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Loris Campetti
Trent'anni e 35 giorni
Trent'anni fa le decine di porte d'accesso allo stabilimento di Mirafiori - il gigante dell'auto in cui lavoravano 50 mila persone - erano presidiati giorno e notte dagli operai che avevano scelto il blocco della produzione a oltranza. 35 giorni sarebbe durata quella lotta, figlia della disperazione di chi sente di essere a una svolta generale, percepisce di giocare «l'ultima partita» di un torneo iniziato nel biennio '68-'69 in un clima e con rapporti di forza rovesciati. Quella battaglia fu persa dai lavoratori che avevano speso tutte le loro energie ai cancelli. Dalla firma di un accordo scritto direttamente dall'«uomo nero» della Fiat, Cesare Romiti, su mandato del segretario della Cgil Luciano Lama - accordo che Pierre Carniti, allora segretario della Cisl, chiede di scrivere tra virgolette - prese il via la controrivoluzione padronale: redistribuzione al contrario della ricchezza, dai poveri verso i ricchi, concentrazione di tutto il potere nelle mani dell'impresa. La marcia dei cosiddetti 40 mila capi (Luigi Arisio, arruolato da Carlo Callieri, ammise in seguito che non erano più di 20 mila. Comunque troppi, una marea) fece dire ai gruppi dirigenti sindacali che la partita era chiusa e bisognava bere fino in fondo l'amaro calice. Ma la sconfitta non venne mai chiamata per nome, e questo moltiplicò la frustrazione dei militanti dei 35 giorni, il popolo dei cancelli. Trent'anni dopo si può fare qualche valutazione, e la tentiamo con chi firmò quell'«accordo» contestato in assemblee tumultuose a Mirafiori, tra fischi, strattoni e ombrellate. Si aprì la strada a 24 mila espulsioni dalle fabbriche.
Carniti, c'è qualche similitudine tra la situazione dell'autunno '80 e quella attuale, che vede l'ultimo assalto ai residui diritti sindacali, un'altra volta da parte della Fiat?
Certamente sì. I problemi strutturali dell'azienda torinese erano analoghi a quelli di oggi: un eccesso di capacità produttiva non utilizzata rispetto a una caduta della domanda e, al tempo stesso, un sottodimensionamento della Fiat in rapporto alla concorrenza internazionale. Oggi come allora l'azionista privato, la famiglia Agnelli, aveva deciso di non mettere un soldo nell'auto e i ricavi degli anni precedenti li aveva dirottati sulla speculazione finanziaria. Anche allora c'era una scarsità di nuovi modelli. L'altra similitudine è che, così come ieri Romiti se la prendeva con gli operai e il conflitto sindacale, oggi Marchionne se la prende con la Fiom. Le cause dello stato precomatoso dell'azienda andavano e vanno ricercate altrove.
Torniamo all'80, e alla sconfitta ai cancelli. Vuoi tentare un bilancio di quell'esperienza?
In gioco c'erano le cose che dici tu, la percezione di un attacco inedito al potere in fabbrica. E in Italia, si sa, la Fiat fa sempre scuola. Dunque, c'era la crisi della quantità e della qualità della produzione, i piazzali erano pieni di macchine invendute e le modalità con cui l'azienda decise di affrontare la situazione determinò una reazione uguale e contraria. Fu scelto il blocco a oltranza della produzione, una forma di lotta che non avrebbe aiutato un risultato positivo: gli scioperi a oltranza, salvo casi eccezionali, portano alla sconfitta. L'unico risultato che ragionevolmente avremmo potuto ottenere era la cassa integrazione a rotazione per evitare quelle liste di proscrizione che poi arrivarono. È più facile da dire che da fare, me ne rendo conto, con un'azienda portata al disastro dalla proprietà e dai dirigenti e un'esasperazione comprensibile dei lavoratori. Ma quella forma di lotta, alla lunga portò divisioni tra operai e impiegati e tra gli stessi operai. Chi partecipò alla marcia dei 40 mila pagò successivamente quella scelta antioperaia e gli impiegati fecero la stessa fine degli operai. Fuori dalla fabbrica.
Una volta dicesti al manifesto che tu non avresti voluto firmare un testo d'accordo, scritto da Romiti, lo stesso giorno della marcia.
Con grande difficoltà, alla fine lo firmai per solidarietà con Lama. Eravamo all'hotel Bristol, il povero segretario della Cgil era tempestato di telefonate dal gruppo dirigente del Pci che era andato in confusione e temeva effetti negativi sul terreno elettorale. Sicuramente Chiaromonte, poi Berlinguer e credo anche Fassino misero Lama alle corde. Che mi disse: «Non ho alcun margine di manovra». Io ripetevo che avremmo dovuto aspettare 3-4 giorni, facendo passare l'impatto simbolico della marcia dei capi e discutendo e trattando il testo. Alla fine accettai, perché quando si perde si perde insieme.
Insieme a Lama e Benvenuto; e insieme agli operai? Le assemblee furono contestate dai lavoratori e voi tre vi beccaste qualcosa di più dei fischi.
Io ero all'assemblea delle meccaniche, il casino scoppiò alla fine quando i militanti che avevano sostenuto la lotta ed erano sotto il palco chiesero che quelli in fondo, impiegati e capi, non avessero diritto al voto perché non avevano partecipato alla protesta. Non era una posizione plausibile. Poi ci fu un voto nettamente maggioritario a favore del sedicente accordo, ma anche questo dato fu contestato. Io uscii tra le urla e qualche strattone e fuori dai cancelli, sulle rotaie del tram c'erano gruppi esterni di contestatori, c'erano pezzi di porfido... Fui salvato da due uomini robusti, il dirigente del Pci Giuliano Ferrara e un capo operaio di Mirafiori, Sabbatini.
Ricordo quella giornata terribile. Io ero all'assemblea di un altro settore dove le contestazioni toccarono a Giorgio Benvenuto. Furono due giornalisti a metterlo in salvo, chi scrive e Salvatore Tropea di Repubblica. Non ricordo però parole di fuoco, né che chiamasti squadristi i contestatori.
Certo che no, quegli operai erano esasperati, altro che squadristi. Operai che vedevano la fine al termine della cassa a zero ore. Non condividere certe forme di lotta non può far venir meno la solidarietà con la tua gente che le ha condotte. Ero ragazzino quando, nel pieno di una divisione nel movimento bracciantile, assistetti a un comizio di Di Vittorio in Puglia. Salì sul palco e iniziò così: «Compagni abbiamo sbagliato».
Ti piacerebbe sentire i segretari dei sindacati firmatari del sedicente accordo di Pomigliano dire «Compagni abbiamo sbagliato»?
(Carniti si fa una grassa risata, ndr). A Pomigliano, l'ho già detto sul manifesto, sotto tiro è il contratto nazionale di lavoro e la Fiat fa da apripista per tutte le aziende che, una dopo l'altra, cominceranno a piangere miseria: la concorrenza internazionale, il costo del lavoro... e chiederanno deroghe e riduzione dei diritti. Quello di Pomigliano, però, non è che l'atto conclusivo del processo di smantellamento del contratto nazionale messo in atto da questo governo, senza adeguate reazioni da parte dei sindacati e della politica. Hanno detassato gli aumenti aziendali per determinare anche tra i lavoratori una spinta a incentivare il contratto aziendale, trascurando il sistema di solidarietà garantito dal contratto nazionale; hanno detassato gli straordinari, misura demenziale in una fase recessiva; idem con le turnazioni particolari e il lavoro domenicale. Marchionne ha solo formalizzato la fine del contratto nazionale. Mi dicano i sindacati: cosa c'è dopo il contratto nazionale? Me lo spieghino, io non vedo nulla, nessun disegno strategico plausibile.CARO CARNITI, OGGI NON E' COME 30 ANNI FA...
Giorgio Santini*
Spiace immensamente, ma non possiamo far finta di niente: nell'intervista di Pierre Carniti apparsa sul manifesto ci sono molte, troppe note stonate. Non tanto sulla ricostruzione storica dei fatti di 30 anni fa, dei 35 giorni di lotta, della sua travagliata conclusione. Di sicuro invece quando individua una similitudine tra ieri e oggi e ancor più quando con molta approssimazione egli ripropone la tesi dello smantellamento del contratto nazionale e dei diritti dei lavoratori.
Sul rapporto tra i fatti di 30 anni fa e l'odierna vicenda Fiat è fin troppo facile rilevare che mentre allora il tema era la riduzione pesante dell'occupazione, oggi al contrario sono previsti un piano di investimenti di 20 miliardi e l'accordo di Pomigliano permetterà, dopo lunghi anni di cassa integrazione, agli oltre 5 mila lavoratori di rientrare al lavoro, con grande beneficio anche dell'indotto che occupa altri 10 mila lavoratori. Il sindacato non è stato sconfitto ma ha portato risultati concreti utili ai lavoratori e al territorio.
Sullo smantellamento del contratto nazionale le tesi di Carniti sono infondate. Dopo la riforma del 2009 tutti i contratti nel settore privato sono stati rinnovati con le nuove regole e con beneficio per i lavoratori. Salvo nel caso dei meccanici, si tratta di contratti firmati da tutte e tre le organizzazioni sindacali.
Le deroghe contrattuali e la detassazione dei salari aziendali sarebbero poi secondo Carniti, rispettivamente, apripista e killer dello smantellamento del contratto nazionale. Anche qui ci aiutano i fatti. La riforma della contrattazione è stata voluta e costruita nella loro autonomia dalle parti sociali. Quanto alle deroghe, Carniti ricorderà sicuramente che fin dal 1997 furono consigliate dal prof. Giugni come necessità imprescindibili per salvaguardare il contratto nazionale, rendendolo più elastico per fare fronte ai cambiamenti economici e sociali in atto. In questa chiave, in molti paesi europei, esse sono state introdotte. Con molti anni di ritardo si introducono anche in Italia, strettamente legate al ruolo specifico del contratto nazionale che è il centro regolatore delle eventuali deroghe. Quanto alla detassazione, come si fa a scambiare quello che è un beneficio per i lavoratori (tartassati dal fisco) e un incentivo agli accordi decentrati, come la distruzione della contrattazione collettiva? Ma sopra ogni cosa dispiace, nell'intervista, il linguaggio e l'accusa al sindacato di poca reattività di fronte alle «malefatte» di padroni e governo.
In conclusione Carniti chiede al sindacato quale sia la strategia. Rispondiamo con la forza delle azioni che abbiamo compiuto, la riforma della contrattazione, il rinnovo dei contratti, la tutela dei lavoratori nella crisi, i tanti accordi per gli investimenti e l'occupazione, nel Sud e per i giovani. Andremo avanti affrontando le cose nuove di questi tempi, forti di valori di sempre. Anche perché, come amava ricordare Carniti, non si può affrontare il futuro guardando nello specchietto retrovisore.
*segretario confederale Cisl
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da voi bonanniani non c'è che da aspettarsi che la legittimazione di ogni atto volto a immiserire le condizioni già indegne dei lavoratori, in nome di un equivoco concetto di responsabilità di fronte alla crisi. Con l'argomento della crisi vorreste far passare ogni dispositivo che possa rendere il lavoratore un robot senza diritti e dignità. E ci state riuscendo. L'introduzione dell'arbitrato, dello sciopero simbolico, della deresponsabilizzazione dell'azienda sugli infortuni sono solo alcuni dei ripugnanti provvedimenti partoriti dalla vostra "premura" per i salariati. Non parliamo poi della grande ambizione di Bonnanni, quella di far diventare i lavoratori salariati azionisti delle imprese in cui lavorano, così da controllarsi vicendevolmente nelle loro performance efficientiste, in nome di titoli che sono carta straccia visto l'indebitamento corrente e diffuso. Ma anche non seguendo le notizie sui giornali chiunque lavora dove voi avete la maggiorparte delle tessere sa. Sa e vede chi siete: il vostro clientelismo capillare, spesso di tipo letteralmente familista (i vostri parenti piazzati nei PUBBLICI UFFICI), la vostra sistematica indifferenza ai diritti dei lavoratori e la cultura del privilegio di cui siete i principali portatori, le vostre piccole malversazioni, il vostro monopolizzare gli straordinari ai vostri fidi scagnozzi (ovviamente pagandogliene solo un terzo, perchè glieli fate fare tutti i giorni), il vostro premere per prestazioni illecite per non assumere altro personale e così facendo fate risparmiare l'azienda complice e vi intascate i premi di produzione mentre gli operai danno il culo, le tecniche di mobbing che usate contro chi non si vuole piegare alla vostra "grande famiglia", il vostro piazzare nei ruoli più 'protetti' individui che si distinguono per acquiscienza e non per merito, il vostro favorire su criteri, a parità di iscritti, sessuali o materiali (l'avvenenza o l'affare che vi può proporre chi ha un doppio lavoro). Siete la quinta essenza del marciume di questo paese ma, certamente, la responsabilità è molta anche dei lavoratori che per un piatto di riso sono disposti anche a stendersi come zerbini invece di contestarvi quando alle assemblee venite ad imbonire e a raccontare l'accordo x che avete contratto con l'azienda per il loro bene. Ah, non dimentichiamo che spesso sedete nei consigli di amministrazione. Queste ed altre cose si sanno perchè le vedono tutti i giorni i lavoratori gestiti da voi e si potrebbero tranquillamente dimostrare davanti a un tribunale, se solo ci fosse la pressione sociale a voler cambiare le cose. E' grazie anche ai vostri sistemi d'altronde che il numero dei morti sul lavoro raggiunge picchi record. Ma quando la crisi si farà ancora più stringente e non avrete più margini per mantenere il vostro 'scientifico' sistema di clientelismo capillare che ha contribuito alla frammentazione massima dei lavoratori, rendendoli ricattabili quanto mai, forse vi accorgerete che non foste proprio lungimiranti. Aggiungiamogli il potenziale conflittuale che disoccupati e precari possono far esplodere in questo paese. Quante testimonianze per voi poco edificanti potrebbero uscire. 16-09-2010 19:48 - lpz