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4 alpini uccisi in Afghanistan
Quattro soldati italiani sono rimasti uccisi nell'attacco lanciato questa mattina verso le 10 (in Italia erano le 7) dai guerriglieri talebani contro un convoglio della Nato nella valle del Gulistan, provincia occidentale di Farah. Un quinto militare è gravemente ferito. Le notizie sono state confermate dallo Stato maggiore. Il convoglio, comprendente una sessantina di automezzi, doveva portare uomini e rifornimenti per una base avanzata. L'attacco sarebbe stato portato in due tempi: prima con una bomba collocata a lato della strada e fatta esplodere a distanza, poi con armi leggere; gli altri militari del convoglio hanno poi risposto al fuoco e i guerriglieri si sono allontanati.
Con i caduti di oggi, il bilancio di sangue delle forze italiane impegnate in Afghanistan sale a 34 morti dall'inizio della partecipazione alla guerra; 21 dei morti sono stati uccisi negli ultimi due anni, che hanno visto una escalation degli attacchi guerriglieri ma anche un sempre maggior impegno dei nostri militari in azioni di prima linea, in aree che una volta erano considerate relativamente tranquille ma ormai sono diventate estremamente a rischio.
Le reazioni politiche, a parte il cordoglio di rito del Quirinale, di Palazzo Chigi e delle due Camere, sono per ora molto modeste e senza alcuna indicazione verso una exit strategy: il ministro degli esteri Frattini ribadisce che "serve una fase nuova della strategia delle forze internazionali", aggiungendo che le forze afghane dovrebbero assumersi maggiori responsabilità. Il leader del Pd Bersani chiede di "riflettere insieme agli alleati" e sollecita "una puntualizzazione della strategia in una situazione difficile".
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Condivido pienamente 13-10-2010 22:47 - mauro
Evidentemente non la fanno troppo bene, perchè non si capisce come si possa cadere in agguati.
Risulta anzi che qualora quei mezzi scoprissero terroristi che stanno piazzando bombe sulle strade, a differenza di quelli americani e inglesi, che lanciano subito razzi, i nostri devono avvertire il Comando che invia uno sminatore, accompagnato da elicotteri.
E' chiaro che il rischio di cadere in imboscate è ben maggiore, come pure il costo materiale.
Si tratta allora di decidere in Parlamento se vien prima la sicurezza dei nostri soldati o un ragionamento "pacifista" sul come vorremmo fossero le cose.
Un ritiro , agli occhi di tutto il mondo islamico e non solo quello afgano, non verrà interpretato come un atto di pace, ma solo di paura di morire per le proprie idee e per il tuo Paese.
Il resto è retorica di politica interna. 10-10-2010 09:16 - carlo
Lo era anche nel 1938, esultando per l'esito dell'accordo di Monaco e illudendosi che "ritirandosi" dalla Cecoslovacchia il nazismo avrebbe smesso di "rompere".
Fu molto più doloroso intervenire un anno dopo, dovendo lottare all'interno del proprio paese : Francia e GB.
Churchill disse che "un politico può anche evitare di occuparsi di un problema, (magari andandosene) ma stia pur sicuro che il problema prima o poi si occuperà di lui".
Questo è quanto rimprovero a tutti i post che mi hanno preceduto.
Cosa diranno agli italiani quando i terroristi avranno messo le bombe da noi, come hanno già fatto a Madrid e Londra? 10-10-2010 09:05 - alvise
Ma esiste anche una retorica di sinistra: quella che parla dell' imperialismo yankee e dei suoi delitti.
Ma che, invece, tace tanto sui delitti dei Talebani ai danni della popolazione afgana quanto su cosa accadrebbe se, oggi e per magia, scomparisse ogni traccia di presenza militare occidentale in Afghanistan.
Con la retorica bisogna finirla, compagni!
Perchè il ritiro delle truppe occidentali non può produrre nè la fine della guerra nè la fine dei massacri! 10-10-2010 08:13 - Fausto