicologico – di un clamoroso tentativo di stupro si è occupato anche il Tribunale di Milano - e poi scioperi della fame... e chissà cos’altro ancora.
    Esattamente quello che è successo in questi giorni tra Trapani, Gradisca (Friuli), Torino e Milano. Normale disperazione di sempre. Se possibile, esasperata ancora di più dopo dall’entrata in vigore del «pacchetto sicurezza» che ha allungato da 2 a 6 mesi i tempi di trattenimento delle persone arrestate perché prive del permesso di soggiorno. «Situazione che rischia di diventare esplosiva», ribadiscono i volontari di Medici senza frontiere (Msf).
    Ben Asri Sabri, un tunisino di 32 anni, è solo l’ultimo di una lunga serie. La sua è una protesta simbolica, e lui potrebbe diventare un simbolo per tutti i «clandestini» reclusi d’Italia. Da lunedì è sul tetto del Cie di Torino, in corso Brunelleschi. Prima aveva fatto lo sciopero della fame e aveva cercato di inghiottire dei pezzi di ferro. Sono con lui i compagni di detenzione - una quindicina di persone che lo assistono con acqua e cibo e fino ad ora hanno tenuto lontana la polizia - e alcuni antirazzisti in presidio fuori dalle mura del Cie in segno di solidarietà (questa sera organizzano una fiaccolata).
    Quella di Ben Asri Sabri è una sorta di lotta contro il tempo. Venerdì scadono i termini della sua permanenza nel Cie, e se riuscirà a resistere, per legge, dovrà essere allontanato con un foglio di via e l’intimazione di lasciare il paese nel giro di cinque giorni. Insomma, sarà libero. Da sei mesi stava aspettando questo momento, la situazione è cambiata in peggio solo dopo l’accordo per il rimpatrio di massa degli immmigrati tunisini e algerini firmato lo scorso 12 luglio tra il Viminale e i governi di Tunisi e Algeri. Proprio in questi giorni, sotto i suoi occhi, altri due tunisini sono stati espulsi in tutta fretta.
    In Italia ci sono 13 inutili e crudeli Centri di identificazione ed espulsione (per una capienza complessiva di 1920 posti (stime attendibili parlano di circa 500-750 mila cittadini stranieri irregolari presenti in Italia). Entro la fine dell’anno, secondo quanto dichiarato dal ministro degli interni Roberto Maroni,
    ne verranno costruiti altri quattro: in Veneto, Toscana, Marche e Campania.


I COMMENTI:
  • Caro Davide,umanamente solo un individuo con animo di Jena non proverebbe almeno un pò di compassione per queste persone,ma il problema va ben oltre la solidarietà,vera o finta che sia.
    La questione è così messa:se tutti quelli che nel mondo si trovano in precarie o disgraziate condizioni,volessero-come pare che vogliano-emigrare in massa,abbagliati da miraggi inconsistenti,e quindi riversarsi sull'Europa e in particolare sull'italia,nessuna struttura di accoglienza o infrastruttura logistica ed economica potrebbe farvi fronte,e si tratterebbe nè più nè meno di un'invasione,con tutte le conseguenze che ciò avrebbe per i territori coinvolti e le loro popolazioni.Lo dico,un pò semiserio,senza aver mai votato Lega! 23-07-2010 16:58 - claudio
  • caro claudio, probabilmente verrebbe espulso. Il problema è proprio questo: siamo sicuro che il loro esempio sia quello giusto?? e siamo sicuri che, alla luce della enorme differenza nelle strutture economiche rispetto all'italia, per questi paesi si possa fare tale simmetria?
    Cordialmente, Davide 23-07-2010 13:15 - Davide
  • Proviamo a invertire i termini del problema:immaginiamo un italiano(o qualsiasi altro europeo),che in un qualunque stato nordafricano,pretenda,con la forza,di rimanere nel paese;cosa succederebbe? 23-07-2010 09:43 - claudio
  • Un uomo non può essere incarcerato perchè cerca una vita più dignitosa, non è certo con i centri che si risolvono i problemi, anzi li aggravano propio perchè finiscono per essere centri di costrizione e di detenzione.
    Situazioni del genere possono essere rispolte con trattati bilaterali tra i paesi interessati al fine di migliorare le condizioni economiche di quei paesi che vengono spogliati delle loro potenzialità economiche per permettere lauti guadagni a chi poi mira a rivendere o ricollocare il asportato in paesi più ricchi al fine di prosiugare si la ricchezza che la potenzialità produttiva dei paesi benestanti.
    Tutto questo si inquadra in un fine unico che è quello di far si che si abbia una cupola capitalista che controlli l'intera umanità e ne disponga della sua vita a suo piacimento.
    Un esempio di tale attività si è avuto nei casi di psicosi generata per l'influenza aviaria che la suina, in cui più che mirare alla sdalvaguardia delle vite sembrava prioritario la consistenza del forziere delle azinde monopolizzatrici il mercato mondiale dei vaccini.
    E' essenziale una presa di coscenza collettiva che si desti dal torpore fin qui avuto che ha favorito statisti non statisti e arrivisti vari per nteporre l'interesse dell'uomo in generale e del pianeta che lo ospita. 22-07-2010 23:46 - Gromyko
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