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Eleonora Martini
La Sosta, horror movie
Si può essere cresciuti a pane e prison movie, e aver letto la recente interrogazione parlamentare della radicale Rita Bernardini sugli istituti siciliani, ma quando si mette piede nella famigerata "Sosta" del carcere di Gazzi, a Messina, non si crede davvero ai propri occhi. Da otto persone in su sono stipate in ciascuna delle celle da 12 metri quadri con due letti a castello su quattro piani (che spesso raggiungono il quinto piano), un cesso e un lavello pietosamente separati da una lurida tenda da doccia, e armadietti nel poco spazio che resta. Le celle, ma sarebbe meglio chiamarle grotte, affacciano su un antro sudicio, col cemento a vista, intersecato da una specie di scolo aperto all'esterno, evidente ingresso indisturbato per topi di ogni dimensione, come sostengono i detenuti che si dicono costretti a ogni tipo di espediente pur di evitare di essere aggrediti dai ratti, e malgrado la smentita secca della direzione. Ma lo sgomento è totale quando si entra nell'unica doccia a disposizione dei 36 detenuti attuali, senza acqua calda, piazzata in uno sgabuzzino con una porta sfondata dall'umidità e dall'usura, che assomiglia a una di quelle discariche in cui negli anni si trasformano i locali aperti e abbandonati. Dentro e intorno c'è di tutto: armadietti rotti e stracci sporchi. Pensare che qualcuno possa vivere qui per mesi o anche anni, e altri possano lavorarci per otto ore al giorno e più, fa provare vergogna.
È uno degli antri orrorifici che tutto sommato non ci si aspetterebbe di vedere – nel tour sotto scorta della direzione – in una Casa circondariale dall'aspetto apparentemente quasi dignitoso, certamente non dissimile dal contesto dove è inserita, tra i campi della periferia estrema di Messina. Eppure all'improvviso i muri scrostati dappertutto, anche negli uffici della direzione, l'umidità nelle celle, i soffitti crepati che mostrano i mattoni interni, i cavi a vista, i corridoi ridipinti a metà (fino a esaurimento vernice), i passeggi quasi del tutto sprovvisti di tettoie, il caldo asfissiante d’estate e il freddo d’inverno, i cessi del braccio femminile divisi dal resto della cella solo da un pezzo di lamiera (con l'unica doccia per 25 donne costituita da un tubo di plastica verde aggrappata a un muro di un antro lurido), gli scarafaggi e le formiche contro i quali l'amministrazione del penitenziario ha ingaggiato una lotta senza vittoria, lasciano il posto all'incredibile. La "Sosta" avrebbe dovuto essere il reparto per detenzione transitoria dei nuovi giunti in attesa di sistemazione, ma il sovraffollamento lo ha reso a tutti gli effetti un reparto detentivo di media sicurezza. E chissà cosa direbbe la Corte europea dei diritti umani se potesse vederlo.
Così come lascia sconcertati trovare nel braccio delle detenute-mamme che ospita anche quattro bambini al di sotto dei 3 anni, un bimbo di due anni e mezzo con un grave ritardo psico-fisico, evidentemente bisognoso di cure qui inesistenti. La direzione ha scritto al magistrato invitandolo ad intervenire, ma ancora nessuna risposta.
Ma non sono le uniche ombre di un carcere senza dubbio difficile da gestire perché, come spesso avviene, pur essendo Casa circondariale (destinata ai detenuti appena arrestati o in attesa di giudizio), si è riempita via via anche di condannati definitivi o appellanti, stipati tutti insieme nei bracci di alta e media sicurezza o nel centro clinico, che dovrebbe essere il fiore all'occhiello della struttura, senza distinzione insieme ai tanti che così, in cella per la prima volta, cominciano qui la loro carriera delinquenziale. Succede da qualche anno in tutti i carceri, riempiti come sono di piccoli e non sempre veri spacciatori, fruitori di sostanze, tossicodipendenti («l’articolo 73 del 309/’90, la legge sulle droghe, ricorre in continuazione nelle ordinanze d’arresto», racconta la direzione) e malati psichici, grazie al giustizialismo populista di Lega e centrodestra. Ma qui, a Gazzi, dove si incontrano uomini e donne di mafia (orgogliose di raccontare che il loro uomo è sottoposto al regime speciale del 41 bis), assieme a quelli di ’ndrangheta e camorra, per molti giovani alle prime armi è un vanto poter varcare la soglia d’ingresso, una sorta di attestato di pedigree. Necessario per ottenere rispetto.
In un contesto così, per orientarsi c'è bisogno dell'aiuto di qualche numero: nella struttura di Gazzi, risalente agli anni '50, da quando sette mesi fa per manifesta indecenza è stato chiuso il reparto "Cellulare" spalmando i suoi 150 detenuti nel resto delle celle, c'è posto al massimo per 229 reclusi. Ce ne sono attualmente 390 (in attesa di primo giudizio solo 133) di cui 51 donne, ma il numero varia di giorno in giorno. I tossicodipendenti dichiarati sono 70, di cui 30 in terapia. Cinque i malati di Hiv. Gli agenti di polizia penitenziaria invece dovrebbero essere 235, in organico ne risultato 214, ma sono presenti solo in 129. Disponibili 8 dei 30 ispettori previsti in organico, e 7 dei 28 sovrintendenti. Molti sono in missione, distaccati ad altre sedi, usati per scorte, o a disposizione della Commissione medico-ospedaliera perché, essendo un lavoro duro e usurante, vengono ritenuti momentaneamente incompatibili con il servizio. Così può succedere per esempio che in piena notte, quando gli agenti sono pochi, arrivi un'ondata di arrestati e «in quei momenti riuscire a coniugare diritti umani e sicurezza è difficilissimo», spiega il direttore Calogero Tessitore che ricorda quando qualche anno fa vi fu l'ondata di clandestini: «Eravamo pieni di immigrati». Oggi ce ne sono molto pochi. È un carcere di zona, soprattutto, anche se la presenza del centro clinico (un reparto Medicina e uno Chirurgia comprensivo di sala operatoria) lo rende meta per detenuti malati. Che certamente qui, però, fanno fatica a guarire, a giudicare dalle celle che ospitano i pazienti accanto ai detenuti "sani" stipati sui letti a castello, e viste le condizioni del reparto Medicina dove vivono anche 9 internati (detenuti senza condanna, ritenuti dal magistrato "socialmente pericolosi", «soggetti che – parole del direttore – per le patologie di cui sono affetti dovrebbero stare altrove e non in carcere») e dove regnano sporcizia, insetti e degrado. Malgrado gli sforzi del personale. Eppure le detenute che qualche giorno fa hanno inscenato una protesta si lamentano – oltre che per la presenza di blatte e topi nelle loro celle e per la «pessima qualità del cibo» – anche per la difficoltà di cura. Comprensibile, perché malgrado le convenzioni con i medici di 32 branche specialistiche, i 4 medici incaricati, i due infermieri di ruolo più alcuni altri per complessive 80 ore al giorno, malgrado i 2 psichiatri, l’unico psicologo (1) di ruolo che ha il compito anche di visitare tutti i nuovi giunti e un'altra psicologa per 5 (cinque) ore al mese, e malgrado la spesa sanitaria complessiva di questo carcere ammonti a 1.682.000 euro l'anno, quando un detenuto deve fare una Tac o un'analisi un po' particolare, l'iter è lungo e facilmente naufraga il giorno dell'appuntamento per mancanza di agenti che possano accompagnarlo. Per questo, tra qualche giorno nell’ospedale Papardo di Messina verrà aperto un repartino con quattro camere detentive riservate ai detenuti malati. Da ricordare che la Sicilia non ha ancora recepito la legge che trasferisce la gestione diretta della sanità carceraria dal ministero di Giustizia a quello della Salute. Ma, secondo molti operatori penitenziari, non è detto che sia un male: il servizio per le tossicodipendenze che invece è già gestito dalle Asl, per esempio, quasi sempre non riesce a soddisfare le necessità del carcere, e la coordinazione tra "esterno" e "interno" risulta «molto difficile».Sarebbe ingeneroso, però, gettare la croce dei tanti mali di Gazzi (e in generale dei carceri italiani) sulla direzione, sugli operatori o sui soli quattro educatori: «Qui tutti fanno molto più del dovuto, con abnegazione e professionalità lavorano oltre le sei ore previste dalla legge, e tentano di ridare senso al carcere, che deve essere finalizzato alla riabilitazione del detenuto», racconta il vicecommissario Antonella Machì, a capo degli agenti. «Il vero problema è la mancanza di fondi – aggiunge la vicedirettrice Romina Taiani – basti pensare che per la manutenzione ordinaria riceviamo 20 mila euro l'anno e per pagare i detenuti che la fanno, e che lavorano in 40 a turno ogni 4 mesi, riceviamo 316 mila euro». Alla derattizzazione provvede gratis il comune di Messina ma non più di quattro o cinque volte l'anno. Troppo poco per un microcosmo come questo.
«Il carcere è una realtà che non interessa a nessuno – si sfoga amaro il direttore – quando ho contattato gli enti locali, di qualunque colore politico, ho trovato sempre scarsa disponibilità». Tessitore racconta per esempio di quando ha chiesto un aiuto per far lavorare "fuori" alcuni detenuti, o di quando ha cercato fondi per una pianola da usare in uno spettacolo (una delle tante attività ricreative e formative all’interno del carcere), o addirittura quando ha chiesto soldi per attrezzare con un gazebo, un tavolo e qualche gioco per i bambini la piccola area verde riservata agli incontri con i minori . «Tutto inutile, nessun politico o amministratore ci ha dato niente». Il carcere è solo un «contenitore dentro il quale confluiscono le scelte governative». E le incapacità di un ministro siciliano sotto scacco della Lega.
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Articolo di verismo italiano, con la descrizione cruda di un mondo non noto e che dimostra come quasi certamente non potrà migliorare che lì c'è finito e segnare chi lì è nato.
Buona parte dei reati sono derivati da istigazione diretta del sistema, chi non trova lavoro, chi è abbandonato, chi subisce i soprusi e rivoltosi allo stato si sente non tutelato, bè tutti questi sono atti d'istigazione ai quali i statisti veri attraverso un'adeguata legislazione dovrebbero porre rimedio, ma invece ci troviamo davanti all'egoismo che punta ad avere il tutto e lasciare agli altri il meno possibile o a privarli di quel poco che hanno.
La miopia nell'amministrare uno stato è come guidare un'auto senza occhiali. 11-08-2010 17:47 - Gromyko
Lui è diventato detenuto perche non ha ubitito alle leggi e alle regole del vivere borghese.
Una specie di ribelle.Uno che ha commesso dei reati.
Ci sono detenuti che hanno commesso cose orribili e infami.Strupri di bambini e violenze senza un minimo di umanità a persone innocenti che gli sono capitate sul loro cammino.
Poi ci sono operai che hanno lavorato,ma non sono stati capaci di mantenere la loro famiglia con il solo sudore della fronte e quindi hanno dovuto delinguere per fame.Quegli operai non sono come i primi.Loro sono le vittime di questo sistema che spinge tanti giovani a delinguere.Per questi personaggi, io farei un carcere a parte.Anzi invece del carcere li manderei a scuola e gli affiancherei dei poliziotti,assistenti sociali,che li reinserisce nel mondo del lavoro, con una paga che non gli da più alibi a delinguere!
Per tutti gli altri che invece non sono vittime, ma vere e proprie bestie criminali,che hanno potuto scegliere nella loro vita e che hanno scelto la strada del crimine e dell'arbitrio,niente sconti!
Niente di niente!
Nemmeno quello che hanno ora.Io quella gente la tratterei come fanno i cinesi.
Ma per il 90% che invece è costretta a fare questa vita delittuosa,come governo, andrei a risolvere e non a punire .
Vogliamo mettere un criminale incallito, come quei ministri, che anche se avevano lavori e paghe faraoniche,non induggiavano a delinguere per rimpinguare le loro già immense fortune.Vogliamo paragonare questa gentaccia con il povero pensionato che ruba un salamino per portare a casa qualche cosa anche lui,dato che la pensione è servita per pagare luce,gas e telefono.
Quel vecchio va rieducato e gli si deve aumentare la pensione per non dargli più l'alibi della fame!
Mentre i criminale incallito he non rubba o uccide per fame,deve essere trattato con il massimo del rigore!
Basta con questo buonismo,che non è stato mai di sinistra!
La giustizia che vogliamo noi è una giustizia giusta! 09-08-2010 08:41 - mariani maurizio
Ma perchè tutto questo? ci si chiede mai il perchè di tutto ciò? Chi dovrebbe o potrebbe sensibilizzare? chi dovrebbe far comprendere alla gente che una persona detenuta è pur sempre una persona e non il partiicipio passato del verbo "detenere"? Chi dovrebbe fungere da pungolo, da pressante spillo che punge il fondo schiena dei nostri politici per imporre loro di occuparsi di carcere? Intorno alle carceri italiane, contrariamente a quanto si potrebbe credere, si muovono centinaia di persone legate all'associazionismo del volontariato.
Credo che il mondo carcerario goda di un elevatissimo numero di associazioni, di gente che vogliono contribuire ad aiutare le persone recluse.
Gente appassionata, gente capace.
Ma ognuno di loro, ognuna delle tante associazioni lavora per sè stessa, a volte brancola nel buio, a volte agisce per incrementare la propria vana gloria.
Perchè nessuno ha mai pensato di costituire una sorta di coordinamento nazionale delle varie associazioni? una sorta di CODACONS nazionale per le persone in "gabbia"? A nessuno viene in mente un'idea del genere, semplicemnte perchè, forse, a nessuno viene voglia di perdere il proprio angolo di di visibilità, di commiserevole auto pontificazione. Spesso accade che molte associazioni semplicemnte non hanno voglia di dare inizio ad una battaglia che deve decollare, che non può più restare tra le quattro mura di un associazionismo locale,e troppo localizzato.
La figura del garante per i diritti del detenuto è un traguardo indiscutibile, ma di quali mezzi gode? di quali possibilità può disporre per svolgere un lavoro di squadra insieme ai garanti delle varie città.
Ognuno opera ed agisce per sè, per il proprio piccolo orticello.
Occorre uscire dalla logica del volersi sentire importanti.
I detenuti sono persone detenute nell'anima, e questo, chi vorrebbe loro aiutare, deve iniziare a comprenderlo sul serio.
Il detenuto non è uno spot. 08-08-2010 19:12 - Francesco