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FUORIPAGINA
13/10/2010
  •   |   Bruno Cartosio*
    Il senso di Marchionne per l'America

    Domanda: perché a Sergio Marchionne i sindacati degli Stati Uniti piacciono di più di quelli italiani, o meglio: di questa nostra Fiom? La risposta, in estrema sintesi, è che gli piacciono di più perché negli Stati Uniti i sindacati sono deboli; il sindacato dell'automobile è debole e, più o meno volentieri, consenziente, in una fase in cui tutti i sindacati industriali del settore privato sono deboli e, infine, perché i luoghi in cui i sindacati industriali sono nati e sono stati presenti per gran parte del Novecento sono stati investiti dalla deindustrializzazione, cioè: prima dalla ristrutturazione tecnologica, poi dalla delocalizzazione degli stabilimenti, e sempre, negli ultimi cinquant'anni, da una progressiva, continua perdita di posti di lavoro - ora accentuata dalla recessione in atto dal 2008. Detroit, la «capitale dell'auto», aveva 1.850.000 abitanti nel 1950, nel 1980 1.200.000, nel 2000: 950.000 e infine, nel 2009, 820.000.
    Come si spiega un simile calo di popolazione? Ancora all'inizio degli anni Settanta, le prime volte che sono andato a Detroit, le fabbriche automobilistiche nella sua area metropolitana erano più di trenta, e a loro si aggiungeva, naturalmente, l'indotto. Le fabbriche e i quartieri operai erano ancora un grande cuore pulsante. Oggi in quella stessa area le grandi fabbriche sono meno di cinque (una decina se si allarga lo sguardo sull'intera regione circostante). I turisti vengono portati a fare il giro dei ruderi degli enormi stabilimenti vuoti, diroccati, con i vetri rotti; molti sono stati abbattuti o frazionati e su Internet si trovano gli indirizzi e le foto di com'erano e come sono.
    Dunque, che posto è diventata la città in cui avevano sede e fabbriche la General Motors, la Ford e la Chrysler? Negli Stati Uniti il tasso ufficiale di disoccupazione è intorno al 10%. In realtà, la disoccupazione reale - quella che non permette di uscire dalla povertà: disoccupati + sottoccupati + scoraggiati - è intorno al 20% a livello nazionale, ma nei vecchi centri industriali è circa due volte più alta: a Detroit era intorno al 45% a metà settembre del 2009; a Flint, nello stesso stato del Michigan, dov'erano le grandi fabbriche della Gm, la disoccupazione reale era al 40% nell'aprile 2010. È chiaro che in simili situazioni il bisogno di lavorare è più forte di qualsiasi altra cosa, e anche pagare le quote sindacali diventa un problema.
    Di conseguenza, la United Auto Workers, il sindacato dell'auto che ha sempre avuto in Detroit la sua roccaforte, oggi ha 355.000 iscritti tra i lavoratori attivi a livello nazionale. Nel 1979 ne aveva ancora oltre un milione e mezzo, quasi cinque volte di più. È debole, dicevo, ma sono deboli i sindacati industriali nel loro complesso. Nel 2009 la densità sindacale dell'intero settore industriale privato era del 7,2% e nel settore manifatturiero - la culla storica del sindacalismo anche negli Usa - era del 10,9%. Nel suo complesso, la percentuale dei lavoratori iscritti a un sindacato oggi a livello nazionale è al 12,3% (grazie agli alti livelli di sindacalizzazione nel settore pubblico). I dati sono del Bureau of Labor Statistics, pubblicati il 22 gennaio 2010.

    Soccorso sindacale
    Non entro nel merito della politica sindacale statunitense, che da più di cinquant'anni è stata notoriamente molto moderata e rivendicativa solo sul piano economico, con poche eccezioni. La moderazione politica non ha salvato i sindacati dagli attacchi di governi e imprenditori e da un declino drammatico; e, in quel contesto, la Uaw è stato uno dei sindacati più progressisti e spesso più combattivi e quindi quello che sto per dire riguarda un'organizzazione tradizionalmente meno arrendevole e consenziente rispetto alle altre.
    Veniamo a questi ultimi anni. Prima di tutto: la Uaw ha contribuito in modo molto consistente - con «enormi concessioni», come ha detto il suo nuovo presidente Bob King - a cercare di salvare Ford, Gm e Chrysler da una possibile bancarotta già prima della recessione del 2008-9. Lo ha fatto nei contratti del 2007, accettando riduzioni salariali immediate e assumendo su di sé impegni finanziari e gestionali in materia di pensioni e assistenza malattia entrati in vigore all'inizio di quest'anno. Poi, nel 2009, nel pieno della crisi economica, la Uaw è di nuovo intervenuta, contribuendo concretamente a tirare fuori dal fallimento Gm e Chrysler, sottoscrivendo il 17,5% del capitale azionario della Gm e il 55% di quello della Chrysler.
    Nel caso della Chrysler-Fiat di Marchionne, il sindacato è addirittura il maggiore azionista e quindi è presente nel nuovo Cda, ma con un solo voto (su 9), cioè non conta niente, e in più, ha sottoscritto l'impegno di non scioperare per cinque anni fino al 2014. In altre parole: ha avuto un ruolo decisivo nel salvataggio dell'azienda, in conseguenza di una durissima costrizione, e oltre a non contare nulla si trova con un cappio al collo. E ora che vendite e profitti nel settore auto stanno migliorando, il nuovo presidente vuole far uscire la Uaw dal Cda e rinegoziare gli accordi del 2009. Mi sembra abbastanza chiaro perché per Marchionne sia meglio trovarsi di fronte un interlocutore sindacale legato mani e piedi all'azienda e che, inoltre, appartiene a un «fronte sindacale» estremamente debole e non ha retroterra sociale su cui puntare i piedi.
    La Ford era stata la prima delle «Tre Grandi» dell'auto a entrare in crisi, ed è stata anche la prima a uscirne, a evitare il fallimento grazie a una pesante ristrutturazione. Il ruolo della Uaw è stato decisivo. Nel contratto del 2007 aveva accettato la riduzione dei salari e dei benefit, cioè delle provvidenze extrasalariali che si aggiungono al salario. In particolare ha accettato che i nuovi assunti avessero un trattamento salariale ridotto della metà rispetto ai vecchi dipendenti. Il contratto firmato con la Ford è stato poi firmato anche con Gm e Chrysler. In più, però, il sindacato ha assunto l'impegno di coprire per intero, a partire da questo 2010, le assicurazioni (infortuni e malattia) che prima erano garantite dalle aziende in compartecipazione con il sindacato. A loro volta, pur di sgravarsi di quegli oneri, le aziende si sono impegnate a versare al sindacato somme considerevoli di denaro in un'unica rata o in più rate, perché poi è mancata loro la liquidità. Gli impegni prevedevano che la Uaw mettesse in piedi una sua società, che si chiama Veba (Voluntary Employee Beneficiary Association), destinata a ricevere i versamenti delle aziende (33 milioni di dollari la Gm, 15 la Ford e 9 la Chrysler) con cui organizzare autonomamente il sistema assistenziale per i dipendenti, i loro familiari e i pensionati. La Uaw ci mette una parte del suo fondo pensionistico e, se le aziende pagano il dovuto, il sistema dovrebbe essere garantito per almeno 80 anni. Ma, se le aziende non pagassero o lo facessero in azioni che perdono di valore, come voleva la Gm, oppure fanno fallimento, i lavoratori e i pensionati rimarrebbero senza niente in mano: questa è la ragione per cui il sindacato ha fatto di tutto, nel 2009, per impedire la chiusura di Gm e Chrysler.

    Sempre più giù
    C'è un'altra cosa. Negli ultimi accordi extracontrattuali, firmati e approvati a maggioranza dai lavoratori nel marzo 2009, è stato fatto un ulteriore passo avanti verso il basso: grazie alle riduzioni salariali, alla cancellazione della scala mobile, a riduzioni sugli straordinari e alla rinuncia ad alcuni giorni di ferie pagate, il costo orario del lavoro per le aziende dell'auto - costo «tutto compreso»: salario, benefici marginali e costi aggiuntivi per l'azienda - è stato ridotto a 55 dollari, e si è avvicinato a quello della Toyota o della Honda (49/51 dollari) che per le aziende era e rimane l'obiettivo da raggiungere. Vale a dire che salari e benefici nella fabbrica sindacalizzata si sono avvicinati a quelli dell'operaio delle fabbriche in cui il sindacato non ha mai messo piede. Non basta, comunque. Lo diceva chiaramente Il Sole24 ore del 28 aprile 2009: «L'obiettivo è di portare salari e benefit vicini a quelli dei lavoratori non sindacalizzati negli impianti statunitensi dei concorrenti internazionali, a cominciare dalle case giapponesi».
    È chiaro che, insieme con i soldi, se ne vanno anche i diritti dei lavoratori in fabbrica. Tuttavia, sindacato e lavoratori non hanno avuto altra scelta che quella di firmare. Come ammetteva Bob King in un'intervista del 23 settembre: "Quanto ti trovi al 7% nel privato, non ti avvicini neppure ad avere il potere contrattuale necessario per rendere ai lavoratori la giustizia che meritano". Non hanno avuto la forza per chiedere e tanto meno ottenere altro da quello che hanno avuto.
    Alcune brevi considerazioni finali. Mi sembra giusto dire tre cose. La prima: la politica di distruzione dei sindacati, perseguita con accanimento da imprenditori e governi soprattutto dagli anni Ottanta in poi, ha avuto successo, ma ha anche causato il declino economico-sociale degli Stati Uniti, perché la ricerca speculativa del profitto a tutti costi da parte di dirigenti, azionisti e società finanziarie, senza riguardi per i bisogni della popolazione che lavora ha impoverito e indebitato le famiglie (l'indebitamento delle famiglie era pari al 132% nel 2008) e infine ha fatto crollare i consumi. La seconda: la stessa logica ha portato allo smantellamento progressivo del sistema industriale e produttivo del paese, nell'illusione che i profitti commerciali, quelli derivanti dalle compartecipazioni produttive all'estero e le astratte ricchezze costituite dall'aumento dei valori delle azioni in Borsa potessero sostituire la ricchezza prodotta in patria da un sistema produttivo efficiente e ridistribuita attraverso l'occupazione, il lavoro e i salari.
    La terza, e conclusiva: il modello di relazioni industriali e sociali che Marchionne, questo governo e questa Confindustria vorrebbero estendere all'Italia, riducendo i diritti dei lavoratori, impoverendoli, e privandoli delle difese sindacali nei luoghi di lavoro, è un modello che negli Stati Uniti, nell'arco degli ultimi decenni, si è dimostrato fallimentare, non solo per chi lo ha subito e lo subisce, ma anche per chi, dalla sua adozione, è stato in grado di trarre un profitto, magari anche cospicuo, che però si è rivelato avvelenato improduttivo e a breve termine.
    *stralci dell'intervento all'attivo dei delegati Fiom Cgil Lombardia, lunedì


I COMMENTI:
  • I prezzi di alcuni centri commerciali - non tutti - sono bassi, è vero, ma vanno considerate due cose. La prima il basso valore attuale del dollaro rispetto all'euro. La seconda la qualità infima dei prodotti venduti: veramente squallidi, malfatti, mal rifiniti, mal concepiti. Imitazioni di imitazioni di imitazioni di prodotti di qualità media. Un po' come quelle gigantesche porzioni di cibo dal sapore del cartone che non riescono a soddisfare l'appetito. Se ci si avvicina a una "qualità" vagamente simile a quella dei nostri prodotti medi i prezzi salgono immediatamente e non di poco. La cosa che stordisce in quei posti sono le quantità: c'è veramente di tutto in dosi smisurate, ma nulla di veramente ben fatto. 19-10-2010 00:49 - Livia
  • vivo ne gli Stati Uniti da 16 anni, sono un membro di un sindacato affiliato alla UAW. Condivido cio' che dice Cartosio e aggiungerei che il declino del sindacato ha determinato - con la fine di lotte serie e articolate - il declino tecnologico del capitale industriale statunitense, venuto prima delle dislocazioni. Se si vive qui ci si accorge che nel 70/70% dei settori il made in USA e' fermo agli anni 70. Gli unici settori che non sono cosi' sono quelli di tecnologia avanzata per il militare, la ricerca scientifica civile, il farmaceutico e le tecnologie informatiche. Il resto e' Servizi, un immneso mare di fuffa in cui i salari o sono quelli minimi o di poco sopra il minimo o sono stratosferici e per l'1% degli addetti. Piu' che l'indecenza delle leadership sindacali, che c'e' stata, due rivoluzioni hanno prodotto le basi per il declino del movimento operaio: il maccarthismo degli anni 50 (che ha segnato per sempre di paura i lavoratori americani e che non e' mai finito) e l'individualismo neoconservatore che ha devastato le menti e fatto svanire la cultura operaia della solidarieta'. Il declino continuera' se queste due "rivoluzioni" non verrano ribaltate. Il vero dramma e' che quasi nessuno qui "pensa" piu' strategicamente, da Obama ai sindacati, al Capitale. I modelli mentali vengono prima delle sconfitte e ne sono la causa. 14-10-2010 10:10 - Sergio Finardi
  • Ma come fa a dire che in USA negli ultimi decenni il potere d'acquisto è diminuito, come i consumi? I consumatori si sono indebitati perchè consumavano anzi a livelli altissimi, con spese sproporzionate rispetto a i pur non bassi stipendi, è una questione di mentalità. Andate a fare un giro n USA a vedere quanto sono bassi i prezzi dei beni di consumo nei centri commerciali, e quanto guadagnano, rispetto all'Italia. In USA c'è stata una crescita doppia che in Europa e non è andato tutto solo in profitti, i quali tra l'altro sono costantemente reinvestiti in investimenti tecnologici a differenza che da noi. Infatti lo storico non dice che oggi il lavoratore tipo in USA è impiegato in società di servizi e tecnologiche (altissima tecnologia) dove gli stipendi non sono paragonabili ai nostri. 14-10-2010 09:13 - Gianni
  • maurizio... aggiorna la tua videoteca e guardati il pane e le rose di Ken. la situazione sindacale americana è un po cambiata... 13-10-2010 20:37 - Michele
  • insomma, stando a quello che scrive questo delegato Fiom, Marchionne è un comunista. infatti attaccando i sindacati mette in crisi l'intero sistema. aò, lo ha scritto lui, eh? non io. si legga la chiosa. questo è il mainstream della "sinistra".

    invece di felicitarci per la scomparsa del lavoro stiamo a deprimerci. e voi del Manifesto vendete sempre meno copie. keppalle. 13-10-2010 18:59 - lpz

    la redazione: Bruno Cartosio non è un delegato Fiom ma un professore di storia americana all'università di Bergamo.
  • Bravo Maurizio io in America ci vivo ed ho avuto anche la tessera del sindacato dei carpentieri, una vera organizzazione mafiosa c'erano i benefici ma mi sentivo uno schiavo oggi sono quasi spariti e siamo tornati ad essere carne da macello senza referenti politici o sindali, si chiude il cerchio del Reganismo ed i lavoratori vivono la loro silenziosa disperazione ignorando le soluzioni.
    Basterebbe rileggere Marx che tutto questo aveva predetto. 13-10-2010 17:53 - Giuseppe Milito
  • Sapete perche piacciono più i sindacati amerikani a quelli italiani.Perche quelli americani sono in mano alle organizzazioni mafiose e sono più maleabili di quelli italiani, che ancora non sono stati catturati dalla grande piovra.In Amerika è tutto in mano a gente di malaffare e i lavoratori,più che essere protetti devono pagare la protezione al sindacato.
    Vi ricordate il film Fronte del porto?
    Bè, la cosa è cambiata di molto poco, da quei tempi.
    Tra le attività delle organizzazioni mafiose,c'è anche il sindacato.
    Marchionne, con questa gente, ha molto in comune.
    Lui come loro ti fa un'offerta che non puoi rifiutare...! 13-10-2010 16:30 - mariani maurizio
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    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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