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Sandro Medici
Roma capitale, ma che squallore
Ma che squallore, che penosa pantomima si è consumata ieri mattina a Palazzo Chigi. Il decreto sui nuovi assetti della capitale è diventato un contentino che la Lega concede a quel che resta della vecchia An, grazie alla benevolenza di Bossi verso Alemanno in lacrime. E pensare che la riforma amministrativa di Roma era uno di quei passaggi istituzionali che si attendevano da decenni, per finalmente assegnare alla capitale del paese quel ruolo che le spetta per la sua funzione politica, oltreché per il suo prestigio storico e culturale. E invece tutto si è ridotto a una miserevole merce di scambio tra le varie bande di un governo morente.
Stasera in città suoneranno comunque le fanfare per festeggiare l'evento, insegne e vessilli verranno issati sui pubblici palazzi, una pioggia di pronunciamenti e dichiarazioni esultanti si abbatterà in ogni dove. Fino a lunedì 20 settembre, centoquarant'anni dopo le cannonate a Porta Pia, con la visita in Campidoglio del presidente della Repubblica Napolitano che sarà così testimone di un nuovo inizio della città eterna.
Ma è proprio così? No, non proprio, non ancora. Con l'approvazione del decreto si è semplicemente confermato quanto da sempre si ritiene necessario per lo svolgimento della funzione capitale. E cioè una maggiore autonomia decisionale e una più consistente dotazione di risorse: in sostanza, uno statuto speciale che svincoli Roma dai limiti amministrativi ordinari e le permetta di fronteggiare le sue tante incombenze. Come e quanto tutto ciò potrà realizzarsi verrà stabilito con un nuovo decreto in primavera: un testo che definirà i poteri e le deleghe che verranno sottratti alla Regione Lazio e gli stanziamenti che il bilancio statale dovrà stabilmente trasferire alla capitale.
Le parti più strutturali della riforma, che poi rappresentano la vera sostanza del cambiamento, vengono insomma rinviati a un ulteriore passaggio politico, sui cui esiti è difficile fare previsioni: non foss'altro perché l'attuale maggioranza non appare solidissima e la stessa legislatura traballa non poco.
Si definiscono tuttavia i nuovi assetti dell'amministrazione comunale. Il Consiglio comunale passerà da 60 a 48 componenti e si chiamerà Assemblea capitolina. La giunta potrà aumentare i suoi assessori da 12 a 15. I Municipi verranno ridotti dagli attuali 19 a non più di 15. Tutte misure che, ovviamente, si concretizzeranno in occasione delle prossime elezioni comunali.
Come si vede, non siamo di fronte a un evento politico travolgente. I suoi limiti e le ambiguità non ci sfuggono. Ma c'è e già agisce. A dispetto di una sinistra che per anni l'ha evocato e annunciato ma mai realizzato. Dalle battaglie di Antonio Cederna in poi, le condizioni per mettere mano a una riforma democratica che restituisse prestigio e autorevolezza a Roma ci sono state e anche per lungo tempo. E ora che a muoversi è la destra, non c'è la forza nemmeno per recriminare. E invece dovremmo farlo perché questo decreto prefigura un modello di governo angusto e arcigno, che non corrisponde alle reali esigenze della città e non riconosce i suoi sensibili cambiamenti.
Mentre Roma diventa sempre più una rete urbana che si disloca su un'area vasta, il decreto di Alemanno prevede un assetto che limita la sua azione al tessuto consolidato. La città non è più soltanto quella racchiusa nel suo perimetro ma è una costellazione di realtà sempre più consistenti che stabiliscono con essa un sistema di connessioni costanti. C'è un permanente scambio di relazioni sociali, economiche, culturali tra le aree centrali e i Comuni dell'hinterland che creano una densità urbana ormai strutturale. Le periferie non sono più soltanto quelle ai margini dell'ambito urbano ma si sono spostate ulteriormente, fino a saldarsi con i paesi della provincia: Guidonia, Pomezia, Ciampino sono ormai parte di Roma.
E a questo grande cambiamento morfologico e sociale dovrebbe corrispondere un modello di governo più ampio e più articolato. Sarebbe necessario imprimere una strategia di sviluppo urbano che già oggi dovrebbe misurarsi su una scala più vasta. Mentre, al contrario, ci si rintana sul colle del Campidoglio.
Insomma, da Roma capitale a Roma capitale metropolitana. Il decreto approvato oggi in Consiglio dei ministri nasce già morto
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Mentre Milano domani diventerà la capitale del nord Italia.
Ci stiamo separando come i vietnamiti o come i coreani.
Presto cominceremo anche a mettere un pò di filo spinato e qualche cannone.
Ci stanno riuscendo.
Come la Jugoslavia,anche l'Italia va verso la sua frammentazione.
Alemanno è riuscito a strappare questa ROMA CAPITALE solo a patto che alla Festa Milanese nasca anche una Milano capitale.
I ministeri se ne vanno al nord,questo è un bene.
Che si concentri tutto il potere a Milano per noi romani sarebbe una grande cosa.Sicuramente abbasserebbe il numero dei pregiuticati nella capitale.
Si decongestionerebbe la città di auto blu e di poliziotti con i mitra alle mani, che scorrazzano a sirene spiegate per la Capitale del sud.
Magari se ne andassero anche gli enti e le sedi del sottogoverno che all'EUR fanno da padroni occupando tutti gli immobili.Che se ne vadano anche tutte le persone al sequito del governo, che le 35 mila prostitute schedate, sono già un grosso numero per noi.Andate tutti a Milano e lasciate la città ai romani che ritornerebbero a popolare la loro città.
Ma portatevi anche Alemanno che tanto come sindaco non è che valga molto.
Con quella vocetta e quel fisico da damerino ci fa vergognare di essere romani.
Portatevi via tutto,anche la nomina di capitale.Tanto a noi romani non è mai piaciuto comandare.
A noi ci piuace di mangiare e bere e non ci piace di lavorare! 18-09-2010 17:00 - mariani maurizio