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FUORIPAGINA
28/09/2010
  •   |   Rocco Di Michele
    A Bruxelles domani pensando a Genova

    Il manifesto della Ces

    Treni e aerei per Bruxelles, in questi giorni, sono affollati come non mai. Ma stavolta non si tratta soltanto dei ministri dell'Ecofin e dei loro staff (ci sono anche loro, comunque), ma dei partecipanti alla manifestazione europea in programma domani. Temi ufficiali: «sviluppo, crescita, politiche industriali, occupazione, welfare». 
    Organismo promotore la Ces (Confederazione sindacale europea), che che ci stava meditando su da almeno un paio d'anni e magari avrebbe continuato così ancora a lungo, nonostante il percorso di «riforma del patto di stabilità» sia già arrivato al capolinea (vedi il pezzo qui di fianco). Ma il continente è ormai in aurorale fermento. Non solo in Grecia, dove gli scioperi generali si susseguono più veloci dei mesi; ma anche in Francia (la riforma delle pensioni è contestatissima), Spagna, Portogallo. E persino nell'assai più placido e benestante nord Europa le cose non vanno più tanto serenamente.
    C'è un tratto comune a tutti i paesi: le «ricette» per «uscire dalla crisi» sono dappertutto le stesse, decise dalla Commissione Ue di concerto con Ecofin (il consiglio dei ministri finanziari) e Banca centrale. Un misto poco variabile di tagli alla spesa pubblica, minori investimenti, tagli ai salari e all'impiego nella pubblica amministrazione, pensioni ritardate e con assegni ridotti, maggiore flessibilità e minor costo del lavoro (a partire dai salari; congelati a qualche anno fa, nel migliore dei casi). E non serve essere fini economisti per capire che questa politica «di rigore», mirata a rimettere in ordine i conti pubblici, avrà come conseguenza un congelamento della «ripresa» (peraltro fin qui molto stentata). Riassumendo in cifre: «una serie di manovre economiche e finanziarie che complessivamente costeranno 750 miliardi».
    Di fatto, il risultato reale sarà l'esatto contrario di quello dichiarato: quindi un aggravamento della crisi occupazionale e dei consumi. Il secondo versante è però socialmente anche più lacerante: i conti pubblici - dopo 30 anni di costante arretramento dei salari continentali - non sono «in disordine» per un eccesso di spesa sociale, ma per la recente necessità di «salvare le banche» impelagate nella crisi finanziaria globale. Essere chiamati a «fare sacrifici» per pagare i costi dell'irresponsabilità dei finanzieri non è tema popolarissimo. Quindi viene nascosto sotto una folta e inestricabile coltre di «problemi di bilancio» incomprensibili ai più.
    Ma se la «cura» è unica, le capacità di risposta sono assai differenziate, visto che rispondono a storie, culture, prassi sindacali nazionali differenti. La manifestazione di domani, quindi, è vista da tutti come «la prima occasione di aggregazione» per iniziare a trovare le contromisure comuni a un avversario sicuramente «unito», assai poco decifrabile, «protetto» da ogni possibile controllo democratico. In Spagna la scadenza verrà accompagnata da uno sciopero generale indetto dalle Comisiones Obreras; in Francia sfrutteranno l'effetto della mobilitazione unitaria del 7 settembre; i belgi si muoveranno in massa, preoccupati anche dalla paralisi politica di un paese spaccato in due. Delegazioni rabbiose sono previste persino dalla Cechia e dalla Romania (dove il locale social forumdenuncia la «collusione delle Ong», che «dipendono totalmente da fondi europei attualmente garantiti da agenzie governative»)
    In Italia, lo schieramento che si va mobilitando oltrepassa di gran lunga la sola Cgil (Cisl e Uil saranno della partita, ma in tono molto minore). Ed anche l'orizzonte va al di là del 29 settembre. Per il 16 ottobre, infatti, è prevista una partecipazione eccezionale alla manifestazione nazionale indetta dalla Fiom e fatta propria da una valanga di associazioni, organismi grandi e piccoli, comitati di lotta, ecc. In questo spazio sociale la consapevolezza della posta in gioco appare assai più chiara: «la crisi che il mondo sta attraversando» è tale («strutturale») da «stravolgere la democrazia e la libertà», ed è una crisi in cui «è sempre il momento delle decisioni». Perché «se non comprendiamo che la lotta contro la privatizzazione dell'acqua e per i beni comuni ci parla direttamente di un'idea di società, ivi compresa la produzione, non si riuscirà mai a cogliere la profondità di ciò che è in atto, e che non è scomponibile in settori». Da Bruxelles si parte (ed è un appuntamento che si presenta denso di problemi: ogni tipo di «movimento» sarà presente), da Roma - il 16 ottobre - si comicia a costruire un nuovo «spirito di Genova». Quello del 2001. Lo stesso del 1960.


I COMMENTI:
  • "carpette" ha ragione. Il Trattato di Lisbona è la vera sciagura per i popoli europei. E' stato ratificato da tutti i partiti, di destra e di sinistra, e nessun giornale italiano (mi pare, non li leggo proprio tutti) ne ha parlato. Tutti troppo impegnati a parlar male di Berlusconi.

    Leggete qua e diffondete:
    http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=139 29-09-2010 09:18 - kulma
  • Anch'io domani sciopero,vivo in Spagna, chiudendo il negozietto familiare.Lo sciopero,anche el caso di una scarsa participazione , sara´positivo.Cio' che e'importante e`ricominciare a organizzarci nella lotta .Quando la situazione maturera dovremo essere preparati ad affrontare situazioni dure. 28-09-2010 21:53 - raffaele
  • il capitalismo, trasformato in liberismo selvaggio ha prodotto una situazione davvero disastrosa la vita della povera gente. e pretende di essere salvato chiedendo sacrifici, sempre alla povera gente 28-09-2010 20:04 - mirko polauszach
  • Quello che bisogna combattere è il Trattato di Lisbona, trattato che tutti hanno firmato anche rifondazione con Bertinoti. E un trattato ultraliberale.E lui che guida l'Europa. 28-09-2010 18:51 - carpette
  • E se ci si mettono anche i politici a dire che la crisi non c'e' e tutto va bene nascondendo realta' ben diverse,allora non ci si capira' mai nulla.... 28-09-2010 16:22 - luca
  • maurì, e all' operaio chi glielo dice cosa deve fare? senza la testa, il corpo non cammina 28-09-2010 15:33 - daddo
  • Condivido in pieno il commento di Irene sulla passività e l'indifferenza generale, in particolare da parte delle giovani generazioni 28-09-2010 12:35 - lorenzo
  • Lo spirito di Genova è morto fra le macerie delle torri gemelle... E sarebbe ora di cercare il nuovo spirito di questa nuova stagione 28-09-2010 11:38 - Riccardo Gatani
  • L'economia capitalista ha un sistema sociale,(Il Capitale)
    Solo questo vincola ogni rapporto tra persone e classi.
    Oggi questo rapporto sociale è causa di conflitti insanabili e incontrollabili.
    La borghesia,(classe vincente) controlla tutti i stati capitalisti,ma nello stesso tempo si dissocia da ogni accordo o da ogni intesa concigliante tra le classi.
    L'unica cosa che comprende, è il profitto.
    Le scarpe che indossiamo tutti,non sono state costruite per una esigenza,ma solo per profitto.
    Nulla può avvenire senza questo profitto.
    Tutto quello che regola i rapporti sociali è questo profitto e solo rimanendo dentro di esso si possono trovare delle tregue.Ma c'è una classe,(quella perdende)che non può vivere dentro questo sistema e sta cercando affannosamente una via d'uscita.
    L'unica via che può salvare la classe dalla miseria in cui è destinata, dalla classe vincente, è il socialismo.
    Ma come arrivare a un socialismo che salvi la classe operaia e proletaria?
    Eleggendo un deputato del PD o di quelle sinistre che stanno nel parlamento europeo?
    Non credo affatto che ci sia un rappresentante, dei veri interessi della classe perdente.
    Quindi si crea un blocco insanabile,che marcisce come una piaga infetta.
    Presto,quando questa piaga avrà fatto tutto il Pus,esploderà e morirà il malato.
    Nel nostro caso il malato è il sistema capitalista.Si perche l'operaio che lavora, potrà ancora vivere con lo scambio del suo lavoro,tra prestatori di opera,mentre il capitale,ormai diventato un ammasso di pus puzzolente, non avrà più quella centralità che ancora mantiene. 28-09-2010 11:23 - mariani maurizio
  • Sulla Spagna, dove vivo, non è il caso di farsi illusioni. Le CC.OO e l'UGT hanno avuto il riguardo di convocare lo sciopero dopo quasi quattro mesi dall'annuncio dei tagli e, cosa ancora più grave, dopo l'approvazione di una riforma del lavoro che avrà effetti micidiali sui lavoratori. A questo sciopero non crede nessuno. Ma quello che è peggio di tutto è la passività e l'indifferenza della maggior parte della gente, in particolare dei giovani. Ognuno pensa solo a tirare a campare e si sente impotente a cambiare le cose. Uscire da questo misto di prostrazione e rabbia impotente collettiva lo vedo molto difficile, e non credo che negli altri paesi europei la situazione sia molto diversa. Si tratta di ricominciare da zero, dalla solidarietà e dal senso di appartenenza fino alla costruzione di un'alternativa, che sarà inevitabilmente fuori dai partiti e dai sindacati. 28-09-2010 10:46 - Irene
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