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FUORIPAGINA
06/10/2010
  •   |   Rocco Di Michele
    L'estremo diktat

    Se qualcuno avesse voglia di scherzare potrebbe dire: la Fiat si è presentata al tavolo chiedendo un assegno in bianco. In tempi di crisi non si tratta di un regalo da poco, ma è proprio in tempi di crisi che si trova qualcuno disposto a metterci una firma, specie se non è lui a pagare. I contenuti dell'incontro tenuto ieri nella sede romana di Confindustria tra la delegazione Fiat (guidata come sempre da Paolo Rebaudengo) e i segretari generali dei sindacati metalmeccanici (accompagnati dai rispettivi responsabili del settore auto) si possono riassumere davvero in poche parole. Ma la dinamica politica e sociale che presuppongono merita una descrizione più precisa.
    Il Lingotto ha chiesto in pratica «garanzie» sul fatto che dentro le fabbriche ogni suo ordine venga eseguito senza altre discussioni: «l'importanza delle scelte di destinazione dei nuovi modelli e il volume degli investimenti previsti richiedono un elevato livello di garanzia in termini di governabilità degli stabilimenti e di utilizzo degli impianti». Nessun particolare invece sugli investimenti nei singoli stabilimenti italiani, e tantomeno sui nuovi modelli automobilistici da mettere in produzione. Il progetto «Fabbrica Italia» resta per ora nei termini descritti da Sergio Marchionne in aprile. Da allora, però, sono intervenute numerose «novità» che hanno modificato totalmente il quadro. Per Pomigliano l'azienda ha presentato un «nuovo modello» che rompe completamente con il quadro contrattuale esistente in Italia (ma anche con alcune leggi e la Costituzione, secondo la Fiom Cgil), fino a prospettare una «newco» fuori da Federmeccanica e Confindustria. Poi ha comunicato che alcuni modelli da produrre a Mirafiori sarebbero stati dirottati alla Zastava di Belgrado, in Serbia. Infine, poche settimane fa, la decisione dello spin off, per separare le altre attività industriali da quelle automobilistiche. Anche i tempi di lancio della nuova Panda (attesa a breve) slittano al 2012.
    Qualche dubbio sulle reali intenzioni della Fiat sembra perciò più che legittimo. Tanto da far trovare qualcosa di ridire anche a Rocco Palombella, segretario Uilm, fin qui solerte accompagnatore di ogni decisione dell'azienda. L'incontro è stato «deludente» perché «Fiat non ha voluto scoprire le carte sugli investimenti»; sta infatti «ancora cercando di verificare la disponibilità dei sindacati a raccogliere la sfida».
    Ma il clou comico della giornata è venuto dalle diverse interpretazioni sindacali sull'estensione del «modello Pomigliano» a tutti gli stabilimenti del gruppo. Per Giuseppe Farina, segretario Fim Cisl, «è stato chiarito che non ci sarà una Pomigliano dappertutto». Per il suo omologo del Fismic, Roberto Di Maulo, «Pomigliano è un esempio, una svolta; un modello che è la stella polare del ragionamento contrattuale per il futuro, la strada che percorreremo per realizzare percorsi analoghi negli altri stabilimenti». Sapendo che il Fismic è il nuovo nome del vecchio Sida, il sindacato «giallo» voluto e fondato dall'a.d. della Fiat negli anni '50 (Vittorio Valletta), a occhio, sembrava più attendibile questa interpretazione.
    Quando poi, davanti a telecamere e taccuini, è arrivato il segretario della Fiom, Maurizio Landini, le cose si sono delineate in una costellazione, se non migliore, almeno più logica: «la Fiat ha detto che non esclude soluzioni che potrebbero andare oltre Pomigliano e che la derogabilità del contratto nazionale non è sufficiente a rispondere alle sue esigenze». Non è facile per nessuno immaginare cosa possa andare «oltre Pomigliano», come rapporti di lavoro; ma il dubbio verrà sciolto solo in altra sede, visto che ieri, «nel merito» non si è potuti entrare.
    Dopo questo primo giro per assicurarsi «obbedienza totale», Fiat riconvocherà le parti «stabilimento per stabilimento», per dire cosa vuol produrre, come e con quante persone. Non è chiaro neppure se convocherà tutti i sindacati o escluderà la Fiom. «Noi negli stabilimenti ci siamo, non vediamo motivi per non chiamarci ai tavoli». Anzi, «sarebbe bene che come sindacati, tutti insieme, andassimo nelle fabbriche per informare i lavoratori, con le assemblee, di quel che sta succedendo». In fondo, «ci sono ancora 8 ore si assemblea su 10 che possono essere utilizzate da qui alla fine dell'anno».
    Ma è chiaro anche che la posizione dei metalmeccanici Cgil è radicalmente diversa da quella degli altri sindacati: «abbiamo tutto l'interesse affinchè il progetto Fabbrica Italia sia realizzato, con le produzioni nel paese e la disponibilità a discutere sull'organizzazione del lavoro, sui turni e la flessibilità; ma nel rispetto del contratto (senza deroghe) e delle leggi». Il problema è tutto qui: «l'accordo di Pomigliano mette in discussione diritti e libertà delle persone». Non sono questioni dettaglio. Ne dipende, «semplicemente», la libertà e la dignità delle persone che in fabbrica ci vanno tutti i giorni.


I COMMENTI:
  • Ora si capisce bene che cosa intendeva Marchionne (e Confindustria) per "patto sociale": per sua ammissione, la governabilità della fabbrica, il dominio sui lavoratori. A questo punto, mentre l'impresa conserva, soprattutto in regime di globalizzazione, l'assoluta libertà di movimento, il patto non può che essere unilateralmente oneroso, da parte operaia. Chi sarebbe in grado di sanzionare qualsiasi 'impresa qualora, per restare competitiva, si impegnasse - ma poi non mantenesse - nella ricerca di maggiore produttività investendo in ricerca ed innovazione, anziché raschiare il fondo del barile del costo del lavoro (incidenza sul costo finale di circa l'8%)? L'attuale governo (o quello eventuale dei "progressisti"), impegnato col collegato lavoro ed altre misure a demolire quanto resta dello Statuto dei lavoratori? No di certo. E poi governabilità dell'impresa si traduce nell'assumere come variabile indipendente il massimo livello possibile dei bonus e dei dividendi azionari, da cui discende funzionalmente la discrezionale flessibilità del lavoro e del ricorso massiccio alla cassa integrazione da parte padronale. Ricorso tanto più discrezionale quanto più la contrattazione sindacale é inesistente o in crisi. Come si possa parlare di patto sociale in presenza di salari in diminuzione, da una parte, e di profitti stabili o in aumento, dall'altra. ce lo devono spiegare Marchionne, Marcegaglia e anche la Camusso. 07-10-2010 09:43 - Giacomo Casarino
  • Forse è il caso di ricominciare a parlare di lotta di classe, potere operaio e alternativa al capitalismo, o aspettiamo che ci tolgano anche il diritto di dire NO a qualunque mazzata che lor signori ci fanno piombare addosso? Chi lancia un fumogeno è un terrorista, chi ti ricatta (o così o chiudo) è moderno e vuole il bene del paese.
    Avete letto 1984 di Orwell?
    Rialziamo la testa prima che sia troppo tardi. 07-10-2010 00:39 - Giacomo Scalfari
  • Caro Dario... hai semplicemente descritto la cruda realta´...e senza bisogno di citare Machiavelli, Von Clausewitz o Sun Tzu 06-10-2010 22:01 - francesco gazzotti
  • Oggi, mi sono comperato una macchina francese.Dopo aver per tutta la vita guidato automobili FIAT,da oggi viaggio francese.
    Marchionne mi ha convinto che non si può aiutare i lavoratori italiani comperando automobili FIAT o ALFA.
    La fiat non è più una fabbrica italiana e lo stato non deve più privileggiare questa industria, alle altre.
    Marchionne ha finalmente fatto vedere al popolo italiano che la FIAT è una multinazionale e come le multinazionali lavora e produce.
    Se continueranno ad aiutare la FIAT dovremmo prendere i bastoni e distruggere questa grande multinazionale che affama il popolo italiano.Se invece di dare 600milioni alla FIAT,li avessero dati ai giovani imprenditori italiani, che vuole cimentarsi e lottare per la patria,non era più giusto?
    Basta con questa FIAT.Ormai, non appartiene più alla patria!
    Ora basta con il protezionismo a chi svende i lavoratori italiani! 06-10-2010 19:12 - maurizio mariani
  • è meglio rinunciare ad un privilegio, ma avere fabbriche dove lavorare. 06-10-2010 18:42 - giovanni L.
  • la FIAT vuole chiudere tutta la baracca italiana, quindi porta avanti una politica di provocazioni per scaricare sulla Fiom la "responsabilità" della chiusura. Se la Fiom accetta di piegare la schiena, meglio: prima spremeranno le ultime goccie del limone, poi chiudono lo stesso. 06-10-2010 16:40 - dario gasparini
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