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FUORIPAGINA
30/08/2010
  •   |   Claudio Malagoli*
    Il gene del profitto che va modificato

    Il nostro paese con il 7% circa della superficie agricola utilizzata (12,7 milioni di ettari), produce il 13% circa del fatturato agricolo dell'Ue (50.000 milioni di euro), segno inequivocabile di una produzione ad alto valore aggiunto, decisamente apprezzata dal consumatore. Da un punto di vista economico e sociale si tratta di un grande patrimonio da tutelare, in quanto la produzione agricola per il mercato rappresenta solo una parte dei reali benefici che il settore agricolo apporta alla collettività. Non dobbiamo dimenticare che nel nostro paese il ruolo dell'agricoltura è di fondamentale importanza per il presidio e la manutenzione del territorio, per la conservazione dell'assetto idrogeologico, per la conservazione e la tutela del paesaggio, per la conservazione della biodiversità, per la creazione di spazi ad uso ricreazionale, ecc. Pertanto è riduttivo vedere l'agricoltura solo dal lato produttivo per il mercato, occorre vederla e tutelarla per le esternalità positive che essa fornisce.

     
    Ecco allora che la nostra società ha bisogno della presenza dell'agricoltura e dell'agricoltore sul territorio e dovrà adottare politiche in grado di proteggere il suo reddito, al fine di consentire la permanenza di questa attività anche in aree marginali, che non possono certo competere sul mercato globale sulla base dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita. È in questo contesto che si inseriscono le problematiche relative agli organismi geneticamente modificati. Purtroppo qualcuno crede ancora che lo sviluppo di una società dipenda dal prodotto interno lordo, per cui se gli ogm sono un modo per incrementare il Pil devono essere accettati e chi esprime pareri contrari, o quantomeno scettici, è ipocrita o falso. Se questo ragionamento fosse vero, perché essere contrari agli ormoni utilizzati nell'allevamento bovino, o agli animali transgenici, o agli animali clonati, o agli animali transgenici clonati?
    Secondo queste persone qual'è l'obiettivo degli ogm? Facile: produrre cibo a basso costo per esportare e per fare profitto. È pura utopia pensare che il nostro paese possa essere competitivo sul mercato internazionale con gli stessi prodotti! L'Italia, con aziende agricole della superficie media di 5-6 ettari (contro i 220 ettari degli Usa), con i suoi costi burocratici, con la sue limitazioni nell'uso di antiparassitari e di concimi («legge nitrati» ), con il suo sistema sociale, come potrà competere con gli stessi prodotti con gli Usa, con la Cina o con l'Argentina? Sarebbe come se la Ferrari volesse competere con la Fiat nella produzione delle Panda, sarebbe come se Valentino volesse competere con l'India nella produzione delle magliette di cotone!


    Occorre poi considerare che sul mercato internazionale vige ancora il baratto per cui se noi esportiamo qualcosa, poi dobbiamo importare come pagamento qualcos'altro. Ecco allora che le cose cambiano, in quanto l'invasione dei pomodori dalla Cina o delle carni dai paesi dell'Est (spesso esportati con politiche di dumping) probabilmente non è legato allo sviluppo tecnologico, ma è il risultato di accordi commerciali mediante i quali noi esportiamo prodotti industriali/tecnologici e loro ci pagano con quello che hanno, prodotti agricoli. Ecco allora che in questo modo si rischia di mettere in discussione anche la sovranità alimentare del nostro Paese. Mai come in questi ultimi anni abbiamo vissuto una così forte crisi del settore agricolo, con prezzi di mercato dei cereali e dei prodotti zootecnici che hanno raggiunto livelli da non coprire il costo di produzione. In questa situazione, purtroppo, molte aziende agricole di aree marginali (di collina e di montagna) hanno abbandonato l'attività produttiva (nel 2000 erano presenti secondo l'Istat 2,5 milioni di aziende agricole, che oggi ammontano a circa 1,7 milioni) e altre aziende agricole hanno «seminato» campi fotovoltaici e/o eolici. Non dimentichiamo poi che la concorrenza del mercato globalizzato, basata sull'importazione di alimenti di qualità discutibile a bassi prezzi, potrebbe essere la causa indiretta di comportamenti illeciti sul mercato del lavoro. Imprenditori senza scrupoli, pur di mantenere un certo livello di redditività, ricorrono a manodopera illegale, non applicano le tutele sindacali eccetera.


    Gli ogm sono in grado di rafforzare la nostra agricoltura e il reddito dell'agricoltore? Purtroppo la risposta è negativa, in quanto, con ogni probabilità: se è vero che determineranno un abbassamento dei costi di produzione (cosa tutta da verificare fin tanto che ci sarà separazione di filiera, ovvero l'etichettatura per alimenti ogm e non ogm), è altrettanto vero che favoriranno un abbassamento dei prezzi di mercato dei prodotti agricoli, impedendo così un aumento dei profitti e determinando una perdita di reddito reale per l'agricoltore; brevetto e sviluppo di sementi apomittiche (che producono vegetali geneticamente identici) causeranno la perdita di imprenditorialità per l'agricoltore, che diventerà un prestatore di manodopera per conto di chi detiene il brevetto, in quanto le produzioni saranno attuate sulla base di un «contratto di coltivazione»; faciliteranno l'operazione di delocalizzazione delle coltivazioni agricole, che saranno trasferite nei paesi caratterizzati da un minor costo dei fattori produttivi; determineranno l'abbandono dei territori marginali, che non hanno le potenzialità produttive necessarie a far produrre queste piante (terreno, acqua di irrigazione, clima, ecc.) e non saranno in grado di competere sulla base dei bassi costi di produzione; attraverso strategie di appropriazionismo e di sostituzionismo attuate dall'industria sementiera determineranno una minor utilizzazione, e conseguentemente un minor reddito, dei fattori produttivi solitamente apportati direttamente dall'agricoltore (manodopera soprattutto); aumenteranno la dipendenza del nostro paese nei confronti delle forniture di sementi provenienti dall'estero; determineranno un danno di immagine per l'agro-alimentare nazionale, da tutti conosciuto e copiato per le sue produzioni di eccellenza.


    In definitiva, le problematiche relative all'introduzione degli ogm sono notevoli e di portata tale da non giustificare una decisione affrettata. Come per altre innovazioni tecnologiche, se da un lato il tipo di sviluppo attuato in agricoltura in questi ultimi anni, improntato soprattutto all'esasperata ricerca del profitto, ha consentito di massimizzare la produttività dei fattori della produzione, dall'altro non è sempre stato in grado di garantire sia un'equa ripartizione delle produzioni tra le diverse aree del pianeta, sia modalità di produzione compatibili con l'esigenza di salvaguardare l'ambiente e lo sviluppo sostenibile del territorio rurale. A questo proposito si auspica che gli ogm, così come gran parte delle innovazioni tecnologiche introdotte in agricoltura in questo secolo, non siano viste come un ulteriore strumento «necessario» per incrementare la produttività del lavoro, a scapito, ancora una volta, dell'ambiente. Se si parte dal presupposto che occorra incrementare il reddito da lavoro in agricoltura, mantenendo inalterato il salario e abbassando il prezzo di vendita dei prodotti agricolo-alimentari, affinché con motivazioni di tipo ricardiano il consumatore incrementi il suo reddito reale e possa così destinare la parte eccedente ad altri consumi non primari, l'«individuo biotecnologico» diventa strumento fondamentale per attuare tale strategia. 


    Discorso a parte è quello relativo alla ricerca sugli ogm che, se fatta con le dovute cautele, deve andare avanti. Occorre però considerare che lo sviluppo tecnologico, che non attiene certo al campo della ricerca scientifica, non è neutro e deve sottostare a giudizi economici, politici ed etici. In particolare, prima di una loro introduzione è necessario rispondere ad alcune domande: 1) per quale motivo il nostro Paese, che vanta produzioni alimentari copiate in tutto il mondo (agropirateria), dovrebbe aprire al transgenico se il consumatore non lo vuole? 2) esiste sul mercato un'impresa che vuole iniziare a produrre un bene che il 75% degli acquirenti ha detto di non voler comprare? 3) perché la nostra agricoltura dovrebbe abbandonare una strategia sicura, basata sulla qualità, sulla tracciabilità e sulla sicurezza alimentare, per far posto ad una produzione omologante, sempre meno richiesta dal mercato? 4) potrà competere il nostro paese sul mercato globale sulla base dei bassi costi di produzione e dei bassi prezzi di vendita o, più realisticamente, potrà competere sulla base di produzioni di eccellenza ad alto valore aggiunto? 5) è eticamente giusto ricercare un aumento del reddito reale attraverso un abbassamento del prezzo degli alimenti, mantenendo così inalterati i salari? 6) è eticamente giusto creare un mercato degli alimenti ritenuti di serie A (biologico, Dop, Igp ecc.) ed un altro ritenuto di serie B (ogm), col pericolo di creare una sorta di proletariato alimentare?


    *Università di Scienze Gastronomiche, Pollenzo/Bra (CN)


I COMMENTI:
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  • Il dato comprende solo il fatturato agricolo, non è comprensivo dell'industria agroalimentare. Quindi l'alto valore aggiunto è ottenuto senza gli OGM importati per scopi mangimistici.

    Personalmente non sono mai stato d'accordo sulla possibilità di importare OGM (per usi mangimistici o alimentari) e contemporaneamente vietarne la coltivazione. Prima o poi questa scelta si trasformerà in un "Cavallo di Troia" per i sostenitori degli OGM. La stessa cosa sta avvenendo con la possibilità di far decidere ad ogni Stato della UE di coltivare o meno OGM. Cosa accadrà quando per esempio la Romania o l'Ungheria decideranno di aprire al transgenico e noi importeremo mais e soia transgenica? Cosa faranno i nostri agricoltori? Sicuramente si creerà una sorta di "concorrenza sleale" e prima o poi questa diventerà un'arma per coloro che vogliono l'apertura del nostro Paese agli OGM! 21-09-2010 20:14 - Claudio Malagoli
  • Domanda al prof. Malagoli: lei sostiene che l'Italia, "con il 7% circa della superficie agricola utilizzata (12,7 milioni di ettari), produce il 13% circa del fatturato agricolo dell'Ue".
    Può dirci se in questo fatturato è comprende prodotti lavorati come il parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma e la pasta? Se così fosse, occorrerebbe puntualizzare che, secondo la banca dati della FAO, l'Italia importa, per fare queste cose, 4 Mt di soia e derivati (in gran parte transgenici), circa 1-2 Mt di mais, e 6-7 Mt di frumento ogni anno.
    Se il fatturato li comprende, questo significa che non è la il 7% di superficie che conta, ma la nostra capacità di trasformare materie prime agricole in buoni prodotti. Detto altrimenti, sappiamo fare bene certe cose, ma per farle abbiamo bisogno di prodotti agricoli importati, di cui una buona parte sono OGM. (Detto per inciso, pretendere quindi che l'Italia non abbia bisogno degli OGM è solo propaganda). 20-09-2010 23:54 - Piero Morandini
  • a woland,

    guarda che l'idea di un corso di laurea in Scienze Gastronomiche è stata copiata anche da altri Atenei (Parma, Lecce, ecc.). 02-09-2010 11:32 - Claudio Malagoli
  • Chiedo scusa, nell'ultima frase ho scritto promotori virotici invece di promotori inducibili.

    L'ultima frase corretta diventa:
    "oppure piante OGM con promotori inducubili e non costitutivi (limiterebbe il problema delle resistenze dei patogeni). 01-09-2010 10:57 - Claudio Malagoli
  • l'esisitenza stessa di una università di scienze gastronomiche la dice lunga sul livello di paranoia che abbiamo raggiunto. gforse è ora che il padreterno stacchi la spina e cominci a far piovere 40 giorni e 40 notti. concordo pienamente con isabel. 01-09-2010 09:39 - woland
  • a Nannipieri,
    parliamone. Cominciamo col dire che a 30 anni di distanza dalla prima pianta OGM la tecnologia transgenica che ci vogliono far applicare è vecchia e non mantiene le promesse. Oggigiorno sono disponibili tecnologie transgeniche in grado di produrre piante che non hanno gli inconvenienti delle attuali. Per esempio sarebbe possibile "creare" piante OGM senza marcatori antibiotici, oppure piante OGM dove il transgene è contenuto nei cloroplasti (non originerebbe inquinamento genetico, coesistenza assicurata o quasi con altre coltivazioni), oppure piante OGM con promotori virotici e non costitutivi (limiterebbe il problema delle resistenze dei patogeni). 01-09-2010 08:05 - Claudio Malagoli
  • Benissimo. Allora continuiamo a parlarne e ad approfondire, senza posizioni preconcette. Sul territorio, nel mio partito, cercherò di promuovere incontri con esperti per sentire pareri diversi. Non è difficile trovare scienziati e professionisti dei controlli alimentari che hanno posizioni di apertura, sulla cui indipendenza non ho motivo di dubitare più di quella di altri di parere opposto. L'assenza di etichette chiare ovviamente non mi sta bene, ed è bene che ci sia una coscienza critica forte, ma le posizioni di chiusura totale, espresse anche qui da qualcuno, per quanto legittime, non intendo accettarle più senza discussione, o peggio per ragioni di schieramento. 01-09-2010 01:33 - Antonio Nannipieri
  • a Isabel,

    se il livello del mio intervento non ti è piaciuto penso che questo sia il luogo giusto per parlarne. Nella questione OGM le certezze non esistono! 31-08-2010 19:39 - Claudio Malagoli
  • a Iacovoni,

    cercherò di essere più preciso. Hanno modificato il cibo facendoci intendere che era necessario per abbassare i costi di produzione. Purtroppo, però, le promesse non le hanno mantenute, in quanto con le piante OGM RR (resistenti ad un diserbante) il problema delle erbe infestanti rimane.

    http://www.nature.com/news/2010/100806/full/news.2010.393.html

    Stessa cosa dicasi per le piante OGM BT (resistenti agli insetti), poichè gli insetti maturano una resistenza genetica all'insetticida autoprodotto dalla pianta e, in secondo luogo, diventano fitofagi altri insetti che prima non davano problemi.

    http://www.molecularlab.it/news/view.asp?n=5815 31-08-2010 14:37 - Claudio Malagoli
  • a Nannipieri,

    certo che bisogna discuterne. Pensa che se fosse per loro, ovvero quelli favorevoli, avremmo dovuto mangiarceli senza saperlo, ovvero senza etichettatura così come avviene negli USA. 31-08-2010 14:16 - Claudio Malagoli
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