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Carlo Lania
La civiltà dell'immondizia
La civiltà dell'immondizia si trova tra Terzigno e Boscoreale. Un chilometro scarso di strada che sale dolcemente verso la collina e così pulita che gli abitanti dei due piccoli comuni ai piedi del Vesuvio una uguale se la sognano. Cento metri prima e cento metri dopo via Vicinale Nespole della Monaca - così si chiama la strada - la situazione infatti è ben diversa. Le macchine sono costrette a fare la gimcana tra le buche, molte case sono ancora senza intonaco, l'illuminazione è scarsa e le costruzioni abusive si susseguono lungo i campi con l'erba che cresce alta ai margini delle strade sporche. L'impressione è che tutto sia grigio, nonostante il sole e il mare che sta lì a due passi. Tutt'altra cosa rispetto a via Vicinale Nespole della Monaca dove, se guardi per terra, non trovi un pezzo di carta neanche a pagarlo. Qui sembra di essere in un altro mondo. L'asfalto è lavato, le strisce in terra sono bianche e ben visibili e la strada è bene illuminata da lampioni nuovi di zecca. E' l'esempio perfetto della civiltà dell'immondizia imposta dal governo a questa parte della Campania. L'aspetto civile però finisce qui. Mentre più giù lo Stato sembra quasi far fatica a farsi vedere, qui si fa sentire in maniera pesante, con arroganza. A partire dalle recinzioni con i cartelli che ti avvertono che sei in una zona militare, controllata da polizia e da pattuglie di soldati. La strada, così nuova e perfetta, esiste infatti solo per permettere ai camion carichi di immondizia di raggiungere Sari 2, una delle discariche riaperte dal governo nel 2008, quando Napoli e la Campania stavano sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo per l'emergenza rifiuti. In quei giorni bisognava agire, dar fiato alle trombe del «governo del fare» e allora Guido Bertolaso oltre a Sari 2 individuò nella cava Vitiello, una vecchia cava dove fino al 2003 si è estratta pietra lavica, il sito adatto per aprire una nuova discarica capace di contenere fino a 5 milioni di tonnellate di rifiuti. Peccato che sia la vecchia Sari 2 che cava Vitiello si trovino entrambe nel cuore del Parco nazionale del Vesuvio, circondate dai pini piantati cinquant'anni fa dai forestali e con il vulcano alle spalle.
«Abusivismo di Stato»
In seguito il capo della Protezione civile ha dovuto rinunciare a cava Vitiello per l'opposizione dei sindaci dell'area e dopo che un'ordinanza del Tar del Lazio ha bloccato i lavori della strada, ma Sari 2 continua a lavorare a pieno ritmo. Ugo Leone, il presidente del Parco del Vesuvio, parla della discarica attiva e di quella mancata come un perfetto esempio di «abusivismo di stato». Leone è a dir poco stupito dalla decisione presa due anni fa dal governo. «Questo è un territorio in cui per decenni l'abusivismo ha rappresentato la regola, fino a quando non è arrivato il parco che invece le regole ha cominciato a metterle, ha imposto la legalità e ha scelto come propria sede a Ottaviano un palazzo mediceo sequestrato al boss Raffaele Cutolo», spiega. «E in questa situazione il governo che fa? Con un decreto aggira le leggi sui parchi e dice che qui, nel parco del Vesuvio, si può fare una discarica, dimostrando così di voler andare avanti come un carrarmato infischiandosene perfino di se stesso e delle sue leggi».
Per gli abitanti della zona, costretti in passato a convivere per decenni con i rifiuti degli altri, la decisione è stata come uno sfregio. Improvvisamente si sono riaperti scenari che si sperava fossero definitivamente rimasti alle spalle. Somma Vesuviana, Ercolano e la stessa Terzigno hanno infatti già pagato un alto tributo alle varie emergenze rifiuti. Fino a 16 anni fa in queste zone si trovavano tre discariche storiche come Fungaia Monte Somma, Amendola e Formisano e Sari 1, antenata della Sari 2 riaperta da Bertolaso. «Per trent'anni queste discariche hanno raccolto i rifiuti di tutto il centro-nord Italia», racconta Giovanni Romano, un passato da ambientalista militante oggi responsabile dell'ufficio promozione del Parco. «Le conseguenze si sono viste con il tempo: indagini epidemiologiche hanno rilevato un aumento nella zona delle patologie dell'apparato respiratorio e ai reni».
Solo grazie a un forte movimento ambientalista, all'impegno di persone come Isaia Sales - all'epoca consigliere regionale - e all'imminente nascita del parco, nel 1994 si riesce a fare in modo che le tre discariche vengano chiuse. Si pensava che fosse finita, invece no. L'incubo, riapparso con la riapertura nel 2008 di Sari 2, continua ancora oggi.
La «Parcumiera»
I camion carichi di immondizia arrivano di notte, scaricano e se ne vanno. 100-150 a volta, racconta chi abita nelle vicinanze della discarica. Di notte scaricano e di giorno le ruspe coprono tutto di terra. Un lavoro pulito. O quasi. Per saperlo basta chiederlo agli abitanti di Boscoreale. Sono loro, infatti, a pagare più di tutti la presenza ingombrante della discarica. Il paese è quello situato più vicino al sito e, soprattuto, si trova sottovento. «Alla sera, verso le sei o le sette, devi chiudere le finestre per la puzza», dicono. E le cose naturalmente peggiorano con il caldo. Raccontano di ristoranti che hanno visto i clienti alzarsi e andar via perché non sopportavano più la puzza, o di feste per la prima comunione interrotte improvvisamente, con il festeggiato e gli ospiti che abbandonano in fretta e furia la sala. Danni economici che vanno a sommarsi a possibili danni alla salute. «Se vuoi sapere su una discarica è fatta bene oppure no devi guardare i gabbiani: se ci sono vuol dire che è fatta male», spiegò una volta Bertolaso in un'intervista. A Sari 2 i gabbiani sono i padroni di casa. «Ci sono delle ore in cui sono tantissimi e sono anche diventati aggressivi, al punto da aver cacciato via i piccoli animali normalmente presenti nella zona come gli scoiattoli», racconta ancora Romano. Negli anni il parco del Vesuvio è diventato il capolista di un fronte contro la discarica, avanzando però anche proposte alternative. «Ci siamo detti disponibili ad ospitare due impianti di compostaggio che non sarebbero di impatto negativo per il parco, e questo proprio per dimostrare che non sappiamo dire solo dei no - prosegue Leone -. Oggi i comuni lo spediscono in Veneto e in Sicilia pagando decine e decine di euro a tonnellata, tutti soldi risparmiati se invece si utilizzasse il territorio del parco. Ma non se ne è fatto niente».
Le pomici di Pompei
Cava Vitiello è proprio accanto a Sari 2. Il parco avrebbe voluto farne un geosito educativo per le scuole. Gli scavi fatti delle ruspe impegnate per anni a tirar via la pietra lavica hanno infatti riportato alla luce interi secoli di stratificazioni del vulcano, a partire dalle lave medioevali. «A circa metà altezza è possibile vedere persino le pomici e le ceneri che nel 79 dopo Cristo distrussero Pompei» spiega Pasquale Giugliano, il geologo del parco. «Alla base di queste stratificazioni sono anche stati rinvenuti utensili dell'epoca che testimoniano come quest'area fosse abitata». Il progetto per ora resta bloccato, anche se la discarica non si farà. Il timore di vedere tutto distrutto resta comunque forte. Negli uffici del parco, a Ottaviano, hanno realizzato un video che riassume benissimo questa paura. Comincia a colori con gli animali che vivono nell'area protetta, paesaggi incontaminati, il giallo dei grappoli di uva catalanesca seguito dal rosso dei pomodorini del Piennolo (che proprio l'anno scorso hanno ricevuto il marchio dop). Poi lentamente lo scenario cambia. Le immagini si fanno in bianco e nero, cominciano a vedersi sacchetti di immondizia, sempre più numerosi fino a ricoprire l'intero Vesuvio. Il video si trova sul sito del parco e l'hanno intitolato la «Parcumiera», un neologismo che riassume benissimo quello che il parco del Vesuvio è, e quello che avrebbe potuto essere, una pattumiera appunto, se non si fosse riusciti a evitare la trasformazione in discarica della cava Vitiello.
Le discariche non sono però l'unico problema. Sopra il cono del Vesuvio una poiana vola e poi si ferma all'improvviso, sospesa in aria. «Sta sfruttando le correnti ascensionali. Probabilmente ha visto un piccolo roditore e adesso lo sta puntando», indica Romano. Il rapace resta ancora un attimo sospeso, le ali ben spiegate in aria, poi fa un piccolo spostamento all'indietro e, come un nuotatore che parte dai blocchi, va giù in picchiata velocissimo fino a scomparire tra la vegetazione. Riappare dopo un po', scattante nel cielo. Chissà se la caccia è andata bene. E chissà se la scena è stata vista anche dai turisti in visita al cratere. Ogni giorno a migliaia salgono fin quassù per vedere la bocca del vulcano. Per accedere al cono serve un biglietto che costa 4,50 euro per i gruppi e 6 euro per i singoli. Di questi soldi, però, solo un euro per ogni biglietto staccato finisce al Parco, per un totale di 400 mila euro l'anno. Finisce poi per modo di dire. L'intera cifra serve infatti a pagare gli stipendi di circa 18 ex Lsu, lavoratori socialmente utili, eredità di una vecchia convenzione firmata con una società della Regione (ex Recam, oggi Astir) e con la benedizione della giunta Bassolino, accordo del quale l'attuale governatore della Campania Stefano Caldoro non sembra volersi fare carico. «All'inizio erano addirittura 180 gli Lsu. Vennero impiegati in servizi di avvistamento antincendio o per realizzare dei sentieri e devo dire che se la cavarono anche bene», spiega Leone. Il fatto è che gli ex Lsu, ridotti col tempo nel numero, costituiscono un problema sociale della cui soluzione il parco si fa carico da due anni. Ma avrebbe bisogno che la Regione finanziasse nuovi progetti nell'area protetta. Magari per ripristinare i 54 chilometri di sentieri che si sono dovuti chiudere proprio per mancanza di manutenzione e di soldi. O per continuare la lotta all'abusivismo, altro fronte su cui il parco è impegnato. «Solo quest'anno sono ben 41 le ordinanze di demolizione riguardanti abusi grandi e piccoli» spiega Rossella Barile, una delle due naturaliste del parco. La manovra che taglia i finanziamenti peggiora le cose. Anche perché la riduzione dei fondi non è certo cominciata quest'anno. «Nel 2007 il parco riceveva dallo Stato 2.128.020 euro - fa i conti Luigi Carbone, il responsabile dell'ufficio contabile - che sono diventati 1.913.963 nel 2008 e 1.553.119 nel 2009. Per l'anno in corso è previsto un finanziamento di 1.397.807 euro, ma la conferma l'avremo solo a ottobre. Se ci tagliano del 50 per cento vuol dire che il prossimo anno potremo contare su appena 698 mila euro. Non ci paghiamo neanche gli stipendi». «Se alla fine l'unica cosa che fai è pagare i tuoi dipendenti, è chiaro che diventi un ente inutile - prosegue Rossella Barile - Se non puoi essere presente sul territorio con il lavoro che fai, sei meno visibile e quindi più debole e isolato mentre la visibilità per un ente chi si occupa di ambiente è fondamentale, perché devi far capire al cittadino cosa significa vivere in un'ara protetta. Altrimenti per tutti diventi solo quello che mette i divieti». E sarebbe la fine.
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Se potessi, ammazzerei senza esitare tutti coloro che approfittano di questa situazione. 23-09-2010 17:15 - luca
informati..... e leggi tra le righe
http://www.ilmediano.it/aspx/visArticolo.aspx?id=1284 19-08-2010 15:28 - salvo
l'ente parco è stato connivente, Leone si magna uno stipendio da supermanager per non fare nulla, lui è stato uno dei complici all'inizio della farsa con Prodi e bassolino.
I nazisti di bertolaso poi hanno fatto accordi con i casalesi (che poi si sono beccati provincia e regione nelle amministrative) e la cricca per la gestione delle risorse.
Ora siamo sommersi, il vesuvio trabocca monnezza ed essendo un vulcano attivo non potrà mai vedere una messa in sicurezza delle discariche esistenti.
Si tratta di un genocidio in piena regola, di un vilipendio al cadavere di una delle sette meraviglie del mondo. 17-08-2010 21:49 - salvo