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Giuliana Sgrena
Petraeus in Italia, "ok alle bombe sugli aerei"
Week end italiano per il generale statunitense David Petraeus, comandante delle forze Isaf/Nato in Afghanistan, che parteciperà domani a Roma, all'incontro degli Alti rappresentanti speciali per Afghanistan e Pakistan, organizzata dal ministro degli esteri Franco Frattini.
Primo scalo italiano di Petraeus ieri a Milano accolto dal ministro della difesa italiano Ignazio La Russa. Con il quale ha affrontato le questioni cruciali della nostra presenza in Afghanistan, innanzitutto quella dell'armamento con bombe dei caccia italiani proposta dal ministro italiano dopo la morte dei quattro alpini nel Gulistan. «La Nato e il comando Isaf prevedono, anzi auspicano, che ogni mezzo abbia un armamento completo», ha affermato la Russa. Che ha anche confermato l'aumento delle truppe che alla fine dell'anno conteranno 4.000 soldati.
Paradossalmente l'aumento delle truppe avviene nel momento in cui si comincia a parlare di exit strategy: «Pensiamo che il passaggio di consegne con gli afghani possa avvenire già nel 2011», sostiene La Russa. Se ci si avvia al passaggio di consegne si suppone che la situazione stia migliorando e che le forze afghane stiano acquisendo le capacità di controllo del territorio. E invece non è così: si aumentano le truppe e si armano gli aerei di bombe perché la situazione non è mai stata così pericolosa per le forze di occupazione, il numero degli attacchi dei taleban e le perdite della forza multinazionale lo dimostrano. E allora perché tanta schizofrenia? Evidentemente perché dopo nove anni di fallimenti le forze in campo non vogliono ammettere che l'unica scelta possibile è il ritiro immediato. Questo vorrebbe dire ammettere la sconfitta.
Gli italiani sono così elogiati - lo ha fatto anche ieri - da Petraeus perché sono, come sempre, al servizio incondizionato degli americani. I britannici, che ben conoscono l'Afghanistan per le cocenti sconfitte subite in passato, cominciano a ritirare forze dalle zone più pericolose dell'Helmand. Forse si rendono conto che questa volta non andrà meglio che nel passato.
Petraeus, ieri a Milano, tra una visita turistica e un incontro politico - con Moratti, Formigoni, oltre che con il generale Camporini - ha ribadito di essere favorevole alla trattativa tra il governo Karzai e i taleban, che però devono rispettare le condizioni poste da Karzai: deporre le armi, cessare le violenze, tagliare i legami con al Qaeda e accettare la costituzione afghana. Peccato che Karzai non sembra in grado di porre condizioni, visto la sua debolezza. E poi non sono solo i taleban a seminare violenza in Afghanistan ma anche gli altri signori della guerra e della droga alleati di Karzai. E per aiutare la «riconciliazione» Petraeus aveva detto durante il suo passaggio a Londra (prima di arrivare a Milano) che le forze Nato hanno facilitato il passaggio in Afghanistan di un comandante taleban che deve trattare con Karzai.
Il problema è che o si tratta o si combatte. Un giorno gli americani inviano i droni a colpire i taleban, o presunti tali, nelle zone tribali del Pakistan, salvo poi lasciare passare un comandante per trattare. Ogni giorno ci sono scontri con i seguaci di mullah Omar in Afghanistan ma gli americani pagano i gruppi taleban per potersi assicurare il passaggio dei convogli che riforniscono le loro basi. Gli italiani parlano di inizio del ritiro nel 2011, come ha detto anche Obama, ma ora chiedono di mettere le bombe sugli aerei. Conseguentemente i taleban partecipano alle trattative e nello stesso tempo rafforzano le loro posizioni sul terreno e infliggono sempre più perdite alle forze multinazionali.
Per poter trattare la riconciliazione occorrerebbe una tregua che può essere raggiunta solo dalle forze che combattono. Raggiunta la tregua si potranno affrontare i problemi politici sulla base di principi saldi e indiscutibili. Un processo che deve ristabilire la legge e la giustizia, innanzitutto, risarcendo tutti gli afghani vittime della violenza dei taleban, dei mujahidin e delle forze multinazionali, anche italiane.
Altrimenti il generale Petraeus potrà sostenere a lungo «il privilegio di comandare questi soldati» (gli italiani), a meno che siano costretti a fuggire come è già successo in Somalia, quasi vent'anni fa. C'è da sperare che l'Afghanistan non venga abbandonato come la Somalia, ma quello che ci chiedono gli afghani è un aiuto alla ricostruzione, non alla distruzione.
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Nuove armi e nuovi aerei.
Dato che stiamo per andare via dall'Afganistan,che si faccia una grande festa d'addio!
Gli aerei tireranno le bombe per i festeggiamenti e prima di andarcene contiamo di fare la festa a più afgani possibile.
Così, anche quando saremo in Italia, ci ricorderanno con tanta nostalgia.
Abbiamo imparato molto dai nostri alleati.
Ora, anche noi siamo un popolo di grandi guerrieri.
Alla faccia della costituzione che è stata violata più di Sarah.
L'importante è rimanere nella storia come lo zio di Sarah.
Anche noi abbiamo scritto una pagina di questa bella storia di questo nuovo impero!
Potremmo essere come quei popoli che dopo essere stati vittime dell'impero romano,divennero guerrieri per l'impero e si distinsero in guerra con forza e crudeltà.
Come quei popoli del nord che tolte le treccette,divennero generali dell'impero.
La Russa,assomiglia molto a quel gallo,passato a Roma.
Oppure assomiglia a quell'indiano che si mise a fare da giuda per le giubbe azzure e combatteva altri indiani come lui,per l'uomo bianco.
Spero che gli aerei che stiamo per comperare non siano come quelli della Ercules,che fecero cadero morire tanti parà.
Nonostante tutto,per me un soldato è la persona più innocente di tutta la catena. 17-10-2010 19:07 - mariani maurizio
La domanda a cui siamo chiamati a rispondere è : siamo lì per mandato ONU ; il nostro è un diritto all'uso della forza o a quello della violenza ? 17-10-2010 13:43 - carlo