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Eleonora Martini
La finanziaria riduce di due terzi i fondi per l'editoria
Stando alla Finanziaria 2011 approvata giovedì dal Consiglio dei ministri, il manifesto è morto. Tra due mesi e mezzo, a fine anno, questa testata nata nel 1969 e diventata quotidiano nel 1971, edita da una cooperativa di giornalisti e poligrafici, chiuderà i battenti per l’impossibilità di mettere a bilancio i contributi statali ormai ridotti a un terzo, e per l’abolizione del «diritto soggettivo» di ciascuna testata che rende impossibile la richiesta di credito bancario e ancora più iniqua la distribuzione delle poche risorse messe a disposizione nel fondo per l’editoria. Fondo a cui il ministro Tremonti ha sottratto almeno altri 160 milioni di euro rispetto all’anno scorso. E con il manifesto - in tempi e con modalità diverse - chiuderanno via via altre 90 e più testate, aziende editoriali cooperative, non profit e di partito, lasciando senza lavoro più di 4500 persone. Da Liberazione al manifesto, dall’Avvenire al Corriere Mercantile di Genova, quotidiano tra i più antichi d’Italia, dal Secolo d’Italia alla Padania: uno scempio che garantirà la «stabilità» (così è stato ribattezzato quest’anno il ddl che sostituisce la manovra) attraverso un bavaglio alla stampa e alla pluralità d’opinioni, riducendo all’osso quel Fondo per l’editoria che vent’anni fa venne istituito proprio per garantire la libertà d’informazione.
Nel piano triennale di pianificazione dei contributi statali approvato nel 2009, quando il fondo dell’editoria a copertura dell’anno precedente ammontava ancora a circa 414 milioni di euro, erano previsti, per ciascun anno dal 2009 al 2011, 195 milioni di euro a cui avrebbero dovuto aggiungersi - ma nella Finanziaria 2011 sono spariti - circa 70 milioni provenienti dalla cosiddetta Robin Tax applicata alle rendite dai petrolieri. Non solo: secondo Tremonti, dai 195 milioni rimanenti se ne sottrarranno 47 circa per finanziare la convenzione con la Rai. E altri 47 se ne andrebbero per rimborsare a rate le Poste dal mancato pagamento negli anni scorsi delle tariffe agevolate applicate alle spedizioni dei quotidiani. Che da quest’anno, peraltro, saranno applicate solo ai giornali non-profit. Senza perderci in ulteriori conti, diciamo solo che alla fine per i contributi diretti restano sì e no coperture per un terzo del fabbisogno. Inutile dire che se anche venissero ripristinati col «milleproroghe», sarebbe troppo tardi. «Se non si ripristina il diritto soggettivo – spiega Roberto Mura, senatore della Lega Nord che dal 2005 al 2007 fu direttore generale della Padania e lanciò insieme a Gianluigi Paragone il progetto di distribuzione nazionale del quotidiano – sarà difficile per molti amministratori certificare il bilancio. Senza il diritto soggettivo i fondi vengono distribuiti orizzontalmente e iniquamente a tutti, non solo ai giornali veri, quelli che danno davvero lavoro a giornalisti e poligrafici e che ogni giorno distribuiscono nelle edicole. Dobbiamo intervenire subito, prima che il paziente sia morto». Ma l’esecutivo, e in particolare Tremonti, da questo orecchio non vuole sentire. Malgrado l’appello bipartisan sollevato alcuni mesi fa da 360 deputati, a cui il governo non ha mai risposto, malgrado gli ordini del giorno e le mozioni approvate alla Camera e al Senato, malgrado le proposte avanzate da Mediacoop per trovare le risorse necessarie: «Basterebbe abolire la riduzione dell’Iva applicata al 4% anziché al 20% per i gadget venduti nelle edicole», spiega Lelio Grassucci, presidente onorario di Mediacoop. «Che fine ha fatto il regolamento, mai formalizzato, che avrebbe dovuto riportare un po’ d’ordine nelle modalità di erogazione dei contributi diretti ai giornali?», chiede Vincenzo Vita, vice presidente della Commissione cultura del Senato dove il documento è stato approvato a maggioranza in cambio della promessa, pronunciata da Paolo Bonaiuti, del ripristino del fondo e del diritto soggettivo. «E soprattutto – continua Vita – che fine ha fatto la legge di riforma del settore che tutti dicono urgentissima, con tanto di Stati generali che avrebbero dovuto lanciarla?». «Paradossalmente senza queste riforme – attacca Flavia Perina, direttore del Secolo d’Italia – giornali finti di partito che hanno un editore prendono più di noi o del manifesto». Ma nel regolamento il tetto legato al numero di giornalisti dipendenti non è stato accettato.
Su queste linee – ripristino del diritto soggettivo e dell’integrità del Fondo, e legge di riordino del settore – stanno lavorando alcuni parlamentari come Vita, Mura e molti altri anche nel Pdl e nell’Udc, per mettere a punto un emendamento ai collegati della Finanziaria da presentare alla Camera, dove a novembre ci sarà il primo passaggio parlamentare. Passerà? «Stiamo lavorando per riuscirci», assicura Mura che ricorda quanto impopolare sia questa battaglia e richiama l’attenzione sui «costi sociali che questi tagli produrranno senza che alla fine ci sarà alcun risparmio». «Sulla carta la maggioranza è favorevole, ma poi le possibilità reali sono aleatorie», secondo Vita. «Sono molto pessimista – conclude Perina – perché ho visto l’intransigenza di Tremonti che dall’anno scorso promette di moralizzare il settore. Ma il governo ha la gravissima responsabilità di non aver fatto nulla, solo tagli orizzontali. Se noi chiudiamo, scompare l’unica voce che si configura come competitiva e alternativa al berlusconismo nel centrodestra. E allora finiamo proprio come la repubblica delle banane».
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1) ANCHE BBONAMENTO SOLO ONLINE
Potreste offrire anche un'abbonamento solo online, a prezzo ridotto. Il quotidiano NZZ (nzz.ch) di Zurigo e altri quotidiani lo fanno.
2) ABBONAMENTO CON TRE TARIFFE
a) tariffa normale, es. 100
b) tariffa per chi può spendere di più, es. 130
c) tariffa per chi fa fatica, es. 70
Online dovrebbe esserci un "barometro" che indica mensilmente l'andamento del numero di abbonati con le 3 tariffe.
Il vostro quotidiano fratello di Berlino, la TAZ - Tageszeitung (taz.de), lo ha fatto.
Forza! Auguri e cordiali saluti da Zurigo,
Marco Morosini 17-10-2010 09:20 - Marco Morosini
Qui in internet non ci sono copie da vendere, tutto è gratis e abbonarsi ad un quotidiano online è più facile e comodo. Per non parlare dei soldi che la pubblicità potrebbe portare.
Confido quindi che anche se il manifesto cartaceo cederà, ce ne sarà uno online sempre pronto a dire la sua, anche un semplice blog dei reduci, fatto solo per il gusto di fare informazione.
Saluti e auguri,
Francesco. 16-10-2010 23:39 - Francesco
Non potreste mettere la possibilità di versare piccole cifre anche online?
(Per Carlo: pochi giovani leggo no il giornale, è un problema che non riguarda solo il manifesto).
Francesco 16-10-2010 22:40 - Francesco
la redazione: Nella pre-home "Tre mesi per vivere" c'è la possibilità di sottoscrivere con carta di credito ma se hai suggerimenti su altre modalità siamo sempre disposti ad accoglierli, se possibile
Se il popolo non vi compra la colpa non è del governo oscurantista, parlare di bavaglio e censura è oltremodo ridicolo, voi siete liberi di scrivere quello che volete e i carabinieri in redazione ancora non ve li hanno mandati. Il popolo non vi compra semplicemente perchè il popolo, tranne pochi insufficienti, non è disposto a pagare per leggere quello che dite, o perchè non è d'accordo con voi o perchè non siete abbastanza interessanti.
Fatevene una ragione e apritevi un blog a costo zero, invece di mettere le mani nelle tasche di tutti gli italiani, anche quelli che non la pensano come voi.
Saluti e comunque buona fortuna. 16-10-2010 20:07 - Claudio
Grazie
Michele 16-10-2010 11:58 - Michele
la redazione: Certo che abbonarsi serve. E' il modo migliore per darci ossigeno e farci andare avanti. Se siete già abbonati regalate l'abbonamento a chi non conosce il manifesto o a chi non se lo può permettere