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Francesco Paternò
Le banche svizzere non credono a Marchionne
Le banche d'affari sembrano essere meno affidabili dei sindacati italiani. Credit Suisse ha abbassato la valutazione di Fiat non perché il 40 per cento degli operai di Pomigliano ha detto no al nuovo contratto, ma perché il mercato mette in dubbio il raggiungimento degli obiettivi aziendali. Nel piano quinquennale del 21 aprile scorso, l'amministratore delegato Sergio Marchionne ha annunciato per il 2014 il raddoppio delle vendite in Europa e la generazione di utili a livelli 1999-2007. Solo che tutto ciò, dicono gli analisti della banca d'affari, dovrebbe avvenire in un contesto completamente diverso, in cui la domanda dei mercati europeo e nordamericano è assai lenta. Per cui loro non ci credono, anzi «le cose potrebbero peggiorare prima di migliorare», perché il gruppo italiano non avrà nuovi modelli di volume prima del 2012 e perché il mercato italiano di riferimento lo si aspetta depresso per almeno due anni. Risultato: taglio del rating e target price giù, anche perché, dice ancora la banca svizzera, il titolo torinese è oggi sopravvalutato, essendo l'unico tornato a livelli pre-crisi, con un prezzo più alto di quello di costruttori (citata nientemeno che la ricca Bmw). Per completezza d'informazione, aggiungiamo che gli analisti ragionano e lavorano sempre sul breve termine e diffidano (con molte ragioni) dei grandi obiettivi a termine più lungo, quelli che insomma fanno titolo sui giornali e durano appunto un giorno.
In questo quadro, la brusca accelerazione di Marchionne su Pomigliano con l'ipotesi newco, lo spostamento della nuova monovolume da Mirafiori alla Zastava e la vaga promessa di individuare uno o più modelli da portare a compensazione nello stabilimento torinese è un modo per colpire i sindacati, non per sveltire l'eventuale raggiungimento degli obiettivi del piano. Né è chiaro come la Fiat intenderebbe gestire la conseguente conflittualità in fabbrica con una produzione di automobili in Italia da portare a 1,4 milioni di unità (da 650.000).
Cosa potrebbe essere prodotto a Mirafiori, se davvero Marchionne sposterà la monovolume, a 5 e 7 porte, in Serbia? Si parla molto di nuove Alfa Romeo, il marchio che nel piano 2010-2104 deve presentare 7 nuovi modelli e 2 restyling. La prima novità è già sul mercato, è la Giulietta per ora prodotta a Cassino. Entro la metà del 2011 andranno fuori produzione la GT, la Brera e la Spider (in numeri già piccolissimi), mentre per le novità bisognerà attendere il 2012 (come sottolineano in negativo gli analisti). Si tratta delle Giulia berlina e station wagon, macchine che saranno vendute anche oltreaoceano: toccherà a loro? Nello stesso anno andrà in produzione il primo Suv compatto del marchio, destinato anche all'America, seguito nel 2014 da un Suv più grande, entrambi prodotti negli stabilimenti Chrysler in Nordamerica. Mirafiori potrebbe avere la Mito 5 porte da vendere anche sui mercati americani, prevista però il 2013 come la nuova Spider su base Chrysler, modello ancora in cerca di una fabbrica.
La produzione della monovolume Fiat (progetto LO) sulla via della Serbia è prevista invece nel 2012, come la nuova Giulia. Entro il 2014, il piano stabilisce il lancio di 10 nuovi modelli Fiat e 6 aggiornamenti. Solo per la Lancia, degli 8 nuovi prodotti annunciati si prevede qualcosa per il 2011: la nuova Ypsilon (da costruire non più a Termini Imerese ma a Tychy al posto della Fiat Panda) e due restyling di vetture Chrysler ora con badge italiano. Entrambe già allocate negli stabilimenti della Bertone: la berlina alto di gamma 300C e la monovolume Grand Voyager. Per il 2012, il piano prevede due nuovi modelli Lancia di taglia compatta; prodotti però dalla controllata Chrysler. Cioè, non in Italia.
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Hanno capito che il furbetto,vuole sfruttare una situazione come Tanzi.
Dice di essere un grande e di essere in grado di raddoppiare le vendite, invece non solo non riesce a mantenere le vendite come questo anno,ma domani quando i consumatori si accorgeranno che quelle auto non sono che un sottoprodotto di una produzione ex sovietica che come la Ziculì e gli altri prodotti che uscivano dalle fabbriche di quei tempi.
Macchine fatte da operai che prendono duecento euro al mese.
Operai senza una vera professionalità.
Gente che lavorava in fabbrica senza preparazione e senza una scuola di avviamento al lavoro.
Con quel personale e con quelle fabbriche è andato a chiedere i soldi alle banche svizzere.Giusto che lo abbiano preso per il maglioncino e sbattuto fuori dalla banca.
Vai a prendere in giro i sindacalisti della CISL e della UIL.
Non andare dai banchieri svizzeri che ti contano i peli che hai in quel posto! 27-07-2010 14:09 - mariani maurizio
Non dimentichiamoci che Chrysler fu venduta dalla Mercedes al gruppo sciacallo Cerberus Capital, specializzato nel comprare a prezzi stracciati aziende in difficolta', ricostruirne la facciata o metterle sotto la protezione della bancarotta per poterle poi rivendere. E Marchionne c'e' cascato ma, molliccio com'e' non si e' fatto male. Anzi ha deciso di sfasciare la sua Ferrari guidando troppo veloce e magari un po' alticcio come si confa' alla gente del suo rango.
Per ricostruire il marchio Chrysler, piagato da una pessima reputazione di inaffidabilita' che nemmeno la "mitica" Mercedes era riuscito a sfatare, la Fiat, a sua volta sinonimo di inaffidabilita' e ruggine dopo il disastoso e improvvisato, come si confa' agli italiani, tentativo di penetrazione del mercato USA, dovrebbe fare quello che non puo' perche' richiederebbe anni di lenta ricostruzione del marchio. Naturalmente Marchionne conta sul marchio(nne) Ferrari, ma il fatto e' che gli americani quando comprano un'auto vogliono che funzionino senza rompersi o arrugginirsi e le Chrysler e FIAT non sono adeguate. 27-07-2010 14:04 - Murmillus