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Francesco Paternò
Il vuoto cinese di mr. Marchionne
Nel solo mese di luglio, in Cina si sono vendute quasi tutte le auto che quest’anno si venderanno in Italia. 1,2 milioni contro gli 1,7 stimati dai costruttori nel nostro paese, dopo la fine degli incentivi statali.
«Abbiamo tanta ambizione di svilupparci molto in questa parte del mondo», ha detto il 2 giugno scorso il presidente della Fiat, John Elkann, partecipando alla festa della repubblica all’Expo di Shangai. Il gruppo italiano è di fatto fuori da questo immenso mercato, considerando che la controllata Magneti Marelli ha appena inaugurato la sua fabbrica alla presenza di Elkann. Solo alla fine del 2011 comincerà in Cina la produzione di una berlina italiana, la Linea, e dei suoi motori, in uno stabilimento nel Guangdong per l’accordo di joint venture siglato dal Lingotto con Guangzhou.
L’intesa è arrivata dopo diversi scacchi con altri partner locali, con i quali le intese si sono via via bloccate: una delle quali prevedeva la produzione dell’Alfa Romeo in Cina. Oggi, la «tanta ambizione» del gruppo deve accontentarsi di un accordo limitato: gli obiettivi sono la produzione di 140.000 vetture e 220.000 motori nel 2012, da portare rispettivamente fino a 250.000 e 300.000 entro il 2014.
Meglio tardi che mai, certo, benché sia un ritardo che si può già definire storico rispetto alla concorrenza europea e asiatica di Fiat. Basti pensare che i francesi di Psa Peugeot-Citroen hanno appena firmato per una seconda joint venture o che Renault-Nissan ha siglato un progetto sull’auto elettrica a Wuhan, politicamente oltre che automobilisticamente importante, considerando la forte accelerazione agli investimenti data dal governo di Pechino al tema dell’auto a zero emissioni negli ultimi sei mesi.
La Fiat non può contare nemmeno sulla controllata Chrysler, assente dalla Cina dopo un avvicinamento nel 2007 con Chery. Mentre i concorrenti General Motors e Ford traggono proprio da questo mercato i loro profitti più grandi, come si è visto negli spettacolari risultati delle trimestrali, rese note nei giorni scorsi. Che evidenziano anche come l’altro aumento delle vendite sia stato sul proprio mercato nordamericano, maggiore per le due big rispetto a quello della più piccola Chrysler.
Negli obiettivi dell’amministratore delegato del gruppo Fiat più Chrysler, i numeri piuttosto ambiziosi annunciati per il 2014 (ricordiamoli, 3,8 milioni di auto «italiane» e 2,8 «americane») tengono conto della Cina soltanto per le circa 300.000 vetture del Guangdong.
Questo mercato, per altro, sta premiando più i marchi di lusso che i generalisti come Fiat. In luglio, Audi ha aumentato le vendite del 53%, Bmw dell’82, Mercedes ha triplicato le vendite. Non che le cose vadano male per tutti gli altri: in Cina ci sono ancora soltanto 20 automobili per 1.000 abitanti.
Se nel 2009 le vendite sono aumentate complessivamente del 46% - un anno boom, spinto anche dalla detassazione del governo del 50% per chi acquistava automobili con una cilindrata massima di 1600 centimetri cubici - quest’anno l’associazione dei costruttori in Cina prevede una crescita del 17%, con un mercato fatto da circa 16milioni di vendite nuove.
E’ un rallentamento, se non fosse che la parola suona strana nel depresso occidente e se non fosse che a guardare meglio i dati degli ultimi quindici anni, la crescita media del mercato cinese si è attestata fra il 12 e il 22%.
Gli analisti prevedono una piccola frenata in agosto e un settembre così così, per poi chiudere in bellezza il 2010 negli ultimi tre mesi.
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Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e
odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e
scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.
L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla
produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo.
L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la
globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai
non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il
bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare
indietro.
Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “ La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof . Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).
Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria.
Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino.
Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.
Odorava di dignità.
(Luca Mazzucco) 17-08-2010 14:14 - silvia
Non credo che quel giorno sarà un gran giorno perchè noi, proletari italiani o no non ci aggrecheremo a loro perche le prenderemo nel culo!!
P.S. Ma non volevi partire e andare a vivere tra loro o scrivi già dal paese dei tuoi sogni? 17-08-2010 10:54 - herby49
Gli operai cinesi presto diventeranno come tutti gli operai del mondo industriale.Vorranno anche loro campare, come persone che consumano più del bisogno proletario e anche loro diventeranno dei lottatori, proprio come la nostra classe operaia.Io vedo un grande futuro per la Cina.Vedo, che presto, da un partito comunista capitalista,nascerà una nuova rivoluzione culturale che come negli anni 60/70cambierà di nuovo la Cina riportandola a essere quel grande paese che aveva creato il grande timoniere.(Mao).
Vedrete quando la rivoluzione che già ha influenzato tutte le montagne nepalesi scenderà nelle grandi industrie cinesi,dove milioni di operai vorranno vivere con un salario decente, alla dignità del nuovo popolo cinese.Vedrete che "mostro" avete messo in piedi e rimpiangerete le classi operaie della FIAT e dell'OPEL.
Milioni di operai e di proletari cammineranno e vinceranno i centinaia di burocrati corrotti e le poche famiglie arricchite della Cina.
Quel giorno sarà un gran giorno e noi, proletari italiani, si aggrecheremo a loro. 16-08-2010 08:08 - maurizio mariani