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Andrea Fabozzi
Tremonti premier? Si, anzi no
Domanda: può essere Tremonti il premier di un governo di transizione? Risposta: «Sarebbe certo un’evenienza più sensata che andare al voto con questo sistema elettorale». Così Pierluigi Bersani ai giornalisti in parlamento. Passa un minuto e il segretario si rende conto che la notizia è grossa, troppo grossa. La conferma dei peggiori timori della minoranza del partito, e non solo. Dal primo momento, venerdì, la presidente del partito Rosy Bindi aveva avvertito che «nessuno del governo, in special modo Tremonti, può guidare un esecutivo di salute pubblica». Passa un’ora e Bersani corregge. Spiega ai giornalisti e alle telecamere: «Non ho fatto e non faccio nomi, questo spetta al capo dello stato. Siete voi che avete interpretato». L’incidente però, se è stato un incidente, serve a chiarire che per il Pd non ci sono tabù: l’importante è tenere in vita la legislatura. E sfilare Umberto Bossi a Berlusconi. Tremonti sarebbe perfetto.
Un passo indietro. Per giudicare il rapporto tra Bersani e Tremonti bisogna andare oltre gli scontri che i due offrivano la sera in televisione, quando c’erano i talk show. Risse pesanti dove l’accusa classica e reciproca era quella di mentire sulle cifre. In realtà i due si prendono abbastanza. Capita di vederli parlare a quattr’occhi alla camera in prossimità di provvedimenti importanti. A inizio legislatura Bersani era persino salito al ministero per un incontro ufficiale tra governo e opposizione sulla crisi economica. Un evento irripetibile, possibile solo per la consuetudine che c’è tra i due. Il giorno dopo, ovviamente, ripresero a litigare e Tremonti disse che in futuro avrebbe registrato i colloqui con Bersani.
Di parole grosse ce ne sono state tante. «Con uno come Tremonti i numeri ballano e le bugie sono sempre quelle». «Bersani odia l’Italia che c’è. Ma chi è, Giuseppe Stalin? Il suo è costruttivismo sociale, follia ideologica». «Giulio, mi accontenterei di un’Italia con un diverso ministro del Tesoro». Botte da orbi, ma la verità l’ha detta Bersani durante l’ultima campagna elettorale: «Mi devo accontentare di Tremonti, con lui si litiga ma alla fine ci si confronta». Eppure niente vale la frase di ieri, il lancio di Tremonti premier come «evenienza più sensata». Infatti c’è stato bisogno di una smentita. Ma intanto erano arrivate le critiche dei potenziali alleati, dall’Idv di Di Pietro, alla Federazione della sinistra (che proprio ieri ha proposto al Pd un’«alleanza democratica per difendere la Costituzione» e un patto «per sconfiggere Berlusconi e Bossi alle elezioni anticipate») e al partito di Nichi Vendola che proprio con Tremonti sta guerreggiando per quanto riguarda la sanità in Puglia.
Ma la meno contenta della apertura di Bersani al ministro dell’economia dev’essere stata proprio Rosy Bindi, che anche l’altro ieri aveva voluto ribadire sul suo blog che Tremonti sarebbe stato un premier «innaturale». La presidente del partito ha così fatto da testimone alla smentita del segretario, accompagnandolo al momento delle precisazioni davanti alle telecamere. Bersani ha aggiunto: «I nomi li fa il capo dello stato, noi non abbiamo pregiudiziali anche se non tutto sarebbe accettabile». Ma quel «non tutto» deve intendersi limitato a Silvio Berlusconi perché «quello che ci ha portato fin qui non può traghettare».
Se la Lega resta la stella polare di Bersani in questo momento, per cercare di conquistarla alla «transizione» - e non per nulla Berlusconi ha deciso di andare avanti proprio oggi con il federalismo fiscale, portando uno dei decreti di attuazione in consiglio dei ministri - il quadro politico è in movimento e il segretario del Pd ha l’ambizione di far giocare il partito a tutto campo. Così quello che sembra l’atto di nascita di un terzo polo centrista - la decisione di Fini, Rutelli e Casini di creare un patto di consultazione tra i gruppi parlamentari, partendo dall’astensione nel voto su Caliendo - non preoccupa per niente Bersani, in teoria convinto bipolarista. «Se Fini e Casini fanno una mossa in un’altra direzione - dice Bersani - non mi metto mica a piangere». Più che piangere, nel partito tremano quelli che svolgono quest’analisi fino alle estreme conseguenze: fine del bipolarismo, fine delle coalizioni predefinite, ritorno a un sistema elettorale che affida la scelta del governo alle alleanze in parlamento.
Un altro mondo rispetto a quello che sta alla base della nascita del Pd. Sopravvivrebbe il partito? Nascesse davvero, il terzo polo avrebbe più di un’attrattiva per molti moderati ed ex popolari adesso in minoranza nei democratici. Il tempo per queste manovre c’è, ed è lo stesso Bersani a farlo notare quando insiste sul fatto che «siamo entrati nel secondo tempo del berlusconismo» che non sarà «né breve né indolore». Per questo Bersani non vuole un partito «chiuso nella boria» ma «disponibile e generoso». Verso tutti, anche andando oltre un vecchio avvertimento, proprio di Bersani: «Non dimentichiamo mai gli orrori di Tremonti».
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Lui è buono a fare entrare i conti nel tritacarne e far ammazzare la gente,ma non sarebbe idoneo a far cambiare il paese a seconda degli interessi padronali.
Berlusconi è stato in parte capace,ma solo per i suoi interessi da padrone,mentre per tutta l'altra massa della confindustria è del tutto insufficiente.
Ora si tratta di trovare un partito che sostituisca la vecchia DC.
Un partito che non sia di una sola famiglia,ma che raccolga l'interesse generale della razza padrona.
Il PD ancora non è spurgato bene.Deve fare un altro piccolo passo di sbiancaggio.
Deve togliere gli ultimi brandelli che lo legano alla CGIL e al mondo dell'intelligenza.
Troppi intellettuali e troppe idee di sinistra.Rutelli e Fini sono i più indicati oggi alla successione del faraone!
Un coacervo di belle persone che unsieme faranno felici sia i cani che i porci! 04-08-2010 18:05 - maurizio mariani