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Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi
Usura a nord-est
Un altro suicidio. Alienazioni di organi via Internet. Usura d'impresa. La "Borsa del Nord Est" ha fatto crack, perfino dal punto di vista squisitamente umano. I soldi (che non ci sono più) travolgono vite, aziende, famiglie e relazioni sociali.
Thiene, comune di 23 mila abitanti nel Vicentino. Giovedì 1 luglio nell'ufficio della sua agenzia immobiliare viene ritrovato il corpo senza vita di Fiorenzo Brusaterra, 59 anni di Santorso. Reduce da un'operazione chirurgica al cuore, ha deciso di farla finita dopo l'infarto dell'edilizia in Veneto. Il "ciclo del mattone" aveva garantito reddito fino a prima della crisi. Ma negli ultimi mesi, Brusaterra era rimasto stritolato dalle banche. Si faceva prestare il denaro per l'acquisto dei terreni da "girare" ai costruttori. Un'impresa mortale nell'epoca del crollo immobiliare. Un suicidio sintomatico. Al punto che interviene direttamente Renato Munaretto, presidente di Confindustria a Thiene: «Basta a questa escalation di imprenditori che si tolgono la vita per i problemi finanziari. Hanno tutti un denominatore comune: guai economici legati soprattutto al mancato sostegno delle banche. Ogni giorno si rivolgono a me, attraverso l'associazione, i titolari di aziende che sono soffocati dai debiti e hanno interlocutori, in certi istituti di credito, che non capiscono».
Un destino indifferente ai ruoli. Si era impiccato nel garage di casa il 20 aprile anche un artigiano. «Grazie a chi non mi ha pagato!». Le ultime sette parole di Dario Brazzo, 50 anni, imbianchino di Villadose (Rovigo). Si è scusato con la famiglia, puntando l'indice sui tre creditori che hanno mandato per aria la sua attività. Racconta il figlio Andrea, 25 anni: «Mio padre era un gran lavoratore. Non ci ha mai fatto mancare nulla. Da un paio di mesi si era chiuso in se stesso. Gli chiedevo "Cosa c'è, papà?". Lui non diceva nulla. Evidentemente non voleva farci pesare questa assurda situazione». Brazzo era titolare di una ditta individuale: tinteggi e pitture per privati e aziende. Da sempre un lavoro sicuro, finché qualcuno ha smesso di pagare.
E senza più un centesimo in tasca c'è chi decide di vendere un rene. E' davvero l'ultima spiaggia: 150 mila euro indispensabili a sopravvivere senza più l'incubo del pignoramento. G.M. 46 anni, friulano d'origine ma residente a Ponte della Priula (Treviso), sposato con due figlie piccole, spiega: «Sono disoccupato. La casa è andata all'asta ad aprile per 80 mila euro. E le banche vogliono ancora soldi. Ogni mattina quando mi sveglio non so se impiccarmi o continuare a vivere». Nove anni fa era l'ultimo anello della logistica, parola magica nel Nord Est globalizzato: una piccola impresa di autotrasporti con quattro camion. «Poi sono iniziate le pendenze con gli istituti di credito e ho dovuto chiudere. Avevo trovato lavoro come operaio in un paio di aziende del settore, ma una è fallita».
È la spirale della disperazione. I soldi non bastano a coprire il mutuo. La casa ipotecata non permette di uscire dal tunnel. Le banche fanno sempre e solo i loro interessi. Allora non rimane che "alienarsi" un organo per far sopravvivere la famiglia.
Cronaca locale del federalismo reale. Una «spia» come molte altre della Grande Crisi strutturale a Nord Est. E' il Veneto soffocato ad ogni livello. Per un imprenditore usurato ci sono decine di famiglie attanagliate dalle finanziarie, dal recupero crediti o dalle banche. Il centro studi Sintesi di Mestre ha «radiografato» l'indebitamento formato famiglia nel Veneziano. L'acquisto a rate riguarda metà della popolazione: 155 mila nuclei si sono impegnati stipendi e salari del futuro. Di conseguenza, conti in rosso per 860 euro a testa, ovvero il 13,5% in più rispetto a cinque anni fa.
Casa e auto sono beni, di fatto, impegnati. Chi acquista l'appartamento si dimostra nel 14% dei casi a rischio di insolvenza. A quattro ruote si viaggia per lo più insieme al Tag delle rate, non sempre onorate. I veneziani con le tasche vuote non esitano comunque a recitare la parte dei consumatori: il 37% si indebita per un'auto, il 27% per computer ed elettrodomestici, il 6% và in vacanza a credito. Un'esposizione finanziaria davvero impressionante, se le banche del Veneziano risultano in grado di pretendere 400 milioni dai loro clienti. A questi vanno aggiunti i 335 milioni di euro (più 234% rispetto al 2004) delle finanziarie che alimentano prestiti, credito al consumo e tenore di vita altrimenti insostenibile.
In laguna come in terraferma, i conti non quadrano. L'elaborazione dei dati ufficiali relativi al 2008 indica 12 contribuenti su 100 con un reddito mensile dichiarato inferiore ai 772 euro netti. Gente che sopravvive sulla soglia dell'indigenza vera, in particolare quando si tratta di pensionati e single senza rete di sostegno. Tutti evasori? O la più classica delle elusioni fiscali? Le statistiche però indicavano nel Veneziano 60 mila dichiarazioni dei redditi inferiori ai 10 mila euro lordi.
Nel Colli Euganei (il parco regionale che circonda Padova) affiora un'altra storia che racconta perfettamente il Nord Est con un piede nella fossa, la faccia di bronzo e il collo incravattato. Tre protagonisti. Il padrone di una piccola azienda tessile alle prese con problemi finanziari. Il direttore di banca che sembra poter risolvere la questione, ma resta nel limbo fra la pratica arenata e la soluzione sussurrata a mezza bocca. Infine, il ristoratore con denunce dei redditi da tuta blu in cassintegrazione e supercar fiammante in garage. Tutto ruota intorno ad un prestito di 130 mila euro con tasso di interesse del 10% al mese.
Nei guai per usura è finito Paolo Magagna, 56 anni, titolare del bar ristorante la Piazzetta in piazza Tito Livio 9 a Teolo nel cuore del parco dei Colli. I carabinieri gli hanno sequestrato circa 50 mila euro (sei assegni non ancora incassati) e il pm Federica Baccaglini ha disposto i sigilli alla Ferrari F355 Berlinetta rossa. Tocca alla Guardia di finanza setacciare lo stato patrimoniale dell'intera famiglia del ristoratore.
La vittima dell'usura è un imprenditore: Carmine Enrico Turco, 58 anni, già membro del consiglio direttivo del Sistema Moda di Unindustria e all'epoca dei fatti amministratore unico della ditta tessile Markyo, con sede in via Roma 55/B a Gazzo Padovano, azienda che lavorava in sub appalto per un brand internazionale.
La storia comincia a fine 2005, quando Turco si rivolge a Magagna per un prestito. Prima aveva provato in banca: niente da fare. Il direttore della filiale resta invischiato nella storia, anche se non risulta indagato. Sarebbe stato lui ad «indirizzare» l'imprenditore in difficoltà, pur ignorando le vere conseguenze. E' il bancario, comunque, a mettere i militari sulle tracce giuste. Nel marzo 2008, Turco è già stritolato: in una mail parla perfino di suicidio, proprio con il direttore di banca che avvisa i carabinieri. Messo alle strette, l'imprenditore ammette: «Non ce la faccio più. Mi trovo fra l'incudine e il martello». In diciotto mesi aveva dovuto sborsare 228 mila euro. E vuota il sacco.
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l'articolo dovrebbe essere letto a rete unificate prima dei tg serali. 28-08-2010 22:53 - syd
Non avremo deficenti che, per il fatto di guadagnare cinquemila euro al mese, acquistano mercedes a leasing e case di valore a mutuo: sciocchi non lo sapevate che il reddito può venir meno? Prima si costruisce una fabbrica con sacrifici, poi si mettono da parte denari per acquistare o costruire una decina di appartamenti affittati ad uso ufficio. Poi verso i sessanta anni si acquista la mercedes (se proprio la si desidera). Un tempo lo sapevano anche gli idioti che ci si deve comportare così.
L'artigiano suicida non aveva mai fatto mancare niente ai figli. Male! Malissimo! Un buon padre riesce ad evitare che i figli desiderino beni d consumo e comunque fa mancare ad essi tutto, salvo la scuola, la libertà di stare in strada e poco altro. Se i figli non fossero andati spesso in vacanza all'estero, non avessero acquistato telefonini alla moda, speso centinaia di euro in una sera per divertirsi in discoteche lontane da dove abitano, acquistato abiti di marca, ecc. ecc. se la casa di famiglia fosse stata più piccola, se l'artigiano non fosse andato mai a cena e pranzo fuori con i figli, non avrebbe fatto dipendere la propria vita ( magari a sessanta anni!) da tre persone che non pagano. RISPARMIO! Ce lo dobbiamo mettere in testa. Appena superiamo il reddito che ci consente di mangiare, prima di acquistare abiti nuovi dobbiamo acquistarne di vecchi e risparmiare. Così si comprtano gli UOMINI. I CONSUMATORI, invece, consumano e si indebitano. Ma questa massa inqualificabile di consumatori non ha avuto una nonna che raccontava la storia della formica e della cicala?
A che serve essere comunisti se si è consumatori? Il consumatore è il peggiore dei drogati; è un uomo senza valore; adattivo; senza personalità; spersonalizzato e istituzionalizzato come un recluso in un campo di concentramento. Ma di esso non si deve avere pietà, perché si è autoinflitta la spersonalizzazione.
Tatuato, griffato a debito, con carta revolving in tasca, abbronzato, incapace d cucinare e sempre a cena fuori, vacanze ai caraibi, telefonini e pc all'ultima moda, televisore a schermo piatto: Se questo è un uomo! Non lo sarebbe nemmeno se possedesse montagne di risparmi. Figuriamoci se per essere come è, mette a rischio la propria vita e la condizone economica della famiglia.
La crisi è maestra di vita. Disprezziamo i consumatori; litighiamo come coniuge e figli se lo sono, redimiamoli e salviamoli; combattiamo il consumatore che è dentro di noi! 24-07-2010 06:51 - appelloalpopolo.it
Poi con la genialata dello scudo fiscale sono aumentate le competitività di un libero mercato che segue la legge della domanda e dell'offerta, ma quella di chi non ha pagato tasse e con lo scudo si presenta a competere con coloro che hanno tirato sempre la cinghia, tanto ai quattro bari (perchè non si può dire che lo scudo fatto è corretto ma è baro) quello che serve è mostrare le casse dello stato rimpinguate anche di denaro grondante sangue e non solo sudore.
Faccoiamo un'analisi dei servizi bancari, proviamo a chiedere un prestito per es per realizzare un parco fotovoltaico vediamo come si comportano, oppure chiediamo un ulteriore finanziamento, vediamo quali garanzie chiedono.
Capita che davanti ad un'opera che si paga in 5-6 anni loro la dilatano fino a 18-20, come mai, perchè?
E' evidente che loro non sostengono l'impresa ma sono lì come vampiri pronti a succhiarle fino all'ultima goccia di sangue e poi dicono che sono le migliori!
Ma se non sono capaci di affinacare e sostenere l'imprenditore come possono essere le migliori?
Forse le loro capacità si sono affinate nel piazzare cartolarizzazioni anche di carta a due o tre veli, certo non nel supportare e spingere l'imprenditoria nostrana! 23-07-2010 20:07 - Gromyko