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Francesco Piccioni
La Fiom non cede
«Melfi non è un caso. Lì c'era uno sciopero per il fatto che nel turno di giorno si andava in cassa integrazione e al turno di notte si chiedevano gli straordinari. Si rispondeva "vuoi fare più macchine? Bene, ma metti più gente sulle linee". Si scioperava per far rispettare un accordo siglato con l'azienda e che l'azienda aveva deciso di non rispettare. Il messaggio che la Fiat ha voluto mandare a tutti è chiaro: non ci devono essere più i delegati, a far quel lavoro si rischia il licenziamento».
La relazione di apertura del Comitato centrale della Fiom Cgil, letta ieri mattina a Roma dal segretario Maurizio Landini, ha questo passaggio chiave per esemplificare cosa significa la disdetta del contratto nazionale decisa da Federmeccanica: il sindacato non è più tollerato in fabbrica. Almeno se si intende per sindacato quella libera associazione che cerca di rappresentare al meglio gli interessi dei lavoratori. Per gli altri - i «complici» che firmano qualsiasi cosa, benedetti da Sacconi e Confindustria - ci sarà sempre un posto come ausiliari dell'ufficio personale o nel «welfare aziendale».
La partita è definita con disarmante semplicità: «Con la disdetta e il modello Pomigliano non è che puntano a far sparire la Fiom, ma vogliono cancellare il diritto stesso del lavoratore a contrattare le proprie condizioni di lavoro. Cancellare il sindacato in quanto tale». Sono i tempi ad essere cambiati. «Lo scenario degli ultimi due mesi è profondamente cambiato: non c'è stata solo la mossa Fiat, ma un'accelerazione di tutto il quadro». Quello dei meccanici, in Italia, è un destino particolare: sempre baricentro del conflitto sindacale, sia quando c'è da conquistare diritti che quando si tratta di difenderli, «perché qui c'è l'azienda più determinante nell'industria italiana»
Non c'è in campo un'alternativa alla mobilitazione: «Bisogna poter mettere in campo tutta la forza disponibile per poter tornare a contrattare». Meglio sarebbe se tutta la Cgil cogliesse la portata dello scontro e decidesse «le forme più opportune di mobilitazione generale di tutti i lavoratori e i pensionati del paese». Insomma, lo «sciopero generale», che verrà proposto nel direttivo Cgil, la prossima settimana.
Per la prima volta da molti anni l'area «epifaniana» dentro la Fiom (una minoranza forte del 27% al congresso) si è smarcata rispetto alla linea contrattuale della categoria. Fausto Durante, ex membro della segreteria e non rientrato nella nuova per sua scelta, ha proposto invece di «azzerare il percorso seguito fin qui per creare le condizioni di un nuovo contratto nazionale». Ma «non si può partire dal quello del 2009 (siglato da Cisl e Uil, non dalla Fiom, ndr) anche perché contiene la derogabilità». Una «mossa del cavallo», secondo i proponenti, per mettere fine al «muro contro muro». Con molti problemi di praticabilità, visto che Federmeccanica, Confindustria, governo, Cisl, Uil, Fismic e Ugl (il sindacato vicino a Fini) dicono che «un contratto c'è già, è la Fiom a doverlo digerire». Alla fine la minoranza perde pezzi; 92 voti alla relazione di Landini, solo 26 (il 20% circa) agli altri.
La Fiom ha così proclamato 4 ore di sciopero per territori, in tutto il periodo che va da qui al 16 ottobre, giorno della manifestazione nazionale che probabilmente diventerà la scadenza di tutta l'opposizione al governo e a Confindustria, «senza se e senza ma». Ieri nel torinese sono partiti scioperi spontanei nell'indotto Fiat (Itca e Lear di Grugliasco, Agrati e Coord4, decine di piccoli stabilimenti) a dimostrazione che il clima non è affatto di resa.
Il giudizio sulla scelta padronale resta «grave e irresponsabile» (non solo un «errore», insomma, come si ripete in area Pd). Ma il punto centrale, su cui viene chiesto a tutti di esprimersi è questo: «Si vuole che chi lavora abbia un contratto nazionale oppure no?».
Che fa coppia con il nodo rappresentatività. «Una legge democratica sulla rappresentanza sindacale che misuri con chiarezza quella che è la rappresentatività dei sindacati - quanti voti hanno, quanti iscritti hanno - e soprattutto che sancisca che gli accordi, per essere validi, debbono essere sottoposti al voto dei diretti interessati, credo sia non più rinviabile. È un diritto che va riconosciuto ai lavoratori, perché solo con la democrazia è ricostruibile un percorso unitario del sindacato. Altrimenti, sono le imprese che decidono con chi "trattare", scegliendo di volta in volta quali sono i sindacati che a loro convengono di più». Anche per questo, a Fim e Uilm viene chiesta, nel documento conclusivo, «la verifica del mandato sulle deroghe al contratto». Mica è possibile che gli unici «referendum» accettabili siano quelli fatti sotto «ricatto». Come a Pomigliano.
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Per spiegare la decisione di rescindere il contratto nazionale siglato dalla triplice (cgil, cisl, uil) nel 1998, Pierluigi Ceccardi – presidente di Federmeccanica – ha detto che la disdetta è avvenuta: «a fronte delle minacciate azioni giudiziarie della Fiom Cgil relative all'applicazione di tale accordo». Ha detto anche che la disdetta è stata comunicata «in via meramente tecnica e cautelativa allo scopo di garantire la migliore tutela delle aziende».
Cioè?
Se io comunico la disdetta del contratto nazionale (ora per allora) riconosco implicitamente la sussistenza di quell'accordo e non ne tocco in alcun modo la validità nel lasso di tempo che intercorre fino alla sua scadenza (31.12.2011).
Quindi, che c'entra la disdetta "tecnica e cautelativa" con "le minacciate azioni giudiziarie della Fiom Cgil?".
Apparentemente nulla.
La Fiom non deve fare lo stesso errore. Deve farsi capire. E per farsi capire deve effettuare scelte serie, cioè motivate da problematiche concrete (ad esempio cig nel turno di giorno a fronte di straordinari nel turno di notte) e non ideologiche, scelte condivise (prima ancora che comunicate) con i lavoratori, scelte che dicano con chiarezza: siamo in fabbrica, viviamo i problemi della fabbrica, rileviamo e denunciamo i malfunzionamenti, evidenziamo le contraddizioni, ci assumiamo in questo modo (e solo in questo modo) la nostra parte di responsabilità nell'andamento produttivo aziendale. Non lo facciamo, invece, firmando accordi come quello di Pomigliano. 10-09-2010 14:22 - Mr Dedalus
Sarà dovuto all'inconsistenza del Ministro del non lavoro, preoccupato forse per mantenersi all'ombra del ducetto di Arcore e nell'amicizia della Presidentessa di Confindustria?
Sarà dovuta al silenzio in cui la sinistra si è rifugiata dopo la débacle elettorale? Sarà perche buona parte della sinistra storica, grazie al "porcellum" non è presente in Parlamento? Sarà perchè i lavoratori di ogni categoria sono costretti ad elemosinare il diritto di vivere e nessuno dà loro una mano? Sarà perchè il governo e i partiti che lo sostengono sono più interesssati a mantenere i voti degli evasori fiscali e degli esportatori di capitali e di fabbriche all'estero anziché badare ad aiutare chi ne ha bisogno? Perchè nessuno contesta al capo del governo che dice bugie quando afferma che la stragrande maggioranza degli italiani lo ha votato, mentre è una colossale bugia?
Il popolo delle libertà (Fini compreso) ha avuto nel 2008 solo il 27% dei voti rispetto al corpo elettorale. Significa che il 73% degli italiani non lo vboleva. Significherrà pure qualcosa, no? 09-09-2010 19:13 - calimero
Si stanno scontrando due grandi realtà.
La prima quella padronale che nonostante la loro lacerante crisi e la decatente società che propongono, alle masse,si arroga il diritto di attaccare.
Dall'altra invece, ci siamo noi.Senza un partito comunista.Senza un campo socialista che ci possa spalleggiare.Senza neanche le avanguardie armate che da anni hanno deposto le loro armi e si sono messi in pantofole a guardare dalla finestra.
Insomma la classe è sola.
Sola ma più forte che mai.
Una società dove sono stati proletarizzati tutti, compresi i piccoli artigiani e le piccole gestioni familiari di rivendite.
Il vinaio sotto casa è andato a lavorare da Panorama.
Il calzolaio ha chiuso e oggi pulisce i giardini e le rampe di scale ai ricchi che hanno le case belle.
Persino il maestro di mia nipote è andato a lavorare,stanco di aspettare una cattedra che non arriva mai.
Siamo una forza immensa e appena prenderemo coscienza di essere grandi, spazzeremo via tutti.
Ma quel giorno, se qualcuno si è messo in testa di aspettare che ci muoviamo, per pòi mettere il suo "cappello" sulla rivoluzione,questa volta ha toppato.
Non abbiamo bisogno di generali.Domani solo posti da soldato semplice. 09-09-2010 18:07 - mariani maurizio
Ho idea che, Vendola o non Vendola, non sarà facile mettere insieme il diavolo ( i lavoratori FIOM, anch'essi elettori) con l'acqua santa (Fassino, Ichino, damiano, ...).
A meno di un altro bel programmone di 280 pagine, buono solo per essere riciclato. 09-09-2010 14:30 - pieroeffe