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FUORIPAGINA
29/07/2010
  •   |   Loris Campetti
    Il Marchionne del Grillo

    «Le parole non servono a lavorare e a produrre». Di parole ne bastano due, «una è sì, l'altra è no». Sì alla modernizzazione, «no alle cose come stanno». E come stanno? Malissimo, per l'inefficienza e l'impossibilità di «produrre utili», quindi «conservare o aumentare i posti di lavoro». Un Marchionne ultimativo ha sfoderato i mitici «20 miliardi» per la «Fabbrica Italia», sempre che ce ne siano le condizioni. Marchionne a muso duro, di fronte alle istituzioni piemontesi, al ministro Sacconi e ai segretari sindacali sembrava Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: «Io so' io e voi non siete un cazzo».
    Marchionne che, dopo aver ascoltato con una malcelata punta di fastidio gli ospiti del tavolo senza neanche guardarli in faccia, ha preso la parola e ha letto il suo intervento senza rispondere a nessuno. Le chiacchiere stanno a zero e l'a.d. più famoso d'Italia e amato negli Usa sia dai suoi operai (quelli rimasti dopo la cura) che da Obama, ha fretta. Di partire per Roma e incontrare una presidente di Confindustria Marcegaglia quasi dimezzata, se non si troverà il sistema di risolvere i problemi di Marchionne senza farlo uscire dall'organizzazione principe dei padroni italiani.
    Alla fine dell'incontro, nelle conferenze stampa dei protagonisti, tutti si sono detti soddisfatti, qualcuno addirittura entusiasta, con il segretario della Fim Farina che ha gridato al «mi-ra-co-lo» per quei 20 miliardi promessi da Marchionne (in cambio dei diritti). Tutti salvo salvo due: Epifani, che aveva chiesto senza successo all'uomo dei miracoli di abbassare i toni, e il segretario della Fiom Maurizio Landini, che si è persino permesso di chiedere la revoca dei licenziamenti per rappresaglia contro chi non si inginocchia al cospetto del principe, anzi del Marchese. Anche la richiesta di Landini non ha subito miglior sorte.
    «La catena non si ferma, non c'è ragione», recita una vecchia ballata del Canzoniere pisano sulla Piaggio. Il principio vale anche per Marchionne, e regole, leggi, contratti, conflitti, trattative che rallentano la corsa delle linee di montaggio vanno cancellati. Che problema c'è, se ne fanno di nuovi con chi ci sta per garantire il flusso del progresso a quattro ruote. Il modello è Pomigliano, sia nei contenuti che travolgono il sistema di relazioni sindacali conquistato nel dopoguerra (prima di Cristo) sia nel metodo «chi ci sta ci sta». Marchionne non ha detto quali modelli porterà a Mirafiori al posto della monovolume (L0 e L1) volata a Kragujevac in Serbia. Ha detto che se calerà la conflittualità (Giorgio Airaudo, Fiom, sobbalza all'idea che a Mirafiori sia esplosa la conflittualità), i modelli e per di più di fascia alta, ad alto valore aggiunto, arriveranno da Fiat e Chrysler. La stessa cosa che ha detto, oltre ai 5 mila di Mirafiori, ai mille della neoacquistata Bertone, sempre nell'area torinese. Marchionne, come Sacconi, Angeletti, Bonanni e quasi tutti gli altri se la prende con la Fiom ma non spiega come passerà dalle 600 mila vetture prodotte in Italia al milione e quattrocentomila, quando saranno pronti i nuovi modelli. Che sono in ritardo, per un anno non se ne vedrà uno fino all'arrivo delle prime Chrysler, e in un contesto di mercato catatonico e dall pessime performances Fiat in Europa, dove sta perdendo quote di mercato e posizioni nella hit-parade dei costruttori. Fiat è presente solo nella fascia A (Panda) e sempre meno in quella B (Punto), niente ammiraglie, spyder, coupè, Suv, grandi monovolumi. Per ora, all'orizzonte si vede solo tanta cassa integrazione.
    La disdetta dalla Confindustria? È una «strada praticabile» per liberarsi del contratto dei meccanici di cui si comincerà a discutere oggi, sempre a Torino, con i sindacati di categoria, nella prima delle verifiche «stabilimento per stabilimento». E per attuare l'accordo separato di Pomigliano, lavoro in cambio di diritti? «Una nuova società, che si occuperà anche della componentistica locale di proprietà della Fiat». L'importante è togliersi dalla testa l'idea di «produrre a singhiozzo, con livelli ingiustificati di assenteismo o vedere le linee bloccate per giorni interi», «un rischio che non possiamo permetterci... è inammissibile tollerare e difendere alcuni comportamenti, la mancanza di rispetto delle regole, l'abuso di diritti... gli illeciti che in qualche caso sono arrivati al sabotaggio». Mancano solo le Brigate rosse per annunciare urbi et orbi che siamo tornati nel cuore degli anni di piombo. Una rappresentazione imbarazzante, un reportage da Marte.
    Interessante un altro passaggio della relazione di Marchionne: «L'appartenenza a una rappresentanza sindacale è una scelta che fanno i singoli e che può essere cambiata. L'appartenenza all'azienda è un dato di fatto che è immutabile», almeno fino al licenziamento per sciopero, si potrebbe aggiungere. Comunque, la scelta sindacale si può cambiare. C'è una parola che in questi giorni ha fatto letteralmente infuriare l'irascibile manager col golfino, ed è la parola «minaccia» in relazione al diktat di Pomigliano. Chi la pronuncia «non ha la minima idea di cosa significhi competere sul mercato». Significa, evidentemente, fare un rogo con i diritti individuali e collettivi. Punto. Gli operai devono rispettare le regole (imposte da Marchionne), la Fiat non ha accordi da rispettare salvo quello di Pomigliano, «Fabbrica Italia è stata una nostra iniziativa» e non il prodotto di un accordo con il governo o i sindacati.
    Il ministro Sacconi, fresco della minaccia di sostuire rapidamente lo Statuto dei lavoratori con uno Statuto dei lavori, ha detto che il governo è soddisfatto e soprattutto impegnato. Peccato che non esista neanche un ministro per l'industria. Contento il presidente forse a termine del Piemonte, Cota, che può annunciare ai suoi elettori che Marchionne ha promesso di salvare Mirafiori. Come, non importa. Contento ma anche un po' attento ai fatti più che alle promesse il sindaco Chiamparino. Contento ogni oltre ragionevolezza il presidente della Provincia di Torino Saitta. Peccato che né Cota né Saitta né Chiamparino abbia ricordato a Marchionne che non chiede mai «soldi pubblici», quei 70 milioni sborzati dagli enti locali alla Fiat per tenere un modello a Torino. Non un secolo fa, nel 2005, quando Marchionne era inclusivo e dialogante. Un altro uomo rispetto al tirannosauro di oggi.


I COMMENTI:
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  • Per Matteo: non ho capito perchè le aziende vanno all'estero. Me lo spiegheresti, per favore? 29-07-2010 17:36 - eugenio
  • Leggendo il tono di quest'articolo si capisce benissimo perchè le aziende vanno all'estero.
    Povera Italia è rimasta alla lotta di classe, ma dove vivete ?
    Quello di Marchionne non è un ricatto è un obbligo se vuol salvare quel che resta della FIAT
    Mi meraviglio he sia ancora qui a parlarne. 29-07-2010 16:43 - Matteo
  • si potrebbe pensare a una modifica del contratto solo se aumentassero gli stipendi . Uno ha più incertezza del posto , ma almeno guadagna un po' di più. Qui invece tutto al negativo. Più lavoro, meno diritti e meno soldi . 29-07-2010 16:38 - riccione
  • E' triste che nessuno abbia il coraggio di zittire e sbugiardare questo signore che spara numeri a caso e blatera di questo fantomatico piano industriale. Il governo serbo bombardato ha soldi da dare alla fiat, questo governo no. Perchè di questo si tratta, si prenderanno soldi dalla comunità europea e dal governo serbo, altro che libero mercato. 29-07-2010 16:26 - giuseppe
  • Mi sembra la messa in pratica del solito modello italiano di risposta alla globalizzazione: anziché competere sui contenuti (nuovi prodotti, miglioramento tecnologico, design, servizio al Cliente) si cerca di inseguire il concorrente sui costi, ben sapendo che un operaio italiano non potrà mai accontentarsi dei 400 € al mese netti di un serbo o dei 200 € al mese netti di un cinese. Non si parla di auto elettrica, ibrida od a celle a combustibile o ad idrogeno. Si parla della solita Panda, rigorosamente a benzina od a GPL (se non è zuppa, è pan bagnato), destinata a morire alla prossima Direttiva europea che definirà e renderà obbligatorio il nuovo motore Euro 7 od 8 ad emissioni zero.
    D'altra parte, da un Paese nel quale il 98 % delle aziende ha meno di 10 dipendenti e dove chi ha massa critica taglia la ricerca, che ci si può aspettare?
    Mi ricordo quindici o venti anni fa un intervento di Abete, allora alto papavero di Confindustria, ad un dibattito televisivo, che sosteneva: "Che ci importa della ricerca: i brevetti li possiamo comperare!" Ammesso che qualcuno ce li voglia vendere....
    Un consiglio ai giovani: c'è tutto un mondo fuori dai confini. Operaio per operaio, è megio costruire auto in Germania a 3000 € al mese che a Pomigliano a 400. 29-07-2010 16:23 - clodoveus
  • Non riesco a capire per quale ragione la sinistra tanto attenta al tema del lavoro subordinato dei cittadini italiani non riesca a individuare il vero problema e quindi la soluzione. Le cose, a mio avviso, stanno così:"Una volta stabilito che il capitale può circolare liberamente e delocalizzare, la Fiat ha la possibilità di ricattare gli operai di Pomigliano; punto e basta. Una possibilità che in caso contrario non avrebbe; punto e basta. Una volta stabilito che gli Stati europei non possono aiutare imprese pubbliche o private ma nazionali (il divieto di aiuti di stato), la politica perde uno strumento per impedire la delocalizzazione del capitale italiano nella misura in cui l’ordinamento giuridico statale consenta quella delocalizzazione; e perde la possibilità di proteggere capitale e lavoro italiani dalla concorrenza di imprese che producono in stati in cui il lavoro costa meno. E quando il capitale può ricattare gli operai, inseriti nella competizione globale da un politica cieca che ha perseguito la globalizzazione, il lavoro è merce – è merce punto e basta; è un fatto che può dispiacere ma le cose stanno così -, merce che, quindi, viene acquistata dal miglior offerente, ossia dai lavoratori di Stati in cui il salario è basso – in parte anche per il minor costo della vita – e le condizioni di lavoro meno gravose (per il capitale che acquista la merce)...
    Se questa è l’analisi, alla sinistra che non voglia perseguire un “folle socialismo imperialista” – pretendere che lo Stato Italiano, alleandosi con altre potenze occidentali, invada gli stati stranieri “in via di sviluppo”, almeno per instaurare in essi un regime giuridico di tutela del lavoro che sconsigli al capitale di delocalizzare – resta soltanto la strada dello stato-sociale (welfare state), che era uno Stato nazionale sociale, appunto, e non uno Stato mondiale (un megastato sociale). Propugnare la sovranità nazionale; vietare la libera circolazione del capitale o comunque sottoporla a rigoroso controllo, proteggere alcuni beni e servizi prodotti in Italia. Questa deve essere la prospettiva dei comunisti e dei socialisti e in generale dei ceti popolari...
    Tutto il socialismo che abbiamo conosciuto fino ad ora, di qualsiasi genere e specie, è stato realizzato all’interno di Stati nazionali, tra l’altro, spesso, di dimensioni non grandissime. Il resto sono sogni, stupidità, illusioni e menzogne."
    Quando la sinistra avrà preso atto di fatti che le dispiacciono e che rimuove, come una persona psichicamente labile o depressa, allora essa avrà un grande futuro: all'interno degli Stati Nazionali. Che poi la nostra economia debba essere più fondata sul piccolo sui piccoli mercati, questa è una idea di alcuni, sulla quale ci si potrà dividere. Ma sempre all'interno dello schieramento che avrà capito che l'obiettivo è quello di organizzare, all'interno dei nostri confini, la civiltà che desideriamo, senza rompere le scatile a nessuno (nemmeno imponendo diritti umani) e senza accettare vincoli da nessuno. 29-07-2010 16:15 - appelloalpopolo.it
  • Lei è famoso per gli scherzi, ne raccontano tanti...

    Eh, e allora racconta pure questo 29-07-2010 15:50 - Fantomas
  • "io so io e voi nun zete un cazzo" veramente è un verso da un sonetto di Gioacchino Belli (Li sovrani der monno vecchio). Il film di cui scrive Campetti lo ha ripreso.

    Comunque ha ragione Marchionne: gli utili non si conseguono e il mercato è catatonico, come riconosce lo stesso Campetti. Per cui, o si alza la critica contro la produzione stessa di automobili e contro il capitalismo, o ciccia. 29-07-2010 15:48 - lpz
  • Io mi occupo di sindacato,sono una rsu e mi chiedo COSA stiamo aspettando??
    Sono 40 anni che la FIAT ricatta e minaccia i governi,ora addirittura,insieme al governo complice,scardina,schiaccia,annulla i diritti dei lavoratori,conquistati con il sangue e la lotta dei compagni.
    E noi qui,a parlare,scrivere,dibattere.....
    Dobbiamo lottare,scioperare,scendere in piazza,tutti i giorni,continuamente,siamo tagliati fuori dall'informazione e allora ci andiamo di persona nelle piazze a parlare con la gente,altrimenti MOLTO PRESTO saremo estinti,inghiottiti dal regime.
    Compagni non è più tempo quieto,è ora di mobilitarci parlando coi lavoratori,una contro-informazione,una presenza fisica,una risposta alle paure,questo è fare sindacato,questo è essere di sinistra,stare con la gente.
    30 anni fa uno come Marchionne sarebbe dovuto scappare all'estero per salvare la pelle e ora sta al tavolo ad ammiccare a CISL e UIL,e ancora siamo qui a parlarne? 29-07-2010 15:47 - Fabio
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