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L'evasione fiscale, specchio del "sommerso"
Una parte dell'opinione pubblica sembra convinta del fatto che (in tema di evasione) l'Italia si divida da sempre nel popolo dei vessati, approssimativamente coincidente con i lavoratori dipendenti e i pensionati e in quello dei furbi, di solito identificati con commercianti e lavoratori autonomi senza scrupoli. La ragione starebbe nel lassismo italiano, nel livello ridotto delle sanzioni - «ah, se gli evasori li sbattessero in galera come negli Stati uniti!» -, nel basso numero dei controlli, e più in generale, nella corruzione della morale e dei costumi che pervaderebbe la nostra borghesia e le nostre classi dirigenti. Il secondo atteggiamento è riassumibile dall'idea che «in fondo in fondo tutti siamo un po' evasori», che l'evasione sia una caratteristica intrinseca del nostro paese, della nostra storia e cultura, e che, tutto sommato, sia giustificata o giustificabile dall'alto livello di tassazione, dalla scarsa efficienza della pubblica amministrazione e dagli sprechi nella spesa pubblica. Di evasione non varrebbe quindi neppure la pena di discutere (...) e, come ha scritto un quotidiano di recente, non si può comunque paragonarla ad un furto perché l'evasore non ruba nulla, si limita a tenere per sé qualcosa (la ricchezza) che è già suo.
Questi atteggiamenti (...) sono un miscuglio di verità, semplificazioni e vere e proprie falsità ideologiche. È vero che in Italia l'evasione è differenziata tra le diverse categorie, ma questo ha a che fare molto più con ragioni strutturali, cioè con il modo in cui il fisco funziona e raccoglie informazioni, che non con il livello delle sanzioni o con il numero dei controlli.
L'ipotesi che vi sia una cultura mediterranea dell'evasione non manca di qualche fondamento, se è vero che i Romani seppellivano i loro gioielli per evitare la tassa sul lusso e che, a tutt'oggi, i paesi mediterranei - Grecia, Italia, Spagna e Portogallo - sono tra quelli con i tassi di evasione - o, meglio, di economia sommersa - più elevati nel mondo occidentale. Ma non può essere per questo minimizzato un fenomeno che ha invece gravi conseguenze per la vita pubblica, non solo per l'economia. In Italia, l'economia sommersa, che è strettamente legata anche se non esattamente coincidente con l'evasione fiscale, arriva ad assorbire tuttora, secondo le stime massime dell'Istat fino a circa 250 miliardi di euro, ovvero il 17% della ricchezza nazionale misurata dal Pil. L'evasione fa crescere il debito pubblico, riduce le possibilità di spesa per istruzione, sanità e pensioni, distorce la concorrenza e avvelena i rapporti sociali (a cominciare da quelli tra chi si sente vessato e chi si professa furbo). È necessario ricostruire dalle fondamenta un discorso pubblico sull'evasione, per comprenderne natura, dimensioni e possibili rimedi, sfuggendo, per quanto possibile, a luoghi comuni, falsificazioni e demagogie ricorrenti. Bisogna (ri)partire dalle domande fondamentali: cos'è l'evasione fiscale? perché è un problema? Quanto si evade in Italia? Chi evade? come e perché si evade? È quello che si cerca di fare in questo libro con l'avvertenza che il tema trattato è sfuggente alla misurazione, difficile da analizzare e intriso di elementi di natura diversa, non solo economica, ma anche culturale e perfino psicologica. L'obiettivo è quindi quello di raccontare quel che oggi si sa sull'evasione, (...), di quel che si è fatto e di quel che si potrebbe fare per ridurla, ben sapendo che non è possibile né fornire analisi definitive né ricette miracolistiche.
*** (dall'introd. a «L'evasione fiscale» di Alessandro Santoro, Il Mulino, 2010 pp. 128, € 9,80)
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negli anni abbiamo aumentato in modo sconsiderato gli addetti agli uffici delle imposte, di finanzieri siamo pieni.
Ma tutta sta gente cosa fà, scalda la sedia o cerca gli evasori.
Quando si trovano degli evasori totali, come capita di frequente, bisognerebbe licenziare tutti gli addetti alle verifiche fiscali della provincia, ma fin che nessuno mai paga per i suoi demeriti, andremo avanti così. 20-09-2010 19:17 - picchiato
Perche gli operai che sono sfruttati dallo stato dei padroni dovrebbero pagare per stare sottomessi e sfruttati.Che si ritorni allo schiavismo.Lo schiavismo,di questi tempi è molto meglio della libertà.
Si per esempio,se i ricercatori erano schiavi,invece che salariati,oggi avevano ancora il lavoro e non dovevano emigrare per poter vivere.
Se i maestri precari erano dei schiavi,il padrone non li gettava dalla finestra,perche come schiavi avevano un valore.
Invece lo sfruttamento che si vive nello stato dei padroni,ci rende come delle persone libere che lavorano quando servono.
Come i negri per gli aranci, quando invece non servono, vengono buttati in mare e se muoiono chi se ne frega.
Libertà!
Si di morirti di fame.
Perche allora noi dobbiamo pagare.Fanno bene i zingari che se ne fregano delle leggi e quando gli chiedi i soldi per lo stato,ti prendono a pernacchie.
Vorrei pagare le tasse,ma vorrei anche che lo stato italiano sia il mio stato e non lo stato di chi mi sfrutta.
In tutto il tempo della mia vita ho conosciuto solo la leva militare,le tasse e la polizia,come stato.
Be,se questa è la libertà,ritorniamo allo schiavismo che è meglio! 20-09-2010 14:58 - mariani maurizio
"Lo stato diede a poco a poco tutte le imposte indirette e tutti i pagamenti nelle mani di intermediari (privati)...Naturalmente a questi affari non potevano prendere parte che capitalisti importanti...solo grandi possidenti vi potevano partecipare, e così crebbe una classe di appaltatori di gabelle e fornitori che per lo straordinario e rapido aumento della loro potenza...erano perfettamente paragonabili agli odierni speculatori di borsa...l'amministrazione finanziaria (repubblicana)dei beni comunali mirava quasi apertamente all'annichilimento delle classi medie. L'uso del pascolo comunale (pressochè gratuito), e in generale dei beni dello stato, era un privilegio dei cittadini (i patrizi, detentori delle più grandi ricchezze)...non si poteva concedere a un plebeo (cioè alle classi medie)... pian piano le grandi possidenze respinsero i piccoli coltivatori per sostituirvi il lavoro dei servi della gleba. Questa rivoluzione agraria diede alle classi mezzane un crollo rovinoso e irreparabile".
T. Mommsen, Storia di Roma Antica, pg. 331-333, Sansoni 2001.
I ricchi hanno sempre fatto di tutto per far pagare le tasse agli altri. In genere riuscendoci.
Non so se sia tipicamente mediterraneo. Comunque, nulla di nuovo sotto il sole.
Distinti saluti. 20-09-2010 13:10 - BRUNO DI PRISCO