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FUORIPAGINA
18/09/2010
  •   |   Sandro Medici
    Roma capitale, ma che squallore

    Ma che squallore, che penosa pantomima si è consumata ieri mattina a Palazzo Chigi. Il decreto sui nuovi assetti della capitale è diventato un contentino che la Lega concede a quel che resta della vecchia An, grazie alla benevolenza di Bossi verso Alemanno in lacrime. E pensare che la riforma amministrativa di Roma era uno di quei passaggi istituzionali che si attendevano da decenni, per finalmente assegnare alla capitale del paese quel ruolo che le spetta per la sua funzione politica, oltreché per il suo prestigio storico e culturale. E invece tutto si è ridotto a una miserevole merce di scambio tra le varie bande di un governo morente.
    Stasera in città suoneranno comunque le fanfare per festeggiare l'evento, insegne e vessilli verranno issati sui pubblici palazzi, una pioggia di pronunciamenti e dichiarazioni esultanti si abbatterà in ogni dove. Fino a lunedì 20 settembre, centoquarant'anni dopo le cannonate a Porta Pia, con la visita in Campidoglio del presidente della Repubblica Napolitano che sarà così testimone di un nuovo inizio della città eterna.
    Ma è proprio così? No, non proprio, non ancora. Con l'approvazione del decreto si è semplicemente confermato quanto da sempre si ritiene necessario per lo svolgimento della funzione capitale. E cioè una maggiore autonomia decisionale e una più consistente dotazione di risorse: in sostanza, uno statuto speciale che svincoli Roma dai limiti amministrativi ordinari e le permetta di fronteggiare le sue tante incombenze. Come e quanto tutto ciò potrà realizzarsi verrà stabilito con un nuovo decreto in primavera: un testo che definirà i poteri e le deleghe che verranno sottratti alla Regione Lazio e gli stanziamenti che il bilancio statale dovrà stabilmente trasferire alla capitale.
    Le parti più strutturali della riforma, che poi rappresentano la vera sostanza del cambiamento, vengono insomma rinviati a un ulteriore passaggio politico, sui cui esiti è difficile fare previsioni: non foss'altro perché l'attuale maggioranza non appare solidissima e la stessa legislatura traballa non poco.
    Si definiscono tuttavia i nuovi assetti dell'amministrazione comunale. Il Consiglio comunale passerà da 60 a 48 componenti e si chiamerà Assemblea capitolina. La giunta potrà aumentare i suoi assessori da 12 a 15. I Municipi verranno ridotti dagli attuali 19 a non più di 15. Tutte misure che, ovviamente, si concretizzeranno in occasione delle prossime elezioni comunali.
    Come si vede, non siamo di fronte a un evento politico travolgente. I suoi limiti e le ambiguità non ci sfuggono. Ma c'è e già agisce. A dispetto di una sinistra che per anni l'ha evocato e annunciato ma mai realizzato. Dalle battaglie di Antonio Cederna in poi, le condizioni per mettere mano a una riforma democratica che restituisse prestigio e autorevolezza a Roma ci sono state e anche per lungo tempo. E ora che a muoversi è la destra, non c'è la forza nemmeno per recriminare. E invece dovremmo farlo perché questo decreto prefigura un modello di governo angusto e arcigno, che non corrisponde alle reali esigenze della città e non riconosce i suoi sensibili cambiamenti.
    Mentre Roma diventa sempre più una rete urbana che si disloca su un'area vasta, il decreto di Alemanno prevede un assetto che limita la sua azione al tessuto consolidato. La città non è più soltanto quella racchiusa nel suo perimetro ma è una costellazione di realtà sempre più consistenti che stabiliscono con essa un sistema di connessioni costanti. C'è un permanente scambio di relazioni sociali, economiche, culturali tra le aree centrali e i Comuni dell'hinterland che creano una densità urbana ormai strutturale. Le periferie non sono più soltanto quelle ai margini dell'ambito urbano ma si sono spostate ulteriormente, fino a saldarsi con i paesi della provincia: Guidonia, Pomezia, Ciampino sono ormai parte di Roma.
    E a questo grande cambiamento morfologico e sociale dovrebbe corrispondere un modello di governo più ampio e più articolato. Sarebbe necessario imprimere una strategia di sviluppo urbano che già oggi dovrebbe misurarsi su una scala più vasta. Mentre, al contrario, ci si rintana sul colle del Campidoglio.
    Insomma, da Roma capitale a Roma capitale metropolitana. Il decreto approvato oggi in Consiglio dei ministri nasce già morto


I COMMENTI:
  • Pomezia non è Roma, nemmeno nel senso di appartenanza ad un'area metropolitana o conurbazione o altra entità urbanistica che dir si voglia,ma questo è un problema di Pomezia , non di Roma. Se quanto leggo sarà tutto attuato deploro soprattutto la riduzione dei municipi, perché invece dovrebbero essere aumentati dando migliore organizzzione e continuita ad alcuni come il xix, il xx o il xii che sono in larga parta ancora terreno rurale (o cmq non urbanizzato). In secondo luogo, Roma soffre sempre del fatto che non è un centro vero di attrazione, detto papale papale a Roma non ci viene gente per le opportunità che offre (impiego pubblico e politica a parte). Il polo industriale a est o a sud della città è ormai fatto di industrie in crisi e in parte si trova cmq fuori dei confini del comune. Quindi chi viene a lavorare nella zona di Roma in realtà poi ne vive fuori, per via dei prezzi alti degli alloggi. Non è una città che costa come Parigi o Londra perché non è altrettanto attraente per una emigrazione con l'intento di stabilirvisi. Roma è una città di negozi e locali per intrattenimento-consumazione, che nascono ininterrottamente e sembrano i soli a prosperare. I problemi di Roma sono talemnete annosi che sembra inutile elencarli, e le gestioni di Veltroni e Alemanno la stanno affossando. Rimpiango el Pupone (non Totti, l'altro) e una città forse meno eclettica e cosmopolita con meno festival e case delle letterature e del cinema (che frequento assiduamente e per cui ringrazio naturalmente chi l'ha fatta realizzare) ma più più pulita e ordinata (ai parametri di Roma ovviamente). 20-09-2010 19:48 - Paolo
  • non cominciamo a mettere in giro falsita.storicamente la 'capitale'.....del sud italia è e resta 'napoli'.roma è e resta la capitale d'italia.milano è capitale economica.ma quante'capitali!!! 19-09-2010 03:47 - aldofilosa
  • La mia Roma! Mussolini ha demolito i vecchi Borghi, un quartiere popolare bellissimo.Adesso c' è via della Conciliazione, con buona pace di Piacentini, fredda e brutta. Io li ricordo i Borghi. Sono nata in Borgo nuovo, davanti alla Chiesa della traspontina. E ora nella mia Roma c' è un sindaco fascista. 19-09-2010 00:48 - Franca
  • Roma grazie alla Lega diventa la capitale del sud Italia.
    Mentre Milano domani diventerà la capitale del nord Italia.
    Ci stiamo separando come i vietnamiti o come i coreani.
    Presto cominceremo anche a mettere un pò di filo spinato e qualche cannone.
    Ci stanno riuscendo.
    Come la Jugoslavia,anche l'Italia va verso la sua frammentazione.
    Alemanno è riuscito a strappare questa ROMA CAPITALE solo a patto che alla Festa Milanese nasca anche una Milano capitale.
    I ministeri se ne vanno al nord,questo è un bene.
    Che si concentri tutto il potere a Milano per noi romani sarebbe una grande cosa.Sicuramente abbasserebbe il numero dei pregiuticati nella capitale.
    Si decongestionerebbe la città di auto blu e di poliziotti con i mitra alle mani, che scorrazzano a sirene spiegate per la Capitale del sud.
    Magari se ne andassero anche gli enti e le sedi del sottogoverno che all'EUR fanno da padroni occupando tutti gli immobili.Che se ne vadano anche tutte le persone al sequito del governo, che le 35 mila prostitute schedate, sono già un grosso numero per noi.Andate tutti a Milano e lasciate la città ai romani che ritornerebbero a popolare la loro città.
    Ma portatevi anche Alemanno che tanto come sindaco non è che valga molto.
    Con quella vocetta e quel fisico da damerino ci fa vergognare di essere romani.
    Portatevi via tutto,anche la nomina di capitale.Tanto a noi romani non è mai piaciuto comandare.
    A noi ci piuace di mangiare e bere e non ci piace di lavorare! 18-09-2010 17:00 - mariani maurizio
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