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Daniela Preziosi, INVIATA A ORVIETO
Il ruggito del Veltroni
Non vuole uscire dal partito, non vuole spaccarlo, non vuole - per ora - consegnare a Sergio Chiamparino il suo correntone un po' arlecchino. E allora cosa vuole l'ex segretario Pd Walter Veltroni? «Dare un contributo», ripete lui. Un altro contributo così e il Pd rischia di stramazzare.
Al primo appuntamento del neonato movimento minuscolo (perché con la minuscola è scritto sul documento fondativo) Veltroni frena su tutte le ipotesi intorno alla sua ultima insorgenza. In mattinata, prima di chiudersi nel seminario di Libertàeguale, avverte i giornalisti: «Ho una cosa da dire». Fiato sospeso. E invece: la compravendita di parlamentari da parte di Berlusconi «è inaccettabile», ci vuole un'iniziativa pubblica (una conferenza stampa aggiunge, che nessuno pensi a una piazza), «con il segretario del partito e attorno a lui tutti i leader del Pd». Questo per dimostrare che il Pd discute «ma è e sarà sempre unito».
Per la rivoluzione democratica, invece, l'appuntamento slitta. Nella sala dei Quattrocento, che per l'occasione sono la metà, la delusione è palpabile. Prima di Veltroni è Claudio Petruccioli, uno dei padroni di casa, a chiedere: «Un annuncio non bastò tre anni fa: non basterà neanche oggi. Vogliamo cambiare la segreteria? Ma come, e quando? Con colpi così non si conquistano punti e non si vincono match».
E dire che la location sarebbe stata perfetta, come sempre: il palazzo del Capitano del popolo, coraggiosamente arrampicato sulla rupe di tufo, assediato da campagne depresse. A Orvieto, luogo di infanzia, adolescenza, e ora vecchiaia, per il Pd. Da quel seminario ante litteram, autunno 2006, convocato da un Prodi al governo ma visionario sognatore di un partito verso il quale però, già ammetteva, «tutte le obiezioni contrarie hanno qualcosa di vero». Poi, gennaio 2008, sala traboccante per il neosegretario Veltroni che scandisce quel «correremo soli» che si abbatte sul governo dell'Unione asfaltandolo. L'autunno del 2010 è anche l'autunno del Pd, un partito dal brillante futuro dietro alle spalle. Stavolta gli amici dell'ex segretario sono meno, e pure loro tutti ex: ex Ppi, ex Margherita, ex prodiani: quelli che hanno firmato il documento «innovazione e riformismo». Accorrono in tre, uno per petalo. Paolo Gentiloni, che interviene. Beppe Fioroni, che passa all'ora di pranzo tanto per dire che ci sta, nel caso si facesse qualcosa: ha rotto con l'amico Marini, alla cui riunione non andrà («ci vado se discutiamo del popolarismo») e ha rotto con l'amico Franceschini, verso il quale distilla perfidie andreottiane («un ottimo capogruppo, un leader carismatico»). C'è anche Arturo Parisi, che ha «12 anni di polemiche arretrate» e per cominciare rimprovera Veltroni di non aver chiarito le cose con D'Alema nel 2007. Poi gli propone di fare qualcosa: una mozione di sfiducia contro Berlusconi. Per l'ex sindaco è «ragionevole», ma gira la richiesta al partito. Che risponde picche. Si farà solo per l'interim allo Sviluppo.
Quando tocca a lui, l'ex segretario sta in difesa: «Non c'è contraddizione fra discussione e unità». E Bersani la smetta di trasmettere «l'idea che non ci sia luce in fondo al tunnel». La luce c'è, lui la vede. E anche la proposta c'è, nonostante non sia di quelle che fanno vibrare i cuori: un nuovo patto fiscale («le partite Iva non sono i nostri nemici»), un nuovo patto per il lavoro («fra lavoratori e imprenditori c'è un'unità di destino»), un nuovo patto di solidarietà nelle comunità. Di qui quel suo guardare «dentro e fuori il Pd», frainteso dai soliti giornalisti che invece hanno parlato di «scissione».
La rotta di collisione con Bersani è soprattutto sulle alleanze: l'ultima cosa a cui pensare, la prima è «coltivare noi stessi, la nostra identità». Il consenso seguirà, come l'intendenza di Napoleone. Anche a Chiamparino, che interviene e si sporge verso le primarie («Nel partito c'è un patrimonio di energie ma va investito, sennò si esaurisce», sembra parlare di sé), Veltroni fa i complimenti, ma senza esagerare: «Il suo è un importante contributo, ce ne saranno altri».
E così il sindaco di Torino, che sperava in un'incoronazione, rimane isolato a chiedere di «sospendere» la norma che gli impedisce di presentarsi alle primarie. Si troverà qualcuno disposto a fare questa battaglia nel partito, nella direzione del 23, nell'assemblea nazionale dell'8 ottobre? I veltroniani, forse, per far passare il principio, spiega Stefano Ceccanti, «che la coincidenza tra leadership e premiership (voluta, ai tempi, da Veltroni, ndr) «ha senso solo se si è in grado di recuperare la vocazione maggioritaria». Altrimenti meglio un esterno. Della gita orvietana restano i segnali dell'attacco. Senza l'attacco. Perché per fare qualcosa, dice amaramente Emanuele Macaluso, «bisogna essere onesti con se stessi, fare una battaglia limpida e non una cordata». E «basta con i parlamentari che vengono, pisciano e se ne vanno».
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Per accelerare la fine del regime berlusconiano, vista la situazione del pd e di tutto quel che rimane della ex-sinistra, l´ unica strategia possibile e´ far convergere tutti i voti sul pdl, in modo da farlo esplodere dall´ interno nelle sue guerre per bande e comtemporaneamente eliminare il fantasma del centrosinistra la cui unica funzione - essenziale per il regime- e´ di inscenare la parodia di una competizione elettorale per legittimare la vittoria di berlusconi.
Si´, avete capito bene, un entrismo alla Togliatti anni ´30, entrare nelle organizzazioni del regime fascista per farne venire fuori le contraddizioni.
In fondo due terzi dei quadri migliori del PCI del dopoguerra son venuti da li´. 20-09-2010 16:13 - hans moser
P.S.: Manifesto, ma chi ha firmato quel documento? Si citano sempre quei due o tre, ma sarebbe interessante conoscere anche altri nomi, magari si capirebbe meglio. Ah, e forse il capitolo agghiacciante sul lavoro di quelle desolanti undici pagine meriterebbe più di una citazione distratta sul comune destino. Grazie. 19-09-2010 20:54 - Livia
che paura !
sono terrorizzato! 19-09-2010 20:30 - andy baumwolle