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Cecilia Ferrara* - BELGRADO
La vecchia Zastava sogna la "Detroit serba"
«Qui sono almeno due anni che si parla di nuovi modelli della Fiat da produrre in Serbia - spiega al telefono Zoran Mihajlovic rappresentante del Sindacato indipendente della Zastava (oggi Fijat Automobil Srbija) - non sapevamo i dettagli, quali modelli, ma sapevamo che avremmo prodotto 300 mila auto l'anno, e che ci sarebbero stati investimenti di 700-800 milioni di euro». Così racconta il rappresentante sindacale serbo all'indomani dell'annuncio del numero uno della Fiat Sergio Marchionne di spostare la produzione del nuovo modello in Serbia. «La sorpresa è che in un anno si cambia per la terza volta l'annuncio del modello, questo ci rende un po' scettici. Potrebbe cambiare di nuovo». «La crisi ha rallentato le vendite quindi si montano solo le macchine che possiamo vendere, circa mille al mese, - continua Mihajlovic - si lavora solo otto giorni e per il resto è cassa integrazione». Come dire, se a Torino si piange a Belgrado non è che proprio si rida.
La fabbrica in questione, dove la Fiat ha annunciato di voler produrre la nuova monovolume, si trova nella cittadina di Kragujevac nella parte centro orientale della Serbia ed è quella che una volta era la Zastava, fiore all'occhiello della Jugoslavia di Tito, dove si produceva la mitica «Yugo». Oggi al posto della Zastava c'è la Fijat Automobili Srbija, Fas (67% della Fiat e 33% dello Stato serbo) che assembla e vende le Punto Classic, un modello piuttosto vecchio venduto in Serbia, Repubblica Srpska (entità serba della Bosnia Erzegovina) e in quantità irrisorie (400 unità) in Ucraina e qualche paese del Nord Africa. Il primo anno sono state vendute circa 25 mila auto e la direzione di Fas prevede un risultato uguale per il secondo anno. È anche per questi risultati, al momento molto bassi, che le dichiarazioni di Marchionne sono state riprese e seguite con attenzione in Serbia, così come le reazioni del governo il giorno successivo. Ieri il sito della radiotelevisione B92 riportava le parole entusiaste del vicesindaco di Kragujevac, Nebojsa Zdravkovic, che dichiarava che la propria città sarebbe diventata «la Detroit serba», mentre il viceministro all'Economia Aleksandar Ljubic tranquillizzava i suoi concittadini che l'opposizione del governo italiano non avrebbe compromesso l'investimento in Serbia.
Secondo il comunicato della Jedinsteva Sindakalna Organizacija (organizzazione sindacale unitaria) di Zastava, invece, non solo non esiste alcun accordo sul nuovo modello, ma la fabbrica di Kragujevac «è ferma a causa delle vetture non vendute abbandonate nel piazzale (circa 4.500 unità); tutti i 1.060 lavoratori sono in cassa integrazione» e «circa il 70% dei lavoratori è sovvenzionato dal governo serbo per arrivare al minimo garantito di 160 euro». Gli annunci dell'azienda secondo il sindacato sono «un tentativo di dividere i lavoratori dei nostri due paesi», perciò l'organizzazione invita «all'unità di tutti i lavoratori del gruppo».
La Zavodi Crvena Zastava, (Dipartimenti Bandiera rossa, questo il nome originale) iniziò la produzione di auto nel 1953 a Kragujevac. La fabbrica era tutt'uno con la città e negli anni ottanta impiegava 35 mila persone. Nel 1999 fu parzialmente distrutta dal bombardamento della Nato sulla Serbia e nel 2001 iniziò il processo di privatizzazione. I 13.500 lavoratori del settore auto furono via via licenziati. Da allora anche la città iniziò lentamente a morire e Kragujevac venne soprannominata «la valle degli affamati».
Fino a quando, nel maggio del 2008, a sorpresa venne firmato un accordo tra Fiat e governo serbo per l'investimento di 700 milioni di euro in Zastava e la produzione di veicoli di marca Fiat a Kragujevac. I maligni dicono che l'investimento fu una forte spinta al governo uscente del democratico Boris Tadic in vista delle elezioni che si tennero dieci giorni dopo e che gli assicurarono la vittoria. Ma è anche vero che subito dopo la firma, la delegazione fu accolta da striscioni scritti in italiano. «Bentornati a casa» dicevano, poiché la Fiat fin dagli anni sessanta lavorava a stretto contatto con la Zastava. L'arrivo, o il ritorno, degli italiani a Kragujevac fu visto come la fine di un incubo.
Fijat Srbija per ora ha assunto 1000 operai, secondo il contratto dovrebbe arrivare almeno a 2500 lavoratori con l'idea di tornare più o meno al numero che impiegava Zastava. A Kragujevac dovrebbero poi aprire altre 14 fabbriche legate a Fiat fra cui Magneti-Marelli e Iveco. Totale: 30 mila posti di lavoro. «Il governo ha fatto concessioni molto ampie alla Fiat - spiega ancora Zoran Mihajlovic - dagli incentivi per la rottamazione per cui lo Stato paga mille euro a chi cambia la sua vecchia Zastava per una Fiat Punto, alla cessione gratuita degli stabilimenti, alla creazione di una 'free zone' per importare merci dall'Italia senza dogana». Non solo: «i lavori di rinnovamento della fabbrica verranno sovvenzionati dallo Stato e per ogni nuovo posto di lavoro creato le aziende riceveranno tra i 1000 e i 2000 euro di aiuti statali. Infine la Fijat che non godrà di questo contributo per i successivi 1500 lavoratori che deve assumere, avrà l'esenzione delle tasse sui salari per 3 anni». Il salario medio di un operaio della Fijat Srbija, a tempo pieno, è di 270 euro.
Secondo Mihajlovic, «Marchionne sta provando a ricattare gli operai italiani, vorrebbe che fossero ubbidienti come quelli in Polonia e Serbia. Qua in Serbia è molto alto il tasso di disoccupazione e tutti sono disperati a trovare un lavoro. Con queste sovvenzioni statali è molto attraente fare investimenti in Serbia, forse più che in Italia, ma non durerà per sempre».
*corrispondente di "Osservatorio Balcani e Caucaso"
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5.L'Italia è immersa in una crisi economica al pari dell'Europa e di gran parte del mondo. Le responsabilità della crisi sono evidenti: la finanza, le banche, i loro legami inestricabili con il sistema delle imprese e delle multinazionali, prelevano risorse sempre più ingenti dalla spesa pubblica scaricando i costi su chi lavora. A Pomigliano si è vista all'opera questa visione della politica e della società con uno stile arrogante e padronale messo in atto da uno, Marchionne, che Fausto Bertinotti era riuscito a definire “esponente di spicco della borghesia buona con cui si può realizzare un compromesso sociale”. Anche tu pensi che occorra realizzare un compromesso sociale con la “borghesia” italiana? Credi sia possibile governare componendo gli interessi degli operai di Pomigliano con quelli di Marchionne, Marcegaglia, delle grandi banche e della finanza italiana preoccupata della concorrenza internazionale? 27-07-2010 14:02 - ALDO ROTOLO