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Francesco Piccioni
Gli "antagonisti" Cgil si organizzano
Organizzare un'area sindacale è un problema nuovo, in Cgil. Non perché non ce ne siano state altre. Ma in altri tempi venivano organizzate sulla base di una comune visione politica. Stavolta invece riguarda proprio la visione del sindacato nei prossimi anni, il suo ruolo. Anche perché la crisi ha cambiato le carte in tavola. La lenta evoluzione in corso da molti anni dal sindacato della «concertazione sociale» verso un modello dai contorni non chiari - è stata stravolta indicando la soluzione del «sindacato di mercato», ossia il sindacato «complice» teorizzato dal ministro del welfare, Maurizio Sacconi. Lo ricorda Gianni Rinaldini: «Siamo in una fase in cui le dimensioni dei processi globali e locali sono tali da mettere in dubbio l'esistenza del sindacato per come lo abbiamo conosciuto», in cui le «ipotesi di uscita dalla crisi puntano sul rilancio e l'accelerazione del modello che ha portato alla crisi». Fino a configurare «un futuro caratterizzato solo dalla competizione tra imprese su scala globale». Come ha detto Marchionne, «ogni impresa deve essere una macchina da guerra». E i lavoratori soldati da sacrificare.
Al sindacato non resta che scegliere tra «starci» o essere attaccato come «antagonista, eversivo, conflittuale». Perché il conflitto sociale non è più riconosciuto; solo quello tra le imprese conta istituzionalmente. Anche per chi ha dato vita, nel congresso, alla mozione «La Cgil che vogliamo» risultata poi minoritaria, si pone ormai il problema urgente di scegliere tra organizzare l'«area» all'interno delle varie categorie di lavoro oppure fermarsi al livello di «orientamento» interno ai gruppi dirigenti. I diversi percorsi dei quadri direttivi confluiti nella mozione congressuale pesano - ma fino a un certo punto - nella definizione delle scelte. A partire da quella di nominare o no un «portavoce» unitario.
Pomigliano, dicono tutti (Giorgio Cremaschi, Claudio Stacchini, ecc), «è un paradigma». Lì il primo dei «padroni illuminati» del paese ha delineato con chiarezza una scelta strategica: quello di «affrontare la crisi globale costruendo un'Italia low cost per inseguire una competitività selvaggia». L'accelerazione della Fiat delinea «la restaurazione di un liberismo estremo», nel quadro di una «globalizzazione autoritaria». Cisl e Uil sono totalmente in questa prospettiva, recitando il ruolo del sindacato «mutualistico e assistenziale», non più ugualitario. La Fiom ha reagito, come si sa. Ma la Cgil «è rimasta in mezzo, senza scegliere». Questo la mette a rischio di una «crisi drammatica dell'organizzione», perché in genere poi accade che sia «il mondo a decidere per te». Lo scopo primo dell'«area» è quindi quello di costringere la Cgil a reagire; e qui pesa con favore il ritorno di «sensibilità da parte dei lavoratori». La manifestazione nazionale del 16 ottobre convocata dalla Fiom diventa quindi la prima occasione vera per la «costruzione di un'opposizione di massa», con la convocazione - subito dopo - di un'assemblea nazionale dei delegati aperta a tutte le forze. E non sembrano davvero un semplice esercizio retorico, in questa sede, i diversi riferimenti anche al sindacato di base.
L'orizzonte temporale è molto ravvicinato. «A settembre - viene notato da molti - finiranno i fondi per gli ammortizzatori sociali». Molti lavoratori per cui nei mesi scorsi era stata contrattata la mobilità si troveranno nella tagliola delle «finestre mobili» previste dalla riforma tremontiana delle pensioni. Impossibilitati perciò ad andare in pensione e ormai fuori dalle aziende. Ma allo stesso tempo l'orizzonte geografico si allarga. «Siamo di fronte alla prima finanziaria europea, che si applica a tutti i paesi, senza riguardo al colore del governo in carica». E alla rinuncia all'unico elemento di «diversità» del continente di fronte al resto del mondo: «lo stato sociale». Da un lato dunque l'esigenza di un «sindacato europeo conflittuale» (ma al momento prevale la divisione «nazionalistica, a seconda di dove sono collocati gli stabilimenti»), dall'altra la necessità di «organizzare l'area a partire dal livello dei delegati e dei lavoratori».
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Poiché, però, per fare 1,5 mln di auto serviranno circa 20 mila addetti, l'idea di un'area sindacale che va allo scontro contro tutti e contro tutto è un'idea suicida, malata di minoritarismo e condannata alla sconfitta.
Altra via non rimane che una visione "confederale" del problema posto da marchionne cercando di difendere diritti e condizioni di lavoro che salvaguaridno la crescita, lo sviluppo e l'occupazione.
E' per questo che a Piccioni sembra che la CGIL stia in mezzo al guado senza scegliere. Non è così:cgil cerca di non correre a confronti distruttivi e di pesare sul piatto della politica che è l'unico che resta quando il lavoro operaio è diventato ancillare alla produzione della ricchezza.
Sindacato di classe?
Ce ne sarebbe gran bisogno ma dovrebbe riguardare i biologi, i chimici, gli ingegneri, i fisici, i tecnici in generale, di cui nessuno si cura e da cui proviene la vera produzione della ricchezza, "il valore" si diceva un tempo,della società contemporanea. 27-07-2010 10:54 - valerio caciagli
Lo stato e il sindacato!
A forza di sostenere queste teorie siamo arrivati a una società dove il sindacato non ha più voce in capitolo e si sta estinguendo da solo.
La CGIL a differenza degli altri sindacati,ha capito che, un pò più avanti e si entra nel ciclo distruttivo!
Vi hanno coinvolto per anni in una grande commissione paritetica.
Avete fatto fior di riunioni e a volte avete salvato il paese e gli interessi padronali,più degli interessi operai.
Il sindacato stato.Ora che il sindacato è in uno stato pietoso,vi accorgete di aver fatto la zaraffa ai vostri ladroni.
Ma sbagliare è umano,mentre perseverare è diabbolico.
Ora si tratta di ricomporsi in organismo di massa e ritornare alla base.
La FIOM ha iniziato,ora tutto il sindacato si allinei alle direttive dei consigli di fabbrica e si riadegui alla classe che lo nutre e lo mantiene.
Gli operai cresceranno nei prossimi anni,dato che la confindustria vuole reinvestire in Italia.
Non date retta al Marchionne di turno.
Quello è un furbetto del quarrtierino canadese.Minaccia per avere soldi e favori da uno stato assistenziale per i padroni.
Minaccia di andare in Serbia,ma non ci va.
Pòi ora che sta per ricomonciare la tensione tra serbi e mussulmani del Cossovo...
Sono sicuro che i padroni vogliano investire in un paese arrendevole e pecorone come è diventato il nostro, dopo tutte queste concertazioni.
Meno male che adesso c'è Berlusconi,che con le sue uscite,ci fa capire come fischia il vento! 26-07-2010 14:13 - mariani maurizio