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Francesco Paternò
Cina, la fuga del superbanchiere
Il governatore della banca centrale cinese Zhou Xiaochuan è sempre in riunione. Comprensibile, sedendo su riserve di circa duemila miliardi di dollari. Zhou era in riunione anche ieri e l'altroieri, quando il resto del mondo lo dava per fuggito dal paese, a causa di un buco di 430 miliardi di dollari che avrebbe aperto nel conto (non suo), a causa di investimenti sbagliati negli Stati Uniti. «Dicono che il governatore sia fuggito, ma invece ha appena presieduto una riunione», ha smentito il suo vice, Hu Xiaolian, parlando con il megafono della finanza planetaria, il Wall Street Journal. Non avrebbe fatto meglio a dare una voce al capo e tirarlo fuori per un attimo dalla riunione?
Dire che è un giallo cinese potrebbe suonare come il solito razzismo occidentale, ma certo che la vicenda del governatore fuggito-non-fuggito è molto più di una non notizia e molto meno di una non smentita. «Non capita spesso che i banchieri centrali spariscano», commenta Alphaville sul Financial Times, la perfidia inglese non si ferma davanti a nulla. Nemmeno davanti al fatto che il 28 agosto la seria agenzia di Honk Kong Ming Pao mette in fila le voci che circolano in Cina: il governo starebbe per punire i responsabili (Zhou compreso) di una colossale perdita della People's Bank oh China, 430 miliardi di dollari bruciati nelle obbligazioni Fannie Mae e Freddy Mac (specialisti di mutui e di quasi bancarotta) del Tesoro americano. Ce ne è abbastanza, se fosse vero, per sparire a mille all'ora dalla faccia della Cina e possibilmente della terra. Tanto più che alla base delle voci ci sono delle verità: la banca centrale cinese è il più grande compratore al mondo di debito statunitense e colleziona montagne di buoni del Tesoro. Non per caso, a Washington Zhou è considerato un vero tesoro.
Il 30 agosto, Ming Pao smentisce sul suo sito web di aver scritto certe falsità e anzi accusa altri di aver costruito la notizia usando la sua «testata» (il popolo di Internet ci perdoni). Ora, la rete è piena di truffatori e tutto può succedere. Ma per non sbagliarsi, la censura di Pechino rende inaccessibile il nome di Zhou sui motori di ricerca (Google.cn si è ormai abituata). A tingere di thriller la vicenda ci pensa Stratfor, un sito sospetto basato in Texas il cui motto anti-giornali è «Tomorrow's intelligence, not yesterday's news». Stratfor dice prima che la vicenda sarebbe vera, poi (riporta Alphaville su Ft) «Zhou is in no trouble at the moment». Il problema è il tempo di questo «moment», anche se l'impressione è che alla fine autorità cinesi e non cinesi potrebbero dare la colpa alla solita Internet. Vecchia storia, viva Mao quando insegna a sedersi lì sul greto del fiume e aspettare pazienti.
Zhou, nel frattempo, è sempre in riunione. Sul sito della banca centrale cinese, www.pbc.gov.cn, sarebbe stata messa l'altro giorno una fotografia del governatore mentre riceve il nostro ex ministro delle finanze Tommaso Padoa Schioppa. Il ministro più famoso del governo Prodi per quel «mandiamo fuori di casa i bamboccioni». Il sessantaduenne Zhou, età doppia dei bamboccioni italiani, non era comunque fuori di casa.
In attesa che Zhou si affacci da qualche uscio anche solo per un secondo, si può dire che la sua poltrona al vertice della banca centrale è la più longeva dell'ultimo ventennio. E' in carica dal 2002, mentre i suoi cinque precedessori dal 1982 non sono mai durati tutto questo tempo. Nella ricostruzione di carriera finanziar-politica di Zhou, giornali di carta hanno notato come Zhou sia vicino alla cosiddetta «banda di Shangai», legata nel partito all'ex presidente Jiang Zemin e a una serie di scandali finanziari che nella lotta di potere hanno giovato a Hu Jintao e Wen Jiabao. Ma volendo restare fuori dal palazzo, il caso del governatore potebbe segnalare comunque una nuova battaglia per la successione in banca con altri mezzi. Sempre che Zhou non sia ancora in riunione.
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